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24 Maggio 2022
08:04

Forchielli: “Sta arrivando la tempesta perfetta dell’economia globale, ecco come possiamo salvarci”

Doveva essere l’anno della ripresa, il 2022, e invece c’è chi dice che sarà l’anno dell’apocalisse economica. Secondo Alberto Forchielli, “andiamo incontro a un periodo di stagflazione e migrazioni”. A meno che l’effetto post Covid non ci tiri fuori dai guai. O che finisca la guerra tra Russia e Ucraina.
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Alberto Forchielli.
Alberto Forchielli.

“Mica facile dipanare la matassa”. Anche per uno come Alberto Forchielli è dura capirci qualcosa, della situazione economica che abbiamo di fronte. Economista e imprenditore,  35 anni di esperienza da giramondo tra sud est asiatico, Cina e Stati Uniti, consigliere particolare del ministro della difesa, del bilancio e degli affari esteri, per anni alla World Bank e poi responsabile di Finmeccanica per tutta l’area Asia/Pacifico, Forchielli è attualmente è partner fondatore di Mindful Capital Partners. E dal suo osservatorio, prova a spiegare a Fanpage.it cosa sta succedendo – e cosa succederà – tra una pandemia che sta finendo e una guerra che sembra appena cominciata: “Partiamo dal concetto che questa è la tempesta perfetta”.

In che senso tempesta perfetta?

Nel senso che andiamo incontro a un periodo di stagflazione, associato a un importantissimo flusso migratorio.

Alt, andiamo con ordine: cosa significa “stagflazione”?

La stagflazione è un periodo di inflazione accentuata, accompagnata da una forte decrescita economica. Non è la solita inflazione, insomma.

Spieghi meglio.

L’inflazione classica, chiamiamola così, generalmente si accompagna alla crescita economica. Succede quando a causarla è un eccesso di circolazione di moneta. C’è troppo denaro in giro, quindi tu hai alta crescita e alta inflazione.

E la stagflazione, invece, da cosa è generata?

È l’aumento del prezzo delle materie prime che fa partire la stagflazione. Se aumenta il prezzo delle materie prime, aumenta il prezzo di tutto il resto, ma contemporaneamente si decurtano gli utili delle imprese. Quindi c’è meno denaro per gli investimenti, e meno denaro per i consumi. È già successo negli anni 70, dopo la guerra dello Yom Kippur tra Israele e i Paesi arabi, quando i Paesi arabi associati all'Opec decisero un embargo nei confronti dei paesi maggiormente filoisraeliani, tra cui l’Italia. Andavamo tutti in bicicletta in quegli anni, la benzina era razionata.

Anche oggi c’è di mezzo una guerra, in effetti…

In realtà, buona parte della crescita del prezzo delle materie prime è legata al Covid, ai lockdown, alla distruzione degli scambi commerciali – con i container diventati introvabili e che oggi costano dieci volte tanto rispetto a soli due anni fa – che ha generato un shock d’offerta, sotto forma di una indisponibilità di materie prime e componenti.

Quindi l’invasione della Russia in Ucraina non c’entra nulla?

C’entra eccome, ma si giustappone a una crisi che già esisteva. Il prezzo del petrolio, ad esempio, stava già crescendo prima della guerra, ma è schizzato sopra i 100 dollari al barile dopo che Putin ha varcato il confine ucraino. Principalmente, la guerra ha fatto impennare il prezzo del gas. Il prezzo del gas ha fatto impennare il prezzo dell’energia elettrica. E il prezzo dell’energia elettrica  ha fatto impennare il prezzo di tutto resto. E ci ha portato l’inflazione di oggi, con l’Italia che è quasi al 6% e gli Stati Uniti che stanno all’8,5%.

Eppure Joe Biden proprio ieri ha detto di non vedere alcun rischio di recessione globale…

Potrebbe avere ragione, in effetti.

Un momento: ma non era la tempesta perfetta?

Sì, però la domanda post Covid è ancora molto forte. È vero: c’è quest’inflazione che dovrebbe decurtare investimenti e consumi. Ma per ora, sorprendentemente, stanno tenendo. Tant’è che tutte le istituzioni finanziarie globali prevedono per quest’anno un dimezzamento della crescita, non una nuova fase recessiva.

Come mai succede questo, secondo lei?

Succede perché la gente ha voglia di spendere e investire quel che non è riuscita a spendere negli ultimi due anni. Prova a prenotare un ristorante qui in Italia, dove la situazione è pessima: non trovi un posto.

Secondo lei questo effetto post-covid è un antidoto temporaneo alla crisi, destinato a finire presto, o potrebbe essere in grado di portarci fuori?

È un effetto che potrebbe portarci fuori. In fondo, alla crescita globale manca ancora tutta l’Asia, che è ancora alle prese col Covid, e manca un gran pezzo d’America perché con Omicron ci sono  ancora un sacco di ammalati. Ecco perché nonostante i dati siano pessimi, le crescite vengono ridotte ma non invertite.

