Il decreto liquidità ha "bluffato": l’Europa può stare tranquilla perché i 400 miliardi mobilitati dal governo Conte rischiano di non essere mai utilizzati. Le parole enfatiche del governo – “si tratta di una misura storica”, è stato il commento più sobrio – rischiano di rivelarsi un boomerang epocale.

Le misure creditizie messe a disposizione delle imprese rischiano infatti di rimanere in moltissimi casi inutilizzate. I motivi sono semplici: per i finanziamenti superiori a 25.000 euro la concessione è subordinata alla valutazione del merito creditizio da parte delle banche basata “sulla situazione finanziaria pre-crisi e non sull’andamento degli ultimi mesi, segnati dal Covid-19”; una formula vaga che attribuisce un enorme potere discrezionale al sistema bancario che, secondo le regole di Basilea – quelle che disciplinano l’erogazione creditizia -, valuta “in base alla situazione finanziaria pre-crisi”.

Per l'appunto, nella situazione finanziaria pre-crisi le banche già non erogavano fidi: perché le nostre piccole imprese sono, nella maggior parte dei casi sottocapitalizzate. Perché i ricavi sono “annacquati”. E infine perché, sono sovraindebitate: in media, le imprese italiane hanno un capitale proprio pari alla metà del capitale che chiedono in prestito ad altri. Magari ci sbagliamo, ma è difficile che qualche piccola impresa possa aver accesso a questi finanziamenti.

Vero, direte voi, ma ci sono anche i finanziamenti fino a 25.000 euro, quelli garantiti al 100% dallo Stato. Quelli per cui il decreto prevede l'erogazione automatica delle banche alle piccole e medie imprese fino a 499 dipendenti, compresi professionisti, negozianti, autonomi e piccoli imprenditori.

Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, nella conferenza stampa di presentazione del provvedimento, ha dichiarato che i finanziamenti, benché garantiti al 100% dallo Stato, saranno messi a disposizione “subito e senza aspettare l’ok del Fondo”. Peccato che non abbia specificato però quanto previsto all’art.14 e cioè, semplificando, che le garanzie statali non saranno rilasciate per quelle imprese che, anteriormente al 30 gennaio 2020, avevano una posizione classificata in uno dei seguenti modi:

  • di sofferenza, cioè con crediti la cui totale riscossione non è certa poiché i soggetti debitori si trovano in stato d’insolvenza (anche non accertato giudizialmente) o in situazioni sostanzialmente equiparabili.
  • di partite incagliate, cioè con esposizioni verso affidati in temporanea situazione di obiettiva difficoltà che, peraltro, possa essere prevedibilmente superata in un congruo periodo di tempo.
  • di esposizioni scadute o sconfinanti, cioè esposizioni che sono scadute o eccedono i limiti di affidamento da oltre 90 giorni e oltre una predefinita soglia di rilevanza
  • di inadempienze probabili,  cioè esposizioni per le quali la banca valuta improbabile, senza il ricorso ad azioni quali l’escussione delle garanzie, che il debitore adempia integralmente le sue obbligazioni creditizie, a prescindere dalla presenza di eventuali  rate o importi scaduti e non pagati.

È una scelta, quest'ultima, che ha una sua logica: le  banche avrebbero potuto approfittare della garanzia statale (tra il 80% e il 100%) per trasferire il rischio insolvenza di molte delle imprese loro affidatarie dai loro conti economici alle nostre tasche di contribuenti. Piccolo problema: in quelle quattro categorie rientra una larga parte delle piccole e medie imprese italiane.

Ricordiamo che tra le “sofferenze” possiamo trovare anche segnalazioni di imprese (tante) che, in questi ultimi anni, hanno portato come attori (e non convenuti) le banche in tribunale per vedersi riconosciuti i loro diritti a fronte di abusi commessi (anatocismo, ecc…). E che tra le “esposizioni scadute o sconfinanti” possiamo trovare anche imprese che da più di 90 giorni non sono riuscite ad onorare anche una sola rata del finanziamento ottenuto.

Ricordiamo infine che tra le “inadempienze probabili” possiamo trovare anche imprese che sono solo “sospettate” di attraversare un periodo di crisi finanziaria. Un numero? Secondo i dati di Bankitalia nel quarto trimestre 2019 solo nella categoria “sofferenze” erano segnalate circa 271.000 imprese su un totale di 4,3 milioni censite dall’Istat (6%). E a fine giugno 2019 le consistenze dei crediti deteriorati (la somma delle 4 categorie) erano di circa 177 miliardi di euro. In altri termini, volendo esasperare, è come se ogni impresa italiana avesse mediamente un “credito deteriorato” di 40.000 euro circa. Se queste sono le premesse, la cura del governo per l'economia italiana bloccata dalla pandemia rischia di essere un bicchiere d'acqua fresca.