One Piece, 25 anni del manga in Italia: perché continua a essere uno dei fenomeni editoriali più importanti al mondo

Nel 2001 Star Comics ha pubblicato in Italia il primo volume di One Piece, il manga di Eiichirō Oda. E nel corso di venticinque anni sono cambiate molte cose. A cominciare dallo stesso One Piece, che ha rapidamente superato lo status di “fenomeno” e si è affermato come solida certezza editoriale, capace di vendere centinaia e centinaia di milioni di copie in tutto il mondo. Ma è cambiato anche il pubblico, e quindi chi One Piece lo ha sempre letto: oggi più grande, più consapevole; interessato ad altri aspetti ma comunque pronto a tornare al manga di Oda. È difficile, e per certi versi addirittura impossibile, provare a ricostruire i motivi del successo di One Piece. Anche perché non sono pochi e, quasi paradossalmente, non hanno a che fare solo con il fumetto o con le decisioni che Oda ha preso arco narrativo dopo arco narrativo.
One Piece è un battle shōnen come pochi, pieno di avventura, di azione e di combattimenti. E forse, sotto questo punto di vista, ha più senso fare un passo indietro e parlare prima di Dragon Ball di Akira Toriyama, che volente o nolente ha finito per influenzare più di una generazione di autori e che ha messo le basi per un racconto diverso, più personale e allo stesso tempo più ragionato, con stili riconoscibili, design studiati e particolari e ambientazioni a loro modo innovative. Se consideriamo Dragon Ball come l’inizio di tutto, come la radice di un albero, le due delle prime ramificazioni sono rappresentata da One Piece e da Naruto di Masashi Kishimoto (stiamo semplificando al massimo per fare un ragionamento quanto più lineare possibile).
La passione di Oda e la creazione di One Piece
Oda ha sempre detto di aver avuto una grande passione, fin da bambino, per i pirati. Ha cominciato a mettere insieme le sue prime idee per un manga quando andava ancora al liceo. Per creare One Piece gli ci è voluto tempo. Oramai parliamo di quasi trent’anni fa (One Piece è uscito per la prima volta, in Giappone, nel 1997). E la lezione di Toriyama, con i suoi personaggi, il loro design, la ricercatezza dei dettagli e delle piccole cose, con il tono stesso del racconto, capace di alternare momenti più esilaranti a momenti più drammatici, ha finito per avere un peso decisivo sulla direzione che Oda ha preso. In quasi trent’anni, lo stile del disegno di One Piece si è evoluto, ha trovato un altro spessore e un altro equilibrio; se all’inizio era più rigido, figlio di altre influenze e di altri fumetti (a Oda è sempre piaciuto Ken), con il tempo ha raggiunto una morbidezza e una consistenza differenti, non caricaturali ma decisamente più intriganti dal punto di vista visivo e della costruzione delle pagine e delle singole vignette.
Se in un primo momento i disegni di One Piece erano quasi tozzi, squadrati, oggi hanno raggiunto una fluidità e una ricchezza incredibili, assolutamente impensabili all’epoca della pubblicazione del primo capitolo della serie (One Piece è pubblicato da Weekly Shōnen Jump, la rivista di Shūeisha). Il personaggio della storia, Monkey D. Luffy, ha subito innumerevoli mutamenti, sia fisici che caratteriali. Il suo desiderio di diventare il Re dei Pirati, di mettere insieme una ciurma e di essere il primo a ritrovare il tesoro di Gol D. Roger è rimasto sostanzialmente lo stesso. Quello che è cambiato è tutto il resto. Rileggendo i primi volumi di One Piece, è evidente una ricercatezza di realismo nelle decisioni narrative di Oda. Luffy era forte, sì, ma non così forte. I combattimenti erano, tutto sommato, limitati a spazi e ad avversari facili da identificare e da riconoscere.
Con il tempo, però, si è fatto sempre più urgente un bisogno. Quello, cioè, di spettacolarità. E attenzione: Oda non è cambiato (solamente) per assecondare un certo desiderio dei suoi lettori; è cambiato soprattutto perché si stava divertendo e quella che, inizialmente, sarebbe dovuta essere una storia relativamente breve è diventata una storia lunga quasi trent’anni, prossima – ma non così prossima – alla sua conclusione. Ci sono indubbiamente caratteristiche ricorrenti nel tratto di Oda. Come il suo modo di rappresentare le donne e i corpi maschili: robusti, spesso muscolosi. Ma ci sono anche altre cose: le varie razze e specie che ha immaginato, per esempio, o la rappresentazione grafica dei poteri dei frutti del diavolo, che una volta ingeriti donano capacità sovrumane, come controllare gli elementi o trasformarsi in animali. Allo stesso tempo, però, i frutti del diavolo rappresentano uno dei limiti più importanti di One Piece, una storia che è ambientata per buona parte in mare. Chi li mangia, infatti, non può più nuotare.