Di solito, quando c’è una fase di forte inflazione le banche centrali alzano i tassi d’interesse. Come mai accade questo? E può funzionare pure in una fase di stagflazione?

Si, per combattere l’inflazione le banche centrali alzano i tassi d’interesse – che oggi sono bassissimi – per far costare di più il denaro.  Però questa operazione ha un effetto negativo sulla domanda immobiliare e aumenta il costo del capitale delle imprese che investono, nonché la domanda dei beni durevoli. Quindi sì, pure in stagflazione si possono aumentare i tassi. Ma si rischia di deprimere ulteriormente un’economia già depressa dall’aumento dei prezzi delle materie prime.

Non ci resta che il Pnrr…

Il Pnrr avrà sicuramente un effetto mitigante sullo shock di offerta che stiamo subendo. Però attenzione: non è un di più rispetto alle previsioni di crescita che stiamo vedendo, ma sta già nel 2,5% di aumento del Più delle ultime previsioni, così come stava nel +4% di qualche mese fa. Sarà necessario per darci un po’ di sollievo, il Pnrr. Ma non sarà sufficiente per tirarci fuori dai guai. Anche perché c’è un altro enorme problema in arrivo, di cui non abbiamo ancora parlato.

Quale?

La carestia del grano. Tutti i Paesi del nord Africa come Tunisia, Algeria, Marocco ed Egitto vivono di carboidrati e li prendono al 75% da Ucraina e Russia. Si tratta di Paesi che non se la passano bene e che, come abbiamo già sperimentato, hanno un enorme surplus di manodopera. Appena le riserve di grano finiranno, al più tardi quest’inverno, io mi aspetto un ondata migratoria formidabile.

Non possono prendere il loro grano altrove, questi Paesi? Se la Russia e l’Ucraina smettono di produrre e commercializzare il grano, qualcun altro potrebbe approfittarne, no?

Non è che ci sono tutti questi produttori, in giro per il mondo. E quelli che ci sono, come l’India ad esempio, hanno bloccato l’export. Ci sarebbe pure il Canada, ma in quest’ultima primavera c’è stata una grande siccità. Stiamo attenti: tutto questo non vuol dire solo migrazioni, vuol dire anche primavere arabe e colpi di Stato, un’instabilità politica che ci costerà ulteriormente.

A meno che non spingiamo Russia e Ucraina a fare la pace.

La scommessa di Putin sta proprio qua: che l’Occidente non si possa permettere di sostenere l’Ucraina fino alla vittoria.

È una scommessa che Putin sta vincendo o perdendo?

Potrebbe vincerla. Noi adesso stiamo pure mantenendo l’Ucraina, che è rimasta di fatto priva di economia, e ci costa carissima. Tanto per mettere sul tavolo due numeri: stiamo sfamando 44 milioni di persone. E se ciascuno di loro mangia in un anno per 10mila dollari parliamo di 440 miliardi all’anno da destinare loro lo per la sopravvivenza. Puoi farcela per qualche mese, forse per un anno. Di più diventa difficile.

Di fatto, sta dicendo che le sanzioni stanno facendo più male a noi che a Putin?

Sto dicendo che a noi stanno facendo malissimo.  Non è facile sanzionare un Paese come la Russia e fare come se non esistesse più. È il maggior produttore di idrocarburi e cereali al mondo e pretendi di eliminarlo come se non esistesse. Intendiamoci: io tifo per l’Ucraina e vorrei che vincesse la guerra. Ma questo mix di recessione e migrazioni farà vincere senza alcun dubbio Lega e Fratelli d’Italia alle elezioni del 2023.

A meno che non facciamo in modo che la guerra finisca alle condizioni di Putin…

In Russia i ricavi sono gli stessi, continuano a vendere petrolio e gas, e lo fanno a prezzi altissimi. Inoltre le sanzioni permettono alla Russia di fare avanzi commerciali altissimi: hanno un afflusso di valuta straniera che non si era mai visto prima.

Domanda ingenua, forse: il presidente Usa Joe Biden non lo poteva immaginare, che sarebbe andata a finire così? O lo sapeva, e l’ha messo in conto?

Biden forse pensava che la guerra potesse risolversi in fretta. Come allo stesso modo, curiosamente, ha fatto Putin con l’Ucraina a febbraio: loro sperano di costringerlo al tavolo delle trattative così come lui pensava di portarci Zelensky. Da sconfitto. A occhio, devono sperare di aver fatto i calcoli meglio di quanto li abbiano fatti a Mosca.

E la Cina?

Anche la Cina in tutto questo sta rifacendo i calcoli. Pensavano Putin fosse un genio e invece hanno capito che è incapace di vincere una guerra in una settimana, con una tecnologia bellica che si è rivelata disastrosa, e che peraltro è la stessa che si è comprata Pechino. La Cina non vuole la guerra, e fa pressione sulla Russia affinché si sieda al tavolo delle trattative. Il problema è che non può dirlo, perché Xi Jinping, con la rielezione in programma quest’autunno non può smentirsi clamorosamente. Anche questa, a suo modo, è una nuvola nella tempesta perfetta dei prossimi mesi.

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