Perché non riusciamo a toglierci dalla testa Che Fastidio! di Ditonellapiaga

In questa rubrica l’abbiamo scritto una volta sì e una no: un tormentone è tale quando gioca con le nostre aspettative, talvolta presentandosi come tale in modo subliminale, come il tarlo che non possiamo più scavare fuori dalla nostra testa una volta che ci si è annidato. "Che fastidio!" di Ditonellapiaga, terza classificata nell’ultimo Festival di Sanremo e potenziale candidata tra le migliori canzoni pop del 2026, ha tutte le caratteristiche per funzionare così, grazie alla combinazione geniale di suoni insoliti e familiari, costruzioni armoniche ingegnose e un messaggio che dal testo alla produzione si insinua in ogni parte della creazione. Vediamo, quindi, cosa fa di questa canzone una candidata ideale al titolo di vincitrice morale del Festival.
L’eccezionalità di "Che fastidio!" si avverte da subito, nel basso che fa da scheletro ritmico del brano e da hook strumentale incaricato di imprimersi dentro la nostra memoria. Si tratta non di un basso fatto di corde, ma di un synth bass molto particolare, perché progettato per creare insieme la struttura melodica e ritmica della linea di basso: il Roland TB-303, strumento che ebbe una breve vita commerciale (introdotto nel 1981, ritirato nel 1984) e poi un destino ben più fortunato nei generi di musica elettronica da ballare che sapevano fare uso mirabile delle sue caratteristiche più uniche e mirabili.
La 303 si porta addosso un suono ultraterreno e spaziale; una grande modularità metrica che permetteva variazioni ritmiche molteplici, così da dare fluidità alla classica “cassa dritta”; e un’importante incisività dinamica, che ne fa emergere il suono nei mix. Uno strumento per muoversi come trottole e volare con l’immaginazione, perfetto per l’ascesa del genere acid house, e da qui infiltrato nel cassetto degli attrezzi del big beat britannico: capita di sentire le sue linee di basso spiraliformi e pugnaci in pezzi di Fatboy Slim e dei Prodigy che notoriamente ne distorcevano il suono, dei Chemical Brothers, Daft Punk, tra gli altri, senza contare i veri pionieri e campioni dell’acid house come Phuture e Ceephax.
Tanto iconica per il mondo della dance, specie quello influenzato dall’egemonia del basso di scuola moroderiana (e quindi, in ultima istanza, anche un po’ italiana), la presenza dei suoni della 303 nel pop nostrano è invece piuttosto rara. Tuttora il brano più famoso a farne uso è "(Tanto)³" di Jovanotti, con produzione di Michele Canova Iorfida e Stylophonic. Proprio in una pagina di questa rubrica ne avevo ipotizzato l’utilizzo (in originale o in emulazione) per la canzone "Mandare tutto all’aria" di Marco Mengoni, anche se un altro esempio recente più popolare si trova in "Squabble Up" di Kendrick Lamar, con un basso 303 giunto a oggi attraverso il campionamento di una canzone del 1984.
In tutti questi casi lo strumento emerge per le ragioni elencate sopra e per una quarta importante motivazione, che ha contribuito al suo successo negli anni: l’impressione di decadimento e disintegrazione del suono, un timbro che da solo racconta una storia di potenza e distruzione, come una cometa consumata in una coda di gas non dalle radiazioni solari ma dall’impeto in avanti della canzone. In breve, il basso di Che fastidio è esso stesso un segnale di fastidio, il suono insistente di uno stimolo esplosivo ma passeggero, un fastidio che è pesante prima di tutto perché si accumula ai fastidi precedenti e successivi.
Ecco che un primo tarlo della canzone si è insinuato nel nostro inconscio: siamo pronti a fidarci di una canzone sul fastidio quando il suo basso ci tormenta dalla prima nota. A maggior ragione perché le note suonate da questo basso stridono con la melodia cantata da Ditonellapiaga: da una parte c’è questo loop di tre note, un La, un Sol più in basso e un Do più in alto, che abbozzano a loro modo la forma di un La minore settima; dall’altra c’è l’educatissima e puntuta melodia che scivola preferibilmente lungo la scala di un La maggiore, che a rigore non dovrebbe ospitare il Do naturale.
Si potrebbe parlare, quindi, dell’attrito tra due note separate da un semitono, un vero e proprio fastidio per l’orecchio. Un altro fastidio subliminale, insomma. Lo possiamo sentire, in particolare, proprio nella prima frase cantata del brano: “Io non so più”, enuncia l’artista battendo il tasto su un Do diesis che dovrebbe stonare con il basso. Il fastidio dovrebbe essere ancora maggiore visto che, sei secondi dopo aver incontrato l’hook strumentale, siamo di fronte al secondo hook del brano: un gancio, stavolta cantato, che dobbiamo aspettarci di ritrovare più avanti, come un segnale che dovrà attivare una nostra risposta emotiva all’elenco di lamentele appena sentito.
In verità, questa giustapposizione “sbagliata” di note non la percepiamo veramente come tale. Un po’ perché, terminato questo piccolo gancio introduttivo, la voce dell’artista sembra procedere con agilità scivolando tra cantato e recitato, con una performance che insiste sull’elemento ritmico e accentua solo in alcuni punti chiave il carattere delle note (“la musica tribaaale”). Un po’ perché l’orecchio è più concentrato a fare altri mestieri importanti per perdersi a modo nella canzone. Come distinguere le voci di questo elenco di cose fastidiose, narrate dalla voce: ogni canzone a lista, infatti, richiede uno sforzo di attenzione che verrà premiato – non lo sappiamo ancora, ma possiamo scommetterci – in un’apertura del ritornello. E poi c’è il gustosissimo intreccio di ritmi che basso e canto stanno tendendo tra le nostre gambe. Nella prima metà della strofa, se ci fai caso, noterai che la linea sottostante e l’inciso superiore sembrano partecipare a un botta e risposta: “La moda di Milano”, dice Dito; “da dan da da dan dan”, risponde il 303. Nella seconda metà, invece, dopo aver esaurito lo spazio sul suo cahier de doléances, il cadenzare ritmico della protagonista coincide con quello del basso: “Stasera vado a una festa”, canta Dito, mentre il basso che marcia all’unisono può farci sentire il rumore dei passi.