Come sono evoluti lo stile e i personaggi del manga

In quasi trent’anni, One Piece ha superato i centotredici volumi (in Italia, mentre scriviamo questo articolo, siamo arrivati al centoundicesimo) e battuto innumerevoli record, come quello del manga che ha venduto di più nella storia. E nonostante sia passato così tanto tempo, One Piece continua a essere presente nelle liste dei titoli più venduti dell’anno, e non solo in Giappone: pensiamo, per esempio, alla fortuna che ha avuto nel 2025 in Francia. Insieme all’aspetto grafico, e quindi alla qualità dei disegni, e a un rinnovato senso del racconto e della regia, One Piece è cambiato anche per quanto riguarda la sua ampiezza narrativa e i suoi temi. Se ci riflettiamo, i primi capitoli di One Piece sembrano suggerire l’esistenza di un mondo abbastanza contenuto; volume dopo volume, però, abbiamo scoperto che non è così.
Oda è stato tanto abile da inserire dei periodi di pausa, dei gap temporali, per permettere ai protagonisti e alla ciurma di Cappello di Paglia di crescere – di nuovo: sia fisicamente che caratterialmente – e di diventare più forti. Quello che in un primo momento poteva sembrare come un fumetto sostanzialmente di avventura (e, intendiamoci, è ancora così) si è trasformato in un fumetto profondamente politico, che parla di razzismo, di diritti, di governo e di democrazia, che ribadisce l’importanza e l’imprescindibilità della libertà degli individui e che usa i pirati – dei fuorilegge, insomma – per ribadire le mancanze e le assurdità del sistema costituito. Per carità: Luffy e i suoi compagni sono più antieroi che eroi veri e propri; sebbene siano sempre pronti a dare una mano a chi incontrano e sebbene più volte siano stati artefici della liberazione di paesi sotto il controllo di altri pirati o di organizzazioni criminali, continuano a rimanere interessati ai tesori e a primeggiare sui rivali.
Eppure Oda è stato in grado, nel corso del tempo, di costruire un racconto stratificato, fatto di più significati e di più livelli di lettura, dove il folklore si unisce a una visione legata alla cronaca e alla letteratura di genere (pensiamo ai tanti riferimenti a pirati veramente esistiti che sono stati inseriti all’interno del racconto) e dove la mitologia norrena si intreccia a una tecnologia futuristica, a viaggi nel tempo e a isole nel cielo. Il desiderio di diventare il Re dei Pirati del protagonista di One Piece è stato velocemente affiancato da un’aspirazione più libertaria, secondo cui vivere all’avventura, senza regole e freni, significa vivere davvero (qui si respira Conrad). Luffy non è particolarmente saggio o lungimirante; questi aspetti sono incarnati da altri personaggi, di cui, grazie al suo innato carisma, riesce a circondarsi. La dimensione fumettistica del racconto, con trovate narrative che spesso sconfinano annullando – anche se momentaneamente – la tenuta stessa del sistema di regole imposte da Oda, non è mai andata via. Anzi, se possibile, ha assunto un peso e una consistenza maggiori con il corso del tempo.
One Piece oggi
In un certo senso, oggi One Piece è più fumetto di quanto non sia mai stato. Su questo Oda non ha mai faticato. È vero, però, che dopo così tanti archi narrativi, dopo migliaia di capitoli e centinaia di volumi, sta diventando difficile continuare a tenere tutto insieme, ad aggiungere altri dettagli, flashback e trame verticali al racconto principale senza rischiare di diluire l’attenzione del lettore. In Italia, come in altri mercati, One Piece ha avuto un successo enorme, aiutato anche dall’arrivo – sempre nel 2001 – della serie anime. I fan di One Piece sono cresciuti insieme alla storia, leggendola e guardandola, riempiendo i forum con le loro teorie e mantenendo sempre attivo il dibattito (lo dimostrato i tanti content creator che, intorno a One Piece, hanno costruito delle vere e proprie carriere e che con il loro lavoro critico sono stati in grado di teorizzare e di tracciare una cronistoria precisa del percorso del manga e del suo autore).
Oda ha raccolto, più o meno volontariamente, il testimone lasciato da Toriyama e dal suo Dragon Ball e ha costruito un mondo enorme, potenzialmente sconfinato, dove possono convivere anime diverse: dalla letteratura classica, con i grandi romanzi di genere, alla fantascienza più moderna; dallo slapstick più puro a una drammaturgia più matura e ragionata. Anche Oda ha commesso degli errori e anche in One Piece ci sono dei momenti che funzionano di più e dei momenti che funzionano di meno: non ha senso negarlo o provare a nasconderlo. Eppure, allargando lo sguardo, provando a vedere nella sua interezza la portata del fenomeno – qui sì – editoriale, è impossibile non riconoscere l’impatto e la fortuna che ha avuto e che, ancora oggi, continua ad avere.