Lo strumento esiste già dal 2019 e si chiama contratto di espansione. È stato introdotto al posto del contratto di solidarietà espansiva e serve per accompagnare i programmi di riorganizzazione delle imprese con più di mille dipendenti. L’idea del governo è quella di rinnovare e modificare in parte questo strumento, modellandolo anche sulla base di quanto avverrà nel 2021 con la fine delle misure anti-Covid, a partire dalla cassa integrazione e dal blocco dei licenziamenti. Il Sole 24 Ore spiega che la discussione è ora al tavolo dei tecnici dei ministeri di Economia e Lavoro, che stanno tracciando gli scenari possibili per il 2021. A partire dell’ipotesi di migliorare il contratto di espansione, che altro non è che una sorta di scivolo per agevolare l’uscita dal lavoro con qualche anno di anticipo rispetto alla pensione.

Le soluzioni contro le crisi aziendali post-Covid

Il timore è che da aprile ci siano 250mila profili in uscita. E sulla base di questo si lavora in due direzioni. La prima strada è quella di ricorrere agli strumenti classici, come la cassa ordinaria, Cigs, eventualmente gli atti di recesso datoriali. La seconda strada è proprio quella del contratto di espansione, in vigore fino a dicembre ma in via sperimentale. Serve prima, però, un accordo tra il ministero del Lavoro e i sindacati. Qualche piccola modifica viene prevista già con questa manovra, con il possibile ricorso allo strumento nel 2021 anche per le aziende sopra i 500 dipendenti (e non più mille). Con questa modifica si arriverebbe a 917 imprese, con un costo intorno ai 120 milioni di euro.

Come funziona il contratto d’espansione

Attualmente il sistema è previsto per la riorganizzazione o la reindustrializzazione di un’impresa, previo accordo sindacale: l’azienda può così attivare 18 settimane di ammortizzatore, con una riduzione dell’orario di lavoro fino al 30%. Con questo meccanismo si vogliono gestire le uscite del personale a non più di 60 mesi (ovvero 5 anni) dalla pensione di vecchiaia o anticipata. Il contratto d’espansione si può attivare solo in cambio di nuove assunzioni, con i costi in parte a carico dello Stato e in parte del datore di lavoro. L’azienda paga l’incentivo all’esodo e il lavoratore percepisce la Naspi per un massimo di due anni dall’uscita. Il governo, inoltre, sta pensando di intervenire di nuovo sullo strumento, anche incentivandone il ricorso in vari modi, tra cui la possibilità di ampliare la platea delle imprese interessate estendendolo a quelle con 250 dipendenti.