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26 Settembre 2015
10:45

Settantacinque anni fa moriva Walter Benjamin: filosofo della malinconia

Walter Benjamin è morto suicida in delle tragiche circostanze nella cittadina di Portbou il ventisei Settembre del 1940. La sua vita, triste, prolifica e ricca di pensieri, spinge ancora oggi lettori di ogni statura intellettuale a rileggere le sue pagine per trovare un senso all’esistenza che stanno vivendo. A settantacinque anni dalla sua terribile fine, rendiamo omaggio a un genio filosofico del Novecento.
A cura di Luca Marangolo
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 “Non sapersi orientare in una città non vuol dire molto. Ma smarrirsi in una città come ci si smarrisce in una foresta è una cosa tutta da imparare. I nomi delle strade devono suonare, allora, all’orecchio dell’errabondo come lo scricchiolio dei rami secchi, e le viuzze interne gli devono scandire senza incertezze, come le gole montane, le ore del giorno. Tardi ho appreso quest’arte; essa ha coronato il sogno, i primi segni del quale furono i labirinti che arabescavano le carte assorbenti dei miei quaderni.”

Queste righe meravigliose, espressione di una prosa inebriante che potrebbe essere sgorgata dall’immaginazione di Marcel Proust, appartengono invece al filosofo Walter Benjamin, di cui oggi ricorre l'anniversario del decesso. Cercheremo di onorare la sua grandezza, ma creare una sintesi del pensiero di Walter Benjamin in verità non è semplicemente un’impresa difficile, piuttosto, è un'impresa per molti versi priva di senso. Poiché Walter Benjamin, berlinese di origine ebraica, errabondo e triste, in tutta la sua vita rifuggì la sintesi e lo schema, inseguendo sempre e costantemente l’idea che il pensiero e l’espressione fossero una cosa sola, e che si fa filosofia scrivendo e pensando come in un unico atto. Le parole del nostro esergo sono tratte dall’Infanzia berlinese attorno al millenovecento, testo dalla poeticità assoluta e attraversato da veri e propri lampi visionari che, pensando il tempo dell’esistenza come fosse quasi un cerchio perfetto, scorgono nell’ingenuo e meraviglioso scrutare di Benjamin bambino, che si aggira negli immensi stanzoni della sua dimora di Berlino, immagini filosofiche che attraversarono il suo pensiero per tutta la vita.

Una vita infelice, veramente, una vita segnata dalla precarietà e dall’erranza, fatta di legami intellettuali forti e al contempo tempestosi, come quello con Adorno e quello con Brecht, segnata da delusioni e fughe, povertà e incertezze. Perché Benjamin, laureato all’età di ventotto anni ma già autore di brillanti opere su Hölderlin e su La lingua in generale e quella degli uomini fu escluso a trent’anni dalla libera docenza, a causa del fatto che il suo libro Il dramma barocco tedesco non fu capito.

Eppure oggi Benjamin è un punto di riferimento assoluto per alcuni suoi scritti, da quelli più noti come L’opera d’arte nell’era della sua riproducibilità tecnica, a veri gioielli come il saggio sulla Critica della violenza, il monumentale lavoro su Baudelaire o le esplorazioni, mistiche, assolute, da vero flaneur del pensiero, di città come Napoli, Marsiglia, Parigi, tutte città che l’autore visse e, smarrendovisi, esse lo conquistarono.

Ma se è impossibile seguire il filo rosso del pensiero privo di una genesi storica chiara, è forse più semplice cercarne l’Origine. Ovvero, come spiega Benjamin nella premessa gnoseologica al saggio sul Trauerspiel, la sostanza ideale che è in tutti gli eventi che abbiano un qualche valore, compresente in tutte le cose che forgiano il pensiero.  L’Origine del pensiero, per Benjamin, è un'immagine che rimane costante in ogni formulazione del pensiero stesso e ne è, dunque, in una certa misura, il vero fondamento. La sua genesi, invece, è un mero processo ricostruttivo ben calato in un tempo codificato, e quindi meno interessante. In che senso l’Origine è il vero fondamento? Solo nel senso che è sfuggente nel suo essere compresente in ogni pensiero differente, mentre tale pensiero diviene e trapassa in un altro pensiero: è sempre dialettica.

Su queste premesse, dunque, per parlare di alcuni nodi cruciali della sua filosofia, del suo metodo critico, partiamo da un passo che ne racconta l’Origine: vagando da bambino, ben prima che la povertà arrivasse -assieme alla guerra- nella avvolgente, ricca e prospera casa d’infanzia, Benjamin giocava con dei calzini appallottolati; partendo da questa prosaica immagine domestica il bambino fantasticava, immaginando che fossero delle borse piene di qualcosa, fossero piene di un "regalo", e giocava a infilarci la mano srotolandoli, non trovando niente. Da questo gioco, che racconta ne L’infanzia, sembra Benjamin apprendere l’intima connessione della forma e del contenuto e, se abbiamo detto che per questo autore il pensiero è gesto, gesto letterario, ma sempre comunque gesto, va da sé che fu questa primordiale esperienza del concetto di "forma" a imprimere nella sua coscienza anche il gesto storico-filosofico.

