Tiemen Hiemstra: “Si può sparire anche nell’era digitale. Scrivendo cerco di capire perché non vogliamo conformarci”
Tiemen Hiemstra è arrivato in Italia con "W." dopo aver conquistato nei Paesi Bassi un'attenzione critica importante e diversi premi per l'esordio. Pubblicato da Adelphi, il romanzo racconta l'amicizia tra Olaf e W., due ragazzi legati da un rapporto tanto intenso quanto difficile da definire, e la ricerca di Olaf – e Hilde – dopo la scomparsa dell'amico. Ma W. è anche un libro sulla memoria, sull'identità e sulle tracce che lasciamo agli altri. Come è possibile che una persona riesca a scomparire senza lasciare traccia? E con le tracce che sono rimaste nelle mani dei protagonisti, come si può ricostruire la sua vita? Hiemstra, autore millennial, racconta una generazione cresciuta tra l'adolescenza analogica e l'avvento del digitale, mescolando nella narrazione ricordi, immagini, meme e altri materiali lasciati da W. in un file intitolato "Il sarcofago dello spasso" che contiene frammenti della vita del protagonista.
W. è un romanzo sulla scomparsa di una persona, ma anche sull'impossibilità di conoscerla davvero. Quando hai capito che il vero tema del libro non era tanto la scomparsa di W. quanto il tentativo di comprenderlo?
Credo che sia stato un processo graduale durante la stesura. Scriverlo mi ha portato via parecchio tempo, credo circa sei o sette anni. Mentre cercavo di capire di cosa parlasse la storia, sapevo che W sarebbe scomparso, ma non sapevo quanto dovesse assomigliare a un romanzo poliziesco. Mi chiedevo quanta influenza dovesse avere il genere thriller o investigativo. Poi, quando ho scritto il finale, credo intorno al 2021, mi sono reso conto che sarebbe rimasto piuttosto aperto. L'ho chiesto al mio editore: "Va bene così?".
Era l'unico finale a cui avevi pensato?
Era la prima versione che scrivevo e sentivo che doveva finire in quel modo. Ero comunque insicuro, temevo che potesse risultare troppo vago o non abbastanza soddisfacente per il lettore. Ma più ci pensavo, più capivo quello che hai appena detto: il libro non riguarda i dettagli polizieschi su cosa sia esattamente successo a W, ma è molto più incentrato sulle domande psicologiche e filosofiche che sorgono quando qualcuno di vicino, un caro amico, svanisce improvvisamente. Alla fine, sono queste le cose che contano davvero nel libro. Così ho deciso che andava bene un finale aperto, perché anche il lettore vive quell'esperienza di non sapere, che è identica a quella di Olaf alla fine della storia. Anche lui non sa cosa sia successo a W. L'esperienza del lettore rispecchia quella di Olaf.
Oggi si parla spesso di quanto sia difficile (o impossibile) sparire in un'epoca in cui siamo sempre rintracciabili. Come hai affrontato questo aspetto?
Anche questa è stata un'insicurezza che ho avuto mentre scrivevo. Ho lavorato al libro tra il 2016 e il 2023, e già nel 2016 si poteva dire che fosse impossibile sparire perché tutti avevano un telefono.
Poi però ho iniziato a informarmi: online, su certi forum, si trovano guide su come eludere le autorità. E se guardi i siti della polizia, persino nei paesi tecnologicamente più avanzati, trovi enormi elenchi di persone scomparse che hanno semplicemente lasciato la casa. Succede ancora molto spesso, anche nei paesi nostri come il Belgio e i Paesi Bassi, e di solito si tratta di persone che lasciano il telefono a casa.
Certo, fuggire con un telefono è impossibile…
Certo, ma se te ne sbarazzi, insieme alla carta di credito, puoi effettivamente sparire dai radar. Questo mi ha dato il coraggio di scrivere la storia: come avete letto, anche W lascia il suo telefono.
Penso che questo sia un libro molto "millennial", racconta una generazione che ha vissuto il passaggio dall'adolescenza analogica a quella digitale. Quanto volevi che questo emergesse dal romanzo?
All'interno della generazione millennial ci sono differenze. Io sono cresciuto con Internet, avevo sei o sette anni quando ho visitato le prime pagine web, quindi mi sento davvero a mio agio e ho visto Internet crescere. Provo una sorta di affetto e un senso di appartenenza quando penso al web. Amo molto il modo in cui le persone comunicano online attraverso emoji, meme o qualsiasi altro linguaggio digitale: è un linguaggio così diverso ed è affascinante come sia nato. Visto che la letteratura è l'arte del linguaggio, sarebbe quasi uno spreco non usare questi elementi nella narrativa contemporanea. È quello che cerco di fare spesso quando scrivo.
Ma veramente Chuck Norris, nei Paesi Bassi, è sostituito da Jaap Stam?
No, quello l'ho inventato io! È finzione, la libertà che mi sono preso come scrittore. Anche nei Paesi Bassi usavamo le battute su Chuck Norris trovate online, e con un amico facevamo battute su questo personaggio, Jaap Stam, e su quanto fosse duro. Nella mia fantasia ho collegato le due cose. È il piacere di scrivere fiction.