E poi c’è un’altra ragione per cui questa dissonanza “funziona”: ed è il blues, bellezza. Ogni tanto qualche vecchio trombone si alza in piedi per chiedere dove sia finito il blues ai nostri tempi, ma il blues è nelle orecchie di chi cerca realmente la sua natura profonda, e non di chi si accontenta dei gingilli del passato e della loro pacchiana riproposizione. In questo caso, per esempio, solcando una sua strada in modo cromatico (cioè indipendente dalla tonalità) il canto di Ditonellapiaga è quanto di più blues esista: un modo di ignorare la dicotomia maggiore/minore della teoria armonica europea e fare proprio lo spazio indeciso a metà fra sentimenti, il terreno ambiguo che proprio il fastidio va a occupare: un po’ ci abbatte e ci tira giù, un po’ ci fa imbestialire e reagire. Scivolando in libertà sopra questa contraddizione Ditonellapiaga non solo dimostra il suo talento genuino, di autrice, compositrice e interprete che non si lascia incatenare dal contesto della sua stessa composizione; ma ci mostra una via di fuga dai fastidi e tra i fastidi della vita, una strada stretta fra ostacoli che non possiamo evitare con un salto, contro cui dobbiamo andarci a scontrare, ma da cui emergiamo con una larga falcata.
E dove possiamo sentire esattamente questo movimento emotivo se non nel ritornello? Forse non è il più grande chorus della storia del Festival, anche perché – come anticipato – è più che altro la riproposizione di un gancio introduttivo: “Io non so più cos’è normale”. Ma, una volta guadagnato tutto il capitale psicologico e sentimentale necessario per superare il fastidio, Ditonellapiaga non è più da sola con questo accattivante inciso melodico. Ora sotto le sue parole ci sono degli accordi che segnano un movimento in alto deciso, un’ascesa clamorosa e inarrestabile. Si tratta di un movimento armonico che cresce dall’accordo di base (un La maggiore) e che un semitono alla volta ci porta in alto con quello che si potrebbe definire, con terminologia anglofona/francofona, un “line cliché”.
Ne avevamo già parlato altre volte (anche in circostanze sanremesi), perché questi movimenti di una nota hanno un grande effetto sull’ascoltatore: cioè, fanno sentire in modo molto immediato e intuitivo, come il cambio di armonia influisce sul mood di una canzone. Nei casi citati (e linkati), però, si parlava sempre di una linea discendente. Qui, invece, la linea delle note va all’insù: la senti nei bassi, perché l’accordo è nel secondo rivolto, ma fa chiaramente Mi>Fa>Fa# e da questo moto sei chiaramente trasportato. Questo tipo di cliché ha alcuni precedenti celebri: The Greatest Love of All di Whitney Houston, o Altrove di Morgan. Un paragone più calzante, per come costruisce la sua ascesa nella parte bassa anziché alta dell’accompagnamento strumentale (e quindi di nuovo come scusa per la propulsione), è invece il pre-ritornello di Life on Mars? di David Bowie. Guarda caso un’altra canzone a elenco, che parla di alienazione ed emersione dal caos, benché con tutt’altra temperie emotiva.
Con queste premesse il fastidio è esorcizzato. Non ne siamo più afflitti, per qualche secondo di illusoria pace in cui il potere cinetico del basso sembra quasi affievolito. Ma in verità, come ogni tarlo che si rispetti, anche quando il verme è andato il buco ormai è stato scavato. Ecco che nel cuore del ritornello tornano il basso e la batteria: il fastidio non è scomparso, è stato solo reincarnato come scusa per proiettare una forma di controllo sul mondo. Lo sentiamo negli accordi fuori tonalità che denotano e detonano la parte finale dell’inciso, un Do maggiore e un Sol maggiore presi in prestito da altri modi e altri mondi, ma che grazie al loro forte rapporto energetico vicendevole (la quinta che li separa) danno carburante per l’ultima zampata della voce narrante.
Da quel punto in avanti il mood è completamente cambiato, e ci fai caso da subito. Già la seconda strofa è cantata con tutt’altra sicurezza, come chi è pronto ad affrontare nuove situazioni di fastidio, per quanto spiacevoli e scomode. E qui si va in un territorio che supera l’analisi quantitativa e qualitativa di una composizione e di un brano. Qui si entra nel campo dell’interpretazione, e Margherita Carducci dimostra di non essere solo la cantante Ditonellapiaga ma, a suo modo, un’attrice del suo stesso copione: da regista e protagonista della scena, non si limita a fare un secondo obbligatorio giro, come dettano le regole della musica pop; semmai, ci mostra con piccolissime e decisive sfumature di carattere come un personaggio può crescere oltre la sua situazione di partenza. E in questa sottigliezza impalpabile, se vogliamo, possiamo uscire anche noi dal tormentone come persone nuove, più adulte e mature, anche e perché abbiamo fornito un elenco ragionato e sistematico delle nostre lamentele: dal personale all’universale; dall’intimo al politico; dalle questioni di genere a quelle degli algoritmi. Non stiamo solo gridando “uffa”, stiamo governando la nostra pazienza e calpestando un problema, una nota di basso alla volta.