Cuba senza cibo né carburante, cosa sta succedendo: “Trump vuole trasformare l’isola nel suo cortile di casa”

La crisi che sta attraversando Cuba nelle ultime settimane non è soltanto economica né esclusivamente politica: è il risultato di una convergenza di fattori energetici, geopolitici e strutturali che stanno mettendo alla prova la tenuta dell’isola come non accadeva da decenni. Blackout prolungati, scarsità di carburante e difficoltà nell’approvvigionamento di beni essenziali, insieme a un crescente malcontento sociale, compongono il quadro di un’emergenza che va ben oltre la dimensione contingente.
A peggiorare la situazione contribuisce la politica neocoloniale di Donald Trump e della sua cerchia: la Casa Bianca tratta Cuba e l’America Latina (ricordate il rapimento di Maduro in Venezuela?) come territori funzionali agli interessi statunitensi, riducendo drasticamente l’autonomia dell’isola, già schiacciata da 67 anni di bloqueo. Per analizzare cause, dinamiche e possibili sviluppi di questa crisi, Fanpage.it ha intervistato lo storico ed esperto di America Latina Gennaro Carotenuto.
Professore, partiamo dall’attualità più stringente. Cuba sta attraversando una delle crisi più profonde della sua storia recente, con blackout totali, carenza di carburante e un'allarmante scarsità di beni primari. Come siamo arrivati a questo punto?
Per capire il presente dobbiamo guardare all’evoluzione della dottrina di sicurezza nazionale di Donald Trump, che non è una semplice strategia diplomatica, ma una negazione totale della sovranità altrui. Con la dottrina di sicurezza nazionale Trump e la sua cerchia – a partire da Marco Rubio – concepiscono Cuba e l’America Latina in termini di ricolonizzazione, non riconoscendone la piena sovranità. È un ritorno brutale alla natura di Cuba dopo l’indipendenza "sotto tutela" del 1898, a quel famoso Emendamento Platt che, pochi anni dopo, sancì il diritto degli Stati Uniti di intervenire militarmente e politicamente negli affari interni cubani. Oggi quel diritto non viene esercitato con i cannoni, ma con un assedio "medievale" economico e tecnologico che mira a cancellare l’autodeterminazione dell’isola, con la novità che non c’è neanche una parvenza di costruzione di una democrazia formale.
A questo si aggiunge un fattore globale che spesso sottovalutiamo: il trionfo dei combustibili fossili sulla transizione climatica. Sembra un tema slegato, ma è il cuore del problema. Cuba è oggi vittima di un incrocio tra geopolitica neocoloniale e dipendenza energetica. Dopo il "Periodo Speciale" seguito alla caduta dell’Unione Sovietica, l’isola aveva trovato un buon equilibrio grazie all'alleanza con Hugo Chávez. Era lo scambio "medici contro petrolio": un accordo che ha permesso al Venezuela di costruire un sistema sanitario pubblico e a Cuba di far girare la propria economia. Tuttavia, questo scambio ha avuto un costo altissimo, sguarnendo la medicina interna cubana e abituando l’Avana a una dipendenza energetica che oggi, con la crisi venezuelana e l'ostilità di Washington, è diventata una trappola mortale.

