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CGIA: “La Pubblica Amministrazione deve ancora pagare 60miliardi alle imprese”

Il record negativo nei pagamenti dei fornitori appartiene al Comune di Catanzaro con 144 giorni di ritardo.
A cura di Davide Falcioni
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Ammonta a 60 miliardi di euro il debito che la pubblica amministrazione deve ancora saldare con le imprese italiane. Secondo quanto denuncia la CGIA di Mestre i peggiori pagatori sono i comuni. Il record negativo appartiene a quello di Catanzaro (144 giorni di ritardo), ma male anche l'Asl del Molise (126 giorni oltre la scadenza) e il Ministero dell'Economia (82 giorni dopo il termine pattuito).

Malgrado la legge imponga alla pubblica amministrazione di pagare i debiti ai fornitori con tempi compresi tra i 30 e i 60 giorni, secondo la CGIA una parte rilevante dei principali Comuni capoluogo di provincia, delle Regioni, dei Ministeri, delle grandi Asl e di alcuni enti pubblici continua a non rispettare questa scadenza. Dalla fotografia dell'associazione, che ha esaminato i siti web delle p.a. che per la prima volta entro lo scorso 30 aprile avevano l'obbligo di pubblicare la tempestività dei propri pagamenti riferiti al primo trimestre di quest'anno, emerge una situazione "a macchia di leopardo".

Alcuni ministeri, Asl e Comuni presentano dei ritardi inaccettabili, le Regioni e alcuni enti pubblici hanno "sforato" in misura abbastanza contenuta o hanno addirittura saldato i propri fornitori in anticipo rispetto ai termini contrattuali. "In questa elaborazione – spiega il segretario della Cgia Giuseppe Bortolussi – abbiamo consultato solo un piccolo campione di soggetti pubblici e pur riconoscendo che le difficoltà e i tagli hanno ridotto le possibilità di spesa delle amministrazioni pubbliche, non è giustificabile che una buona parte dei soggetti monitorati, a distanza di quasi 2 mesi e mezzo dalla scadenza prevista per legge, non abbia ancora pubblicato sul proprio sito internet alcun dato. Ancora una volta, quando la P.a. è obbligata a rendere conto ai cittadini-contribuenti del proprio operato, la trasparenza, spesso invocata a parole dai politici o dai dirigenti pubblici, stenta ad affermarsi nei fatti".

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