
Non è semplice riassumere quello che sta accadendo in queste settimane sull'affaire Groenlandia, soprattutto per chi volesse inserirla, come certamente si dovrebbe fare, nel quadro dei cambiamenti che stanno avvenendo sulla scacchiera globale. Giorno dopo giorno assume sempre più consistenza ciò che fino a qualche anno fa avremmo relegato a boutade senza senso, ovvero l'idea dell’annessione da parte degli Stati Uniti di un territorio di un membro della Nato, Paese dell’Unione Europa e alleato di lunghissimo corso, contro il parere esplicito e convinto della (quasi) totalità degli altri stati occidentali. Siamo cioè arrivati al punto di considerare “ipotizzabile”, quando non addirittura possibile e poi probabile, un atto ostile da parte della maggiore potenza militare al mondo nei confronti di uno stato come la Danimarca, per una disputa territoriale che riguarda un territorio in cui gli Usa hanno già basi e che controllano già de relato per via dell’appartenenza alla Nato.
Ne abbiamo parlato diverse volte, una delle caratteristiche di Donald Trump e del suo movimento è la capacità di allargare costantemente la finestra di Overton, normalizzando agli occhi dell’opinione pubblica idee e pratiche da sempre considerate inaccettabili, attraverso la manipolazione della narrazione e il controllo dei processi informativi. Spesso si tende a individuare nell’utilizzo spregiudicato dei social media la leva principale attraverso la quale i trumpiani determinano tali cambiamenti, ma sarebbe molto più esaustivo allargare lo sguardo e considerare la trasformazione complessiva dell’universo informativo e comunicativo, con la perdita di centralità dei vecchi media, l’ingresso sulla scena globale di nuovi attori (favorita dai tecnocapitalisti) e finanche i cambiamenti tecnologico-strutturali nell’accesso alle reti (che hanno modificato tempi e modalità di fruizione dei contenuti e ridefinito l’equilibrio online-offline).
I media tradizionali non svolgono più la funzione di gatekeeping, le persone sono sottoposte a stimoli continui e contraddittori, senza avere nemmeno gli strumenti per interpretarli o gestirli, la destrutturazione culturale e un complessivo livellamento verso il basso della qualità della classe politica hanno reso permeabili le istituzioni alla propaganda, come mai prima d'ora. Probabilmente, siamo talmente bombardati dalle notizie che fatichiamo a mettere a fuoco la portata di una simile situazione. Tanto per farvi capire che tipo di percezione esista, su Polimarket, un “prediction market” (attenzione, non un sito di gambling), addirittura gli utenti sono arrivati a stimare una probabilità del 36% che Donald Trump annetta la Groenlandia prima del termine del suo mandato.
Cosa sta facendo Donald Trump per prendersi la Groenlandia
In effetti, una volta che qualcosa diventa complesso, controverso ma possibile, esce cioè dal novero dell'inaccettabile, allora possiamo cominciare a considerarlo in termini di probabilità. Malgrado ci sia qualcuno che per mesi si è ostinato a dire che Trump non potesse essere preso alla lettera, che le sue esternazioni andassero sempre ridimensionate e che finanche le sue minacce dirette necessitassero di una qualche interpretazione, sulla Groenlandia siamo già al livello successivo.
Ci sono diversi riscontri del fatto che la nuova amministrazione statunitense stia lavorando da tempo al dossier Groenlandia, allo scopo di sostenere lo spirito indipendentista e allentare il legame con la Danimarca. La visita di JD Vance, che non a caso ha insistito molto sul concetto dell’autodeterminazione del popolo della Groenlandia, si inserisce in tale strategia, nella consapevolezza che la pressione politica costituisse la leva principale per l’ottenimento del risultato finale.
Un’analisi di Politico immagina che una delle strategia “soft” possa consistere appunto nel rafforzamento dei gruppi indipendentisti, in vista di un possibile referendum per l’autonomia. Non a caso alcuni leader locali stanno da mesi bombardando i media con dichiarazioni ostili verso la governance danese, diffondendo anche sondaggi estremamente favorevoli all’indipendenza. Le manifestazioni degli ultimi giorni, per la verità, sembrano dire altro, ma la partita sarebbe comunque aperta. Tecnicamente la prima fase del percorso verso l’indipendenza sarebbe appunto la consultazione elettorale, poi sarebbe necessario un accordo fra Nuuk e Copenhagen. Ciò consentirebbe di portare più decisamente l’isola nella sfera di influenza statunitense, attraverso una serie di patti che sarebbero già stati predisposti dall’amministrazione Trump.
Non si tratterebbe comunque di un’annessione, come invece Trump sembra suggerire nelle sue recenti uscite pubbliche. Più volte il Presidente ha parlato di “pieno e totale controllo”. E, in effetti, la “proprietà” della Groenlandia sembra essere il reale obiettivo. Non si spiegherebbe altrimenti l’ostinazione con la quale i trumpiani stiano respingendo al mittente ogni ipotesi di accordo, di maggior coinvolgimento nella difesa dell’Artico o di altre iniziative volte a rafforzare la cooperazione tra alleati in ottica anti Russia e Cina.
