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Cambiare la legge elettorale a un anno dal voto è una porcata, preferenze o no

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Il balletto di questi giorni sulle preferenze e le liti all’interno della maggioranza non devono distrarre dal nodo della questione: cambiare le regole, a maggioranza, a un anno dal voto, è una mossa molto scorretta. E non fa onore al governo e a chi lo sostiene.

Ormai ci siamo abituati al peggio, e va beh: ma quanto è sleale cambiare una legge elettorale, a un anno dalle elezioni, perché improvvisamente scopri che con quella attuale rischi di perdere le elezioni? Perché è questo quel che sta facendo il governo, se non ve ne siete accorti.

Rinfreschiamo la memoria un attimo: fino a che la maggioranza di governo era stabilmente in vantaggio sulle opposizioni, di legge elettorale non se ne parlava, e nessuno avvertiva il bisogno di cambiarla. Poi l’alleanza che oggi chiamiamo “campo largo” si è fatta progressivamente più stabile e nell'imminenza del referendum sulla giustizia sono iniziati a uscire i primi sondaggi che davano le opposizioni in vantaggio.

Non solo: l’unione delle opposizioni, spiegavano le simulazioni più accurate, dicevano che con l’attuale legge elettorale, quella che chiamiamo Rosatellum, la coalizione di centrosinistra avrebbe vinto le elezioni perché unendosi avrebbe fatto il pieno di seggi nei collegi assegnati con l’uninominale del centro-sud Italia, dove nel 2022 era andata divisa. E questo sarebbe potuto accadere anche se complessivamente, a livello nazionale, le opposizioni avessero preso una percentuale di voti inferiore a quella del centrodestra.

In altre parole: la stessa legge elettorale che aveva garantito una vittoria schiacciante e una maggioranza stabile alla coalizione di centrodestra alle ultime elezioni, avrebbe garantito con ogni probabilità vittoria e maggioranza alla parte avversa.

Può piacere o meno, il Rosatellum, ma questi sono fatti: non c’erano avvisaglie che l’attuale legge elettorale avrebbe prodotto pareggi o instabilità. A cambiare le carte in tavola sono state l’alleanza tra le opposizioni e la crescente impopolarità del governo.

Ecco quindi che arriva lo Stabilicum, o Melonellum che dir si voglia: chi prende un voto in più e supera una certa soglia di consenso, si prende il premio di maggioranza. Ma siccome il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi, ecco che arriva pure Roberto Vannacci col suo nuovo partito, Futuro Nazionale. Che spacca il centrodestra, drena consenso alla Lega, e cambia di nuovo i rapporti di forza tra le coalizioni. Da qualche mese, il centrosinistra è stabilmente in vantaggio sul centrodestra: 43% contro 40%. Anche con la nuova legge elettorale, vincerebbero le opposizioni, in pratica. Tant'è che, nella maggioranza pare comincino a pentirsi di questa mossa. 

E quindi, a destra, provano a cambiare ancora le carte in tavola provando a introdurre – non riuscendoci – un ballottaggio che sembrava essere l’escamotage perfetto per portare i voti di Vannacci a Giorgia Meloni nel secondo turno, senza fare alleanze. O ancora, puntano sul fatto che ogni coalizione debba indicare il proprio candidato premier, anche qui, giocando sporco.

Perché è stata proprio la destra, nel 2018 e nel 2022, a fare proprio il principio che governa chi prende un voto in più nella coalizione. Fino a che gli conveniva, indicare un candidato premier prima del voto non era una necessità: ora che farlo può creare problemi alle opposizioni, sorprendentemente, lo diventa. Curioso, no?

Era già successo, peraltro. Nel 2004, due anni prima del voto, col centrosinistra stabilmente in vantaggio, il governo di Silvio Berlusconi cambiò la legge elettorale conosciuta come Mattarellum, con cui aveva stravinto le elezioni tre anni prima, col deliberato intento di rendere più complicata la vittoria agli avversari. Quella legge, che fu dichiarata incostituzionale anni dopo, e che il suo stesso autore, Roberto Calderoli, definì “una porcata”, porto curiosamente al pareggio tra le due coalizioni. E il governo guidato da Romano Prodi, esposto ai ricatti di piccole e decisive forze politiche, cadde dopo appena due anni.

Ecco: a distanza di vent’anni, credevamo che certe abitudini fossero ormai passate, ma evidentemente ci sbagliavamo. E tutto il balletto di questi giorni, la tarantella sulle preferenze, le liti all'interno della maggioranza, è fumo che non deve distrarre al punto reale di tutta la vicenda: cambiare la legge elettorale a un anno dal voto è una mossa parecchio sleale. E farlo a maggioranza, senza un accordo tra maggioranza e opposizioni, è doppiamente sleale.

Una porcata, oggi come allora, che non fa onore a Giorgia Meloni, al suo governo, alla coalizione che lo sostiene.

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