Lei cita la gestione politica dell’Avana. Dopo Fidel Castro, oggi il potere è nelle mani di Miguel Díaz-Canel. Come giudica questa transizione?
Dopo la morte di Fidel suo fratello Raúl Castro, che ha superato i novant’anni, ha passato il testimone a una seconda generazione di dirigenti politici che non possiede né l’autorevolezza storica né una visione strategica chiara. Díaz-Canel è quello che definirei un "uomo grigio". Non ha il carisma per mobilitare le masse in un momento di sofferenza estrema come questo; i suoi discorsi sono piatti, burocratici, incapaci di scaldare un popolo che affronta crescenti difficoltà materiali. Questa generazione ha commesso un errore imperdonabile: si è adagiata sulla convinzione che il petrolio venezuelano sarebbe fluito per sempre. Non hanno riformato l’economia quando avrebbero potuto farlo, non hanno diversificato le fonti energetiche, restando ancorati a un modello fossile che oggi li rende vulnerabili ai ricatti. La vulnerabilità ai fossili, e questa è una lezione per tutto il mondo, blocca oggi anche il turismo, rendendo un Paese dalla bassissima produttività totalmente dipendente dalle rimesse.
Il 3 gennaio scorso – dopo la cattura di Maduro – è suonata una sveglia terribile anche per il governo cubano. Trump, che nega il riscaldamento globale ed è nemico giurato della transizione energetica, usa il petrolio come uno strumento di potere. Siamo in un’epoca in cui gli Stati Uniti stanno operando una rivalutazione della decolonizzazione, ma in senso negativo: la stanno negando. Nella dottrina Trump, l’America Latina, il Centro America e i Caraibi sono considerati zone di esclusivo interesse statunitense. Non vengono riconosciuti come Stati sovrani, ma come entità funzionali agli interessi di Washington. Se risolvono problemi per l’economia americana, bene; altrimenti, la loro sovranità non è riconosciuta. È la stessa logica della Guerra Fredda, ma senza più la giustificazione ideologica della lotta al comunismo. Oggi è puro esercizio di potere imperiale e controllo delle risorse fossili e non.
Trump è un negazionista del cambiamento climatico. In che modo le sue convinzioni su questo tema influiscono su Cuba e sui destini della regione?
È un punto fondamentale su cui riflettiamo troppo poco. Negare il riscaldamento globale permette a Trump di riportare indietro le lancette della storia all’impero dei fossili. Senza transizione energetica, i Paesi produttori, anche di gas, o altre materie prime strategiche, saranno costretti da una crescente pressione politica se non militare e i non produttori, com’è il caso di Cuba, potranno essere asfissiati.
E attenzione, tutto questo prescinde totalmente dai diritti umani o dalla democrazia. Guardiamo al caso di Nicolás Maduro: dopo il suo sequestro l'accusa di narcotraffico si è sbriciolata, mentre il suo sistema di potere in Venezuela prosegue con Delcy Rodriguez. Il madurismo senza Maduro. Anche a Cuba, una eventuale caduta di Díaz-Canel non porterebbe allo stabilire un regime con libere elezioni perché Trump ha dimostrato di non essere interessato, e sta già truccando elezioni come nel caso dell’Honduras.
Quanto è concreto il rischio che il governo cubano – erede della Rivoluzione – ammaini definitivamente la bandiera?
Non lo so, è difficile dirlo perché Cuba ha una resilienza specifica. Dalla Baia dei Porci al Periodo Speciale, l'identità nazionale è stata costruita proprio in antitesi all'annessionismo statunitense. È un'identità molto forte e radicata che affonda le radici da ben prima di Fidel, dobbiamo risalire a José Martí. L'unica alternativa storica all'indipendenza castrista è sempre stata l'annessionE, quello oggi incarnato da figure come Marco Rubio.
Parliamo di alleanze. Senza più il sostegno energetico venezuelano, a chi può guardare l'Avana?
Il Messico sta dimostrando una dignità straordinaria. Claudia Sheinbaum è una dirigente politica di primo spessore e capisce perfettamente che difendere l’indipendenza di Cuba significa, indirettamente, difendere l’autonomia del Messico. Poi guardiamo al 2026, che sarà un anno decisivo: ci saranno elezioni chiave in Colombia e Brasile. Se in quei Paesi dovessero vincere uomini appoggiati o imposti da Trump, per Cuba si metterebbe male e Trump avrebbe cancellato il ciclo progressista latinoamericano di questo inizio secolo imponendo la sua visione geopolitica neocoloniale.
Certo, c’è la Cina. Ma la Cina è quello che Andreotti definirebbe "un altro forno". È un'alternativa, ma non regala nulla. Pechino esige garanzie e si fa pagare "il pane" a caro prezzo.

Veniamo all'Italia. Cuba ha una lunga tradizione di "diplomazia dei medici". Durante il Covid li abbiamo accolti come eroi, e tuttora c'è un turnover che coinvolge centinaia di medici cubani in Calabria, dottori che – di fatto – tengono in piedi ospedali che altrimenti chiuderebbero. Eppure, il governo italiano sembra ignorare il dramma dell'isola. C'è un tema di riconoscenza "etica"?
Bisogna guardare alla questione con occhio laico. Da vent’anni a questa parte, i medici sono sì una espressione di solidarietà "internazionalista", ma sono diventati anche una risorsa economica strutturale per Cuba. All'inizio c'era un'abbondanza di personale, oggi molto meno: sul campo, a Cuba, restano spesso neolaureati perché i professionisti più esperti sono all’estero. È uno scambio: il medico che viene in Calabria e riesce a mandare qualche centinaio di dollari al mese alla famiglia è, di fatto, un migrante economico. Per lui è una strategia di pura sopravvivenza in un Paese dove non avere rimesse dall'estero significa vivere con grande fatica. Questo non significa che non ci siano interventi puramente solidaristici, come le missioni in Sierra Leone contro l'Ebola, ma non è il caso dell'Italia.
Quanto alla riconoscenza del nostro Governo… beh, scherziamo? Il governo italiano dovrebbe solidarizzare con Cuba? Giorgia Meloni è, per molti versi, "più trumpiana di Trump". Non esiste alcuna volontà politica di gratitudine. Anzi, se il governo cubano dovesse cadere domani, a Roma si festeggerebbe la "restaurazione della democrazia", dovremmo prepararci a leggere decine di editoriali sulla "libertà ritrovata". Mentre, nonostante un bilancio complesso, la realtà sarebbe ben diversa, quella di un'isola trasformata nuovamente nel cortile di casa di Washington.