Non ci risulta che ne abbia parlato Matteo Salvini a Pontida, nei suoi strali bellicosi contro il governo Conte. Non ci risulta l’abbia menzionata Luigi Di Maio, nel proporre un patto civico per le elezioni regionali umbre al Partito Democratico. Non ci risulta ne abbia fatto parole Nicola Zingaretti, nel rispondere a Di Maio. E non ci risulta ne abbiano parlato Renzi e i renziani, in uscita dal Pd. E dire che i dati sono tutti lì, a raccontarci di una crisi economica che sta arrivando, come un domino inarrestabile: dagli Stati Uniti che impongono dazi alla Cina, che smette di comprare automobili dalla Germania, che smette di importare componenti dall’Italia.

La banalizziamo, come se la spiegassimo a un bambino di sette anni, ma se volete abbiamo anche i numeri. Che raccontano della peggior frenata del commercio globale, nei primi tre mesi del 2019, dai tempi della Grande Recessione del 2008. Di una Cina che nel secondo trimestre si è fermata al 6,2% di crescita del Pil, che sembra tantissimo, vista da qua, ma è la peggior performance per l’economia cinese dall’inizio degli anni ’90 a oggi. Di una Germania che nel terzo trimestre dell’anno, con ogni probabilità, entrerà in recessione tecnica, con tre mesi consecutivi di calo del prodotto interno lordo, a loro volta causati dal crollo dell’export. Di un’Italia che a luglio, anno su anno, ha fatto segnare -14% di produzione industriale nel settore dell’automobile. Fate voi uno più uno.

Di fronte a tutto questo, in un Paese che ha già 158 crisi industriali aperte e 200mila posti di lavoro a rischio ci aspetteremmo uno straccio di reazione dalla politica. E invece, niente, come se niente fosse. Con la politica che si occupa di se stessa e delle sue beghe – le adunate oceaniche, le alleanze, le scissioni, la legge elettorale – in una corsa a chi è più autoreferenziale, che sarebbe ridicola quand’anche fossimo la locomotiva economica del pianeta. In Germania, per dire non si parla d’altro. Qui da noi, nemmeno un rigo.

Anzi, è a dirla tutta è peggio ancora: perché di fronte a una crisi continentale Matteo Salvini continua a mettere distanza tra l’Italia e il resto d’Europa, irridendo Macron, Merkel e la nuova Commissione Europea, quando invece ci sarebbe bisogno di unità d’intenti e di risposte comuni a una recessione che si annuncia perlomeno continentale. Lo stesso fanno Di Maio e i Cinque Stelle, che trovano il tempo pure per andare a colpire Atlantia, come se la revoca delle concessioni autostradali a una società che fa 11 miliardi di fatturato e occupa 31mila persone fosse la vera emergenza dell’Italia, come se il problema del Paese fosse chi fa profitto e non chi non riesce a farne. Lo stesso fa Il Pd, del resto, che nonostante abbia tra le sue fila il ministro all’economia italiano e il commissario europeo all’economia – Roberto Gualtieri e Paolo Gentiloni, rispettivamente – non riesce a produrre uno straccio d’idea sul futuro economico del Paese, o se le produce se le tiene tutte per se, come se il popolo non fosse degno di sentir parlare d’altro che non siano migranti e sicurezza.

Il risultato? Il solito: che quando davvero arriverà la crisi non sapremo cosa metterci. Che da brave cicale stiamo continuando a spendere soldi che non abbiamo per bandiere ideologiche che non servono a nulla – ottanta euro, quota 100, reddito di cittadinanza, scegliete voi in che ordine – se non a ingrossare l’ego e il consenso di chi le ha fatte diventare legge, mentre invece tutti quei soldi servirebbero oggi a tagliare il costo del lavoro, o a ridurre le tasse alle imprese, a incentivare gli investimenti privati o a far partire un po’ di investimenti pubblici. Anche qui, scegliete voi.

Colpa loro? Non solo. Siamo noi per primi, sindacati e imprenditori, madamine e disoccupati, che dovremmo scendere in piazza per protestare contro l’inazione della politica tutta, contro la sua distanza dalla realtà, sempre più accentuata, sempre più patologica. Per chiedere anche solo un po’ di attenzione verso un Paese che non può permettersi di sprofondare in recessione per la terza volta in dieci anni. Per pretendere idee, progetti, programmi, provvedimenti in grado di invertire la rotta e salvare la vita alle imprese e i posti di lavoro alle persone. Spiacenti, ma non si può cambiare canale alla realtà. Si può solo scegliere di non esserne più spettatori passivi.