C'è una scena in cui Olaf va a casa di W, trova un insetto e nota dei piccoli dettagli: la sistemazione della stanza, il tavolo. Siamo definiti dalle piccole cose che ci circondano? Cosa ci dice la stanza di W?
La stanza ci dice che W non è una persona che riesce a radicarsi. I suoi libri sono buttati in un angolo, non ha un vero divano, solo dei cuscini su cui sedersi; non si è mai impegnato a fare della sua stanza una casa. Questo riflette la sua irrequietezza: in lui c'è sempre un'inquietudine di fondo, l'idea di dover essere altrove, l'incapacità di stabilirsi da qualche parte.
Pensi che sia davvero impossibile conoscere fino in fondo gli altri, persino un amico molto stretto?
Assolutamente sì. È quasi autoevidenza: non c'è modo di entrare davvero nella testa di qualcun altro. Però possiamo avere la forte sensazione di comprendere qualcuno. Nel libro ci sono momenti in cui ridono insieme di qualcosa che nessun altro capisce, e in quel momento provi la sensazione di capirvi completamente. Volevo enfatizzare questo aspetto per rendere ancora più forte lo shock quando W scompare improvvisamente, costringendoti a fare i conti con il fatto che quei sentimenti di profonda comprensione possono rivelarsi un'illusione. È un peccato, ma le cose stanno così.
A un certo punto il narratore dice che W aveva paura di essere "tipico", di conformarsi. Da dove nasce questa paura nella costruzione della storia e come si riflette su di te?
È qualcosa a cui penso molto. Sono curioso di capire come formiamo le nostre personalità: perché decidiamo di vestirci in un certo modo, di ascoltare certi gruppi musicali e di trovarne altri pessimi? Come nasce il nostro gusto? Pensando a W, credo derivi dal suo passato difficile: suo padre è morto quando era molto giovane e sua madre non era affettuosa. Ha avuto fin da piccolo la sensazione di essere stato abbandonato dal mondo. C'è un detto: "Quando il mondo ti volta le spalle, tu volti le spalle al mondo". W è fatto così: non vuole conformarsi, se qualcuno gli dice che è fatto in un certo modo, lui risponde di no, vuole sempre andare controcorrente perché non vuole far parte di un mondo da cui si è sentito rifiutato.
È qualcosa che pensi anche di te come scrittore?
Per quanto riguarda me, posso immedesimarmi in questo sentimento, anche se fortunatamente non sono così irrequieto come W. Quando l'ufficio stampa di Adelphi scrive che questo è il Bildungsroman dell'era digitale, io penso: "Fantastico, lo accetto!".
Quando hai capito che volevi scrivere?
Potrei dire quando avevo quattro anni, perché ho sempre avuto una grande fantasia e inventavo storie. Prima di saper scrivere, le raccontavo a mia madre chiedendole di metterle per iscritte (ho ancora dei racconti di quel periodo). Poi è passato molto tempo. Al liceo, intorno ai sedici anni, ci fu un compito in classe in cui dovevamo scrivere un racconto. Mi sono completamente immerso nella scrittura e ho provato un'esperienza magica. Il secondo fattore è stata la lettura: a sedici o diciassette anni ho iniziato a leggere letteratura seria. Ricordo un libro olandese in cui le prime pagine descrivevano una miniera situata al Polo Nord con una scrittura così sensoriale che mi sembrava quasi di sentire il freddo addosso. Rimasi affascinato dal fatto che il linguaggio potesse avere un impatto così fisico.
Si sente molto nella tua scrittura, c'è un momento in cui racconti della nebbia ed è molto "sensoriale".
È esattamente ciò che cerco di ottenere a volte nella mia scrittura. Non vorrei che l'intero libro fosse così, sarebbe troppo pesante, ma inserire nei momenti giusti una scrittura sensoriale che provochi una risposta fisica nel lettore.
Qual è stato il momento in cui hai realizzato che eri diventato uno scrittore?
La svolta per prendere la scrittura sul serio è arrivata quando ho vinto un concorso nazionale di scrittura per giovani nei Paesi Bassi, a diciassette o diciotto anni. Lì ho capito che la gente apprezzava ciò che scrivevo. Poi, naturalmente, c'è stato il giorno in cui la mia casa editrice di Amsterdam, Das Mag, mi ha offerto un contratto: è stato leggendario. Ero in casa con i miei quattro coinquilini, ho letto l'email, sono saltato giù dalla sedia, abbiamo iniziato a stappare bottiglie e ho chiamato mia madre. Lì ho capito che potevo farne una carriera.
Il libro è uscito in Olanda qualche anno fa e ora stai viaggiando in Italia per promuoverlo. Come ci si sente a fare promozione per un romanzo scritto anni fa?
Lo trovo delizioso, non mi pesa affatto. Ci ho messo molto tempo a scriverlo, sono molto legato a questi personaggi e provo ancora un grande affetto per quella storia. Per me è fantastico avere l'opportunità di parlarne in Italia. Sembra quasi un sogno, ma a quanto pare è reale!
Stai lavorando a un secondo libro?
Sì, ci sto lavorando da un anno e mezzo.
Senti pressione addosso?
Non particolarmente, probabilmente la sentirò quando uscirà e arriveranno le recensioni o le aspettative dei lettori. Ma per ora sto solo scrivendo in tranquillità.