È evidente che la convinzione di Trump sia di avere di fronte una controparte, l'Unione Europea, debole e non in grado di articolare una risposta efficace. Del resto, in questo senso va letto il costante lavoro di logoramento della costruzione europea che la nuova amministrazione statunitense porta avanti da inizio mandato, confidando nelle sponde offerte sul Vecchio Continente da leader e movimenti che condividono l'agenda trumpiana.
Ma allora, perché annettere la Groenlandia?
Se ne sta parlando a lungo delle “ragioni” per le quali sarebbero giustificate, o quantomeno comprensibili, le mire statunitensi, senza però che si riesca a trovarne di efficaci o almeno credibili. L’argomento più utilizzato dal presidente Trump, quello difensivo, sembra da un lato inconsistente (di questa minaccia russa ci sono oggettivamente ben pochi riscontri, mentre gli interessi cinesi sono dichiaratamente altri), dall’altro decisamente già compatibile con lo stato attuale delle cose. La Danimarca è un membro Nato, gli Usa hanno già propri militari in Groenlandia e un maggior coinvolgimento europeo nella difesa dell’Artico andrebbe nella direzione auspicata dalla Casa Bianca, non sarebbe certamente un favore al Cremlino. Su quest’ultimo punto, poi, i Maga ancora devono chiarire se considerano Putin una minaccia o un interlocutore credibile, cui affidarsi per l’Ucraina o dare un posto di rilievo nel board of peace.
Quelli che la sanno lunga, da settimane ci spiegano come le ragioni sarebbero principalmente economiche. Senza però specificare bene di cosa si tratterebbe, considerando non solo l'attuale situazione della Groenlandia (l'80% del territorio ricoperto da ghiaccio), sia l'aleatorietà delle stime sulle risorse potenzialmente sfruttabili, sia i tempi lunghissimi e le incognite legate al loro eventuale utilizzo. C'è poi la questione prospettica dello "scioglimento dei ghiacciai", che renderebbe più facilmente navigabile la zona, ma anche in questo caso l'annessione non sembrerebbe l'opzione numero uno, considerando la possibilità di intavolare discorsi bilaterali con l'Ue o la sola Danimarca. Neanche la costruzione del Golden Dome appare ragione sufficiente per creare una frattura di tale portata, come spiega bene Fritz Farrow su Abc.
C'è evidentemente una pretesa egemonica sull'intero emisfero, come ha confermato lo stesso Trump a Davos, che ridefinisce le prassi della politica estera statunitense. In questo contesto, nessuno può davvero sentirsi al sicuro o protetto da accordi di mutuo interesse, né da alleanze storicamente consolidate.
Qualche giorno fa, parlando del Venezuela, avevo condiviso una riflessione di un noto analista della CNN, secondo cui la Casa Bianca esercita il proprio potere semplicemente perché "può farlo". Donald Trump stesso ha esplicitato come si consideri sostanzialmente ab legibus solutus, rispondendo semplicemente alla propria moralità. Sta agendo di conseguenza, mettendo il mondo intero di fronte a uno scenario mai neanche ipotizzato prima.
C’è un’analisi del The New Yorker che focalizza bene la questione:
La Groenlandia non è una boutade ma un modello che spiega molto della politica estera di Trump: si tratta di un Presidente acchiappa-potere che guarda un territorio su una mappa e dice che lo vuole possedere. Trump non è stato in grado di articolare una motivazione per l’acquisizione della Groenlandia. […]
L’approccio di Trump al mondo non è l’isolazionismo che molti suoi sostenitori avevano celebrato quando è tornato alla Casa Bianca, promettendo una svolta “America First” lontano dall’internazionalismo liberale dei suoi predecessori, bensì una forma narcisistica di unilateralismo che proclama, a gran voce: posso fare quello che voglio, quando voglio e come voglio. La situazione in cui ci troviamo ora, quella di un Trump senza freni, apparentemente inebriato dall’uso della forza militare e deciso ad avvolgere la sua Presidenza nella gloria che ne deriverebbe, è esattamente il motivo per cui l’Europa ha ragione di temere per la Groenlandia. Sono pochi coloro che pensano che ci vorrebbero più di pochi minuti e qualche elicottero perché Trump ne prenda possesso, consegnandosi così alla storia come il leader che ha ridisegnato la mappa del Nord America.
A Davos Trump ha spiegato come non intenda usare la forza, senza però chiarire come spera di raggiungere il risultato prefissato e senza risparmiare minacce a quelli che teoricamente sarebbero ancora i suoi più fedeli alleati.
Mala tempora currunt, insomma. E la sensazione è che l'appeasement, il cedimento al ricatto di un bullo, sia la scelta migliore (con buona pace dei pontieri, di cui in Italia abbiamo la massima esponente). Sembrano averlo capito i leader europei e gli (ex) alleati di lunghissima data degli Usa, come dimostrano non solo i discorsi a Davos, ma anche il lavoro sul pacchetto di risposte da mettere sul tavolo, fosse anche solo come deterrenza, nelle interlocuzioni con Trump. Stanno capendo, forse, per citare il governatore della California, Gavin Newsom, che "Trump è un T-Rex, o lo affronti o ti divora".
E che probabilmente è ora di cambiare registro. Magari senza "assaltare i McDonald's", ma esisterà un'alternativa percorribile, no?