Opinioni
12 Dicembre 2011
20:07

La crisi e le lacrime di coccodrillo

Moody’s insoddisfatta dei risultati del vertice di Bruxelles e mercati di nuovo in alto mare. Oltre al rigore, ora serve maggiore coraggio da parte italiana anche in sede europea.
A cura di Luca Spoldi

Giornata priva di grandi dati eppure i listini azionari europei e di Milano in particolare continuano a perdere terreno, mentre Btp (e Bonos) vanno in altalena con titoli a breve scadenza che recuperano moderatamente terreno e titoli a lungo termine in calo, con nuovo allargamento dello spread, il tutto nel giorno in cui dall'asta dei Bot a 12 mesi giungono segnali discreti (7 miliardi collocati, il massimo previsto, a fronte di 13,472 richiesti, ad un tasso in calo al 5,952% rispetto al 6,087% toccato a novembre). Cosa è successo? Semplicemente che il copione del gioco delle parti non cambia da mesi e dopo l’ennesimo (il sedicesimo in meno di due anni) vertice “risolutivo” sulle crisi del debito sovrano tenutosi a Bruxelles tra giovedì e venerdì scorso nel weekend l’agenzia di rating Moody’s ha fatto due conti e ribadito che le misure annunciate sono tutto meno che risolutive e che di conseguenza potrebbe tagliare i tassi dei principali paesi dell’Eurozona nei mesi a venire.

Anche perché la tanto sbandierata (da Frau Merkel) “unione fiscale” a 23 paesi non è affatto tale: piuttosto la Germania ha definitivamente spento ogni resistenza a livello europeo al varo di una serie di strette fiscali fortemente pro cicliche dimostrando da un lato di non aver intenzione di pagare il conto per i consumi altrui (e questo potrebbe sembrare corretto) dall’altro di possedere un’intransigenza al limite della stupidità, temperata appena da qualche “concessione” che tra le righe pare essere stata fatta alla Banca centrale europea per pilotare i tassi ancora più in basso e così facendo far deprezzare l’euro. Non è in verità una gran concessione perché il teorema secondo cui dalla crisi si esce inondando di liquidità il mercato e svalutando la divisa unica così da spingere le esportazioni è esattamente il modello di crescita adottato da Berlino nell’ultimo paio d’anni, con qualche passo falso non da poco, come la decisione iniziale di far partecipare “volontariamente” banche e investitori privati ai default “selettivi” dei periferici, a cominciare da quello della Grecia (che pare aver ripreso trattative serrate per chiudere definitivamente l’operazione di concambio delle vecchie emissioni in scadenza con nuovi titoli a lungo termine, a tassi inferiori a quelli di mercato per quanto elevati, in cambio della rinuncia al rimborso di metà del capitale sottoscritto), che ora Berlino disconosce chiedendo che i bondholder privati non debbano pagare ulteriori costi (almeno fino al prossimo cambio di opinione).

Eppure non è solo un problema di cattiva comunicazione e di incertezze e lungaggini nella gestione della crisi: il problema sta a monte, nella capacità di fare scelte che consentano di ottenere una crescita sufficientemente robusta, per nulla scontata come già ricordava ad esempio l’amico Maurizio Piglia, gestore di fondi pensione e dunque abituato a ragionare sul lungo termine. Purtroppo negli ultimi 12 anni la crescita del Nord Europa (Germania in testa) è stata finanziata via via da un crescente indebitamento del Sud Europa: i paesi che ora guardano dall’alto in basso gli “scialacquoni” meridionali sono stati quelli che per primo hanno beneficiato dei loro consumi (e che ora stanno sostituendo questi mercati, ormai spremuti come limoni e alle prese con le “virtuose” strette fiscali dagli effetti depressivi). Se il discorso vi suona familiare anche in ambito nazionale non avete torto.

