Cinquant'anni dopo la Strage di Piazza Fontana si torna a parlare dell'evento che ha modificato per sempre, e in maniera irrimediabile, il percorso dell'Italia repubblicana. Enrico Deaglio questo lo sa, lo ha sempre saputo, avendo indagato quegli anni (e i loro risvolti sociali, politici e di costume) lungo tutto l'arco della sua lunga carriera. Con Pino Pinelli assolto (da Napolitano, nel 2009), il commissario Calabresi in attesa di essere beatificato e un giudice che ha scoperto i veri autori della bomba e accusa la magistratura milanese di aver taciuto colpevolmente per decenni, ecco che "La bomba. Cinquant'anni di Piazza Fontana" (edito da Feltrinelli) riprende i fili di una storia su cui non si sa ancora tutto e su cui non è mai abbastanza tornare a discutere.

Ripescando tutta la compagnia di personaggi i cui nomi riecheggiano ancora nella memoria di tutti noi. Dall'anarchico Pinelli a Pietro Valpreda, dal tassista Rolandi alla Divisione Affari Riservati del dicastero agli Interni. E lo fa con un ritmo incalzante, da narratore di razza oltre che da esperto e documentato giornalista. Senza dimenticare la vena civile, che ha sempre contraddistinto l'autore di  "Patria" e "La banalità del bene". Per arrivare a una conclusione che non è uno spoiler, ma storia della Repubblica: su Piazza Fontana tutti hanno mentito.

Enrico Deaglio, partiamo da questo: chi ha messo la bomba?

Ordine Nuovo sezione del Veneto. Era un’organizzazione nazifascista, molto potente e molto protetta, che agiva insieme alla Divisione Affari Riservati del Ministero dell’Interno. Il piano era di suscitare panico e disordini, cui far seguire un colpo di stato. I “cospiratori” godettero di vaste complicità soprattutto nella questura e nella procura di Milano. Il piano prevedeva anche l’accusa agli anarchici, cosa che in effetti avvenne. La presenza di una folla enorme e silenziosa ai funerali delle vittime fece capire al governo – e in particolare a Mariano Rumor, il Presidente del Consiglio – che il piano era diventato troppo rischioso.

Cosa vogliamo dire precisamente oggi con l'espressione "strage di Stato" relativamente a piazza Fontana?

Vogliamo dire che Ordine Nuovo, più Divisione Affari Riservati, più Questura di Milano, più Procura di Milano…. fanno parte dello Stato. Non sono tutto lo Stato, ma sono stati in grado di condizionarlo. Per proteggere i colpevoli (un pezzo di Stato) l’Italia ha subito vent’anni di terrorismo.

È vero che Aldo Moro capì subito l'inconsistenza della pista anarchica?

Sì, è vero. E lo scrisse anche – con molti dettagli – nel famoso “memoriale” nella prigione delle Brigate Rosse. “I buoni”  non fecero nulla, perché non avevano la forza di farlo. Se l’avessero avuta, i cospiratori sarebbero stati arrestati la sera stessa: di loro si sapeva tutto!

Oggi lo Stato italiano è più o meno fragile dell'epoca?

È più forte. Ma il fatto di aver avuto Salvini ministro dell’Interno fino a pochi mesi fa, deve spaventare chiunque.

Piazza Fontana e i giovani. Quest'anno, per via dell'anniversario "tondo", sembra esserci più interesse. Per un giovane oggi perché è importante studiare ciò che è successo il 12 dicembre del 1969 a Milano?

Fondamentalmente perché è una storia “moderna”, può ripetersi. Poi: perