“La tregua in Iran non basta, i prezzi di energia e carburante non caleranno per mesi”: l’analisi di Nicolazzi

Il cessate il fuoco in Iran è finalmente realtà, ma per chi ogni mattina si ferma al distributore la tregua sembra non essere mai arrivata. Se le ostilità sono rallentate, infatti, i cartelli dei benzinai restano inchiodati a cifre da economia di guerra. Ma perché il cessate il fuoco tra Iran e Usa-Israele non si traduce immediatamente in uno sconto sul pieno di gasolio e della benzina? La verità è che il mercato dell'energia non è un interruttore che si accende e si spegne: tra la firma di un trattato e il calo delle bolletta o del "pieno" si nasconde un labirinto di logistica, assicurazioni e e speculazioni finanziarie.
Per capire quanto tempo dovremo ancora aspettare prima di vedere una vera normalizzazione, abbiamo interpellato Massimo Nicolazzi, uno dei massimi esperti di geopolitica dell'energia. Con lui abbiamo scavato dietro i numeri del prezzo del barile, scoprendo che la strada verso i costi "pre-guerra" è molto più in salita di quanto sperassimo. Se il petrolio potrebbe subire una flessione in tempi relativamente brevi, per il gas la situazione è più complessa: i danni strutturali agli impianti potrebbero mantenere i prezzi alti per anni.

Professor Nicolazzi, partiamo da quello che vedono tutti: dopo l'inizio del cessate il fuoco tra Iran e USA-Israele il prezzo del barile scende nei mercati internazionali, ma alla pompa di benzina la differenza è minima. Perché questa discrepanza?
Guardi, il petrolio in questi giorni è estremamente volatile: un momento va in orbita, quello dopo flette, ad ogni modo siamo ancora intorno ai 100 dollari al barile ed è difficile fare medie affidabili. Il governo ha provato a contenere i rincari con lo sconto sulle accise, ma non siamo affatto fuori pericolo. Dobbiamo però relativizzare: tra il 2011 e il 2014 abbiamo avuto il petrolio sopra i 100 dollari per tre anni filati e siamo sopravvissuti. Anzi, i 100 dollari di allora, con l'inflazione, varrebbero circa 150 dollari di oggi.
Pochi giorni fa è stato siglato un accordo per un cessate il fuoco in Iran. Che ripercussioni dobbiamo aspettarci per il prossimo futuro?
Prima di tutto dobbiamo vedere se questo cessate il fuoco regge davvero. Dal punto di vista del mercato e dei consumatori, l'unica cosa che conta è quello che passa dallo Stretto di Hormuz: se per ragioni di sicurezza impongono un limite di 15 navi al giorno, per il mercato è come se lo stretto fosse ancora chiuso. Se e quando riprendesse la piena navigabilità, il prezzo del petrolio probabilmente "si affloscerebbe" velocemente. Per il gas, invece, la situazione è molto più grave.
Perché per il gas è diverso? C'entrano i bombardamenti agli impianti?
Esattamente. A Ras Laffan (una delle maggiori strutture di esportazione di GNL al mondo, in Watar, ndr) i bombardamenti hanno causato danni strutturali seri. Per rimettere in pista l'impianto potrebbero volerci 5 o 6 mesi, ma per ricostruire i "treni" (le unità di liquefazione) distrutti potrebbero volerci anni. Non dimentichiamo che da lì arrivava il 10% del nostro gas totale. Per questo il gas rimarrà caro e difficile da reperire molto più a lungo del petrolio.

L'andamento dei prezzi dell'energia dipende solo dalle scorte o anche da meccanismo di speculazione?
C'è un equivoco di fondo. Quello che voi vedete sui siti di informazione è la quotazione del "future" (il contratto per il mese prossimo), non è il prezzo reale della merce fisica che viene scambiata oggi. In questo momento, a causa delle restrizioni sull'offerta, molti carichi di petrolio vengono venduti con un sovrapprezzo di 20-30 dollari al barile in più rispetto al valore che leggete sugli schermi. In pratica, il prezzo all'ingrosso che vede il consumatore è spesso molto più basso di quello che chi compra il petrolio paga realmente per avere la nave.
Quindi è per questo che il prezzo alla pompa non crolla?
Certo. Il prezzo di riferimento non è sceso davvero. È stato un giorno a 118-119 dollari, poi è tornato a 100, mica a 60. Noi ci accorgeremo che la benzina scende davvero solo quando il barile "atterrerà" stabilmente intorno agli 80 dollari.
Oltre alla materia prima, ci sono altri costi "nascosti" che tengono i prezzi alti?
Assolutamente sì, e pesano tantissimo. Per rilassarsi, i mercati hanno bisogno della certezza assoluta che lo Stretto di Hormuz sia sicuro. Oggi, se porti una petroliera in quella zona, le assicurazioni ti chiedono cifre astronomiche perché il rischio è altissimo. I noli delle navi (il costo del trasporto marittimo) sono saliti anche del 300% in questo periodo. Anche se il petrolio scende, trasportarlo e assicurarlo costa così tanto che il prezzo finale per noi resta molto elevato.
Un'ultima domanda: in questa crisi gli Stati Uniti stanno aumentando moltissimo le vendite di gas. Sono loro a guadagnarci di più?
Sì e no, bisogna distinguere. Negli Stati Uniti il gas costa circa un sesto rispetto all'Europa. Con questa differenza ci paghi comodamente il trasporto e la rigassificazione. Ma chi sta facendo soldi a palate sono i grandi traders, non necessariamente i produttori americani. Gli impianti USA spesso lavorano in "contolavorazione" o vendono il gas al porto (prezzo FOB). Sono i trader che comprano in America e rivendono in Europa a prezzi folli a guadagnarci davvero.
E per il petrolio?
Lì il discorso cambia. Gli Stati Uniti hanno raggiunto livelli record di esportazione di petrolio e prodotti raffinati perché lì lucrano direttamente sul prezzo internazionale. Si parla addirittura del 30% della loro produzione che viene esportata. In quel caso sì, il profitto è più diretto.