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La sindrome dell’impostore è il vero problema della sinistra italiana

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Il vero problema del Campo Largo non è l’assenza di leader, ma la convinzione di essere in testa ai sondaggi quasi per sbaglio, per le divisioni altrui, senza alcun merito.

Le definizioni, prima di tutto. La sindrome dell’impostore è una condizione psicologica in cui una persona dubita costantemente dei propri successi, che attribuisce alla fortuna, o a circostanze peculiari e non al proprio merito. Ecco: è un po’ questa la malattia che soffre il centrosinistra, o campo largo, o coalizione delle opposizioni, oggi: è in vantaggio nei sondaggi tra le coalizioni, maggioranza relativa tra i blocchi che si contrappongono ai nastri di partenza della campagna elettorale per le prossime elezioni, ma si comporta come se lo fosse per caso, come se nessuno davvero la preferisse, come se quei sondaggi fossero finti, illusori, artefatti, pronti a essere smentiti in qualunque momento. Come se i suoi leader e i suoi elettori fossero i primi a non crederci veramente.

È una condizione che ha le sue motivazioni, intendiamoci. Nel mondo soffia un vento fortissimo verso destra, in Europa ancora di più, e non c’è un’elezione, dalla Germania al Brasile, sino alla Spagna, in cui non si celebra o si attesta o si preconizza un risultato clamoroso delle destre più estreme. In più, a casa nostra, Fratelli d’Italia è ancora saldamente il primo partito, e, nonostante una congiuntura economica terribile e quattro anni di governo non certamente esaltanti, ha ancora i consensi del 2022.

Eppure, la destra, seppur di poco, è sotto, da mesi. È dalla sconfitta al referendum sulla giustizia – in cui la riforma costituzionale del governo è stata bocciata da 15 milioni di italiani – che non vincerebbe le elezioni in qualunque simulazione, nonostante abbia approvato in fretta e furia una legge elettorale a lei apparentemente più favorevole come il Melonellum o Stabilicum che si dir si voglia.

C’entra la nascita di Futuro Nazionale e l’ascesa di Roberto Vannacci? Certo che c’entra. Esattamente come nel 2022, quando vinse Meloni, giocò la divisione in tre parti di chi alla destra si contrapponeva, che sommato avrebbe preso più del 50% dei consensi circa, e che invece regalò a Meloni e soci, che si fermarono al 42%, una delle più ampie maggioranze parlamentari di sempre. L’ha candidamente ammesso anche il responsabile organizzativo Giovanni Donzelli, ieri, al Festival Rumore di Fanpage. Però nessuno mise in dubbio, allora, la legittimità della vittoria di Meloni, né tantomeno si sminuì la svolta a destra dell’Italia. Nessuno disse che vinsero nonostante soffiasse nel Paese un vento di sinistra.

Ecco, però: forse più che chiederci il perché di questa sindrome dell’impostore, dovremmo provare a misurarne gli effetti, negli atteggiamenti e nei timori di chi il centrosinistra lo guida. Timoroso anche solo di dire qualcosa di sinistra, o anche solo di dire qualcosa, per paura che gli elettori si accorgano che esista, che si scopra il trucco – o l’impostura – che finisca la magia – o l’illusione. Il risultato è che è tutto fermo: non c’è un leader, non c’è un programma, non c’è nemmeno un perimetro chiaro della coalizione, visto che siamo ancora a Conte che chiede garanzie a Schlein perché Renzi e Italia Viva possano farne parte. C’è solo – e si percepisce chiarissima – la consapevolezza di una squadra che sa di giocarsi la partita della vita, che si trova sorprendentemente in vantaggio, che non ha ancora capito perché, e che ha il terrore di perdere quel vantaggio se anche solo muove un sopracciglio.

Il problema è che prima o poi tutto questo dovrà esserci. Che contro Meloni, in campagna elettorale, serviranno idee chiare, parole chiare, un’agenda chiara per un’Italia che naviga in acque incerte e pericolose. Una coalizione che ha paura non può guidare un Paese che ha bisogno di coraggio. Che sia Conte o Schlein o chiunque altro a farlo, francamente, poco importa.

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