Sottolineare continuamente il problema legato al debito (peraltro grave in paesi come l'Italia dove il debito/Pil è pari al 120% ed è chiaramente insostenibile a lungo termine) serve a distogliere l’attenzione da un altro problema altrettanto se non più grave: quello di uno squilibrio della bilancia dei pagamenti interni all’Eurozona che nessuno intende affrontare per ora o almeno non i tedeschi, visto che per riequilibrare tale squilibrio dovrebbero incentivare i propri consumi e acquistare più beni e servizi prodotti da altri paesi europei, Italia, Grecia e Spagna comprese. Siccome però le colpe di una situazione che si trascina da oltre un decennio non sono mai di una sola parte, è ovvio che ove mai Berlino fosse disposta (e al momento non lo è) a riequilibrare gli squilibri commerciali esistenti sarebbe necessario che l’Italia (o qualsiasi altro paese) disponesse di beni e servizi di qualità e all’avanguardia che possano essere competitivi rispetto a quelli tedeschi (o di altri paesi). E qui casca l’asino: l’Italia non ha da anni alcuna politica economica, né energetica, né investe in innovazione e anzi vede 45 mila dottorandi e ricercatori trasferirsi ogni anno all’estero (in Germania, Francia e Inghilterra oltre che negli Stati Uniti) e lì portare i frutti delle loro ricerche. O quando dispone di brevetti li cede perché le nostre aziende sono costantemente sottocapitalizzate rispetto ai concorrenti persino quando si tratta di punte di eccellenza.

Pensate alla Ferrari: nei primi nove mesi dell’anno ha registrato un fatturato di 1.605 milioni di euro (+18,9%), consegnando 5.165 vetture (+12,3%). Ottimo risultato: peccato solo che nello stesso periodo Porsche ha aumentato i ricavi dell’80% a 2,1 miliardi di euro circa, vendendo 21.218 vetture. Domanda: se doveste scommettere un euro su chi acquisterà chi da qui a 20 anni, quale nome fareste, Ferrari o Porsche? Per modificare questa e altre situazioni analoghe l’unica soluzione oltre ai “virtuosismi” fiscali che pagheremo duramente tutti (ma che saranno equi solo se li pagheremo tutti e non solo “i soliti noti”, ossia con l'eccezione di santa romana chiesa, sindacati, partiti politici, banche, evasori e amici vari di cui ogni giorno sembra crescere l’elenco) l’unica arma a disposizione di Mario Monti non è tanto utilizzare ancora la leva fiscale portando magari a 2 euro al litro la benzina, bensì usare un minimo di moral hazard e ricordare a tutti, Frau Merkel compresa, che l’Italia è “too big to fail” e che ormai non c’è neanche più l’alibi di un governo inetto e corrotto o di una cattiva volontà popolare. Se sacrifici dovremo fare è utile che li si faccia tutti, anche chi come Berlino per anni ha beneficiato della nostra dissolutezza, cedendo qualche punto di rigore in nome della realpolitik e della riconquista della stabilità dei mercati (che non possono aspettare i tempi lunghi della politica europea e i suoi continui tentennamenti). Se poi nel frattempo la crisi servirà (come è possibile) per eliminare dalla scena economica e finanziaria europea ed italiana i gruppi più deboli che da anni si trascinano grazie ad amicizie e relazioni e non grazie ai propri meriti, io non piangerò di certo, semmai auspicherò che venga data ai lavoratori di tali gruppi la possibilità di riqualificarsi e trovarsi un'altra occupazione, per non far pagare solo a loro i costi della crisi.

Luca Spoldi nasce ad Alessandria nel 1967. Dopo la laurea in Bocconi è stato analista finanziario (è socio Aiaf dal 1998) e gestore di fondi comuni e gestioni patrimoniali a Milano e Napoli. Nel 2002 ha vinto il Premio Marrama per i risultati ottenuti dalla sua società, 6 In Rete Consulting. Autore di articoli e pubblicazioni economiche, è stato docente di Economia e Organizzazione al Politecnico di Napoli dal 2002 al 2009. Appassionato del web2.0 ha fondato e dirige il sito www.mondivirtuali.it.
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