L’Angelus Novus nel ritratto di Paul Klee, figura mitica da cui prende il nome anche la raccolta degli scritti di Walter Benjamin e la rivista filosofica che tentò invano di fondare
L’Angelus Novus nel ritratto di Paul Klee, figura mitica da cui prende il nome anche la raccolta degli scritti di Walter Benjamin e la rivista filosofica che tentò invano di fondare

Infatti Benjamin fa del suo lavoro filosofico una esperienza eminentemente formale, o meglio di ridefinizione, rielaborazione formale di ciò che appare già solido ed esistente: Benjamin rivoltò come calzini il concetto di Storia, il concetto di arte e il concetto dell’esperienza urbana contemporanea, fu un filosofo della memoria, un filosofo in grado di scardinare in modo complesso, talora contorto ma mai banale alcune venature profonde della civiltà. E si dissolve in un lampo l’apparente sconnessione degli argomenti infiniti che l’autore trattò se si entra a fondo nell'anima del gesto con cui lo fece; Ancora oggi, chiunque voglia capire i movimenti studenteschi, la matrice del terrorismo islamico, l’instabilità dell’ordine costituito, non può prescindere dal saggio Per una critica della violenza, in cui Benjamin fa una disamina del legame che c’è fra lo stato di diritto e la violenza stessa, di come essa sia il segno della volontà di rifondare le istituzioni. Così l’autore ha parlato dell’arte moderna, nel saggio sull’era della riproducibilità tecnica, in cui più che altrove Benjamin dà sfoggio del senso che egli attribuiva al marxismo critico: in questo saggio l’autore esplora il legame fra l’arte e la religione, il senso dell’arte come icona e attentamente crea dei distinguo su ciò che voglia dire la sua de-sacralizzazione,  frutto della modernità.

Questa idea di un soggetto che attraverso una riflessione sull'immagine del suo pensiero comprende la propria condizione storica, ci consegna filosoficamente un Benjamin in cui la meditazione sul passato si fa motore stesso della formazione filosofica e della filosofia, così come lo fu per lui l'atroce sentimento di sconfitta e di perdita della pienezza del tempo storico; sentimento che portò il pensatore a scuotere attraverso il suo lavoro critico l’esistente, nella inesausta speranza di redimere fra le macerie dell’anima e della storia quel senso di perdita che solo una mitizzata infanzia può far vagheggiare, inevitabilmente scomparsa con la guerra. Ma proprio grazie alla radicalizzazione di questo gesto critico e storico, come ha scritto Peter Szondi, la riflessione sulla malinconia rinascimentale si coniuga, sul piano politico e storico, con una vera e propria idea messianica di speranza del passato, di speranza di redenzione dell'uomo nella storia attraverso il ricordo, idea che lo ha accompagnato fin dalla giovinezza e su cui Benjamin baserà le sue incompiute Tesi sulla storia.

Se la malinconia è infatti una condizione rivelatrice dello spalancarsi dell'uomo alla modernità, perché indica una scissione fondamentale fra lo stato di natura e la storia, è solo una concezione dialettica e materialistica del tempo e della storia che permette alla condizione di infelicità dell'uomo di ipotizzare una redenzione da essa. In Benjamin, la concezione messianica del tempo è quella per cui l'origine, in quanto categoria storica, ritorna dialetticamente nel futuro: in parole più semplici, è per via del fatto che l'uomo ha memoria della sua origine che può sperare che la sua memoria redima la storia, cioè redima quel processo simbolico che lo ha portato ad essere infelice. Questo momento di redenzione irrompe nella storia d'improvviso, per Benjamin, ponendo fine alle tragiche contraddizioni ad essa implicite. Su questa idea di storia politica, Benjamin fonderà la sua adesione al marxismo, avvenuta in età adulta.

Autore unico per la capacità con cui seppe coniugare lucidità e intuizione, poesia e mente, Benjamin è stato la testimonianza di una Europa squarciata nel cuore più profondo della sua forma-di-vita, e che deve a questo pensatore il più prezioso fra i doni: il pensiero critico, per come lo idearono gli studiosi di Francoforte, e per come lo praticò lungo la sua biografia.

Benjamin morì suicida quando pensò ormai di non poter più sfuggire ai nazisti il 26 Settembre, nella data di oggi, dell'anno 1940. Fuggiasco da mesi, aveva affrontato la dura esperienza del campo di prigionia. Attendeva, nella cittadina di Portbou, un visto per l’America. Arrivò il giorno subito dopo quello in cui si tolse la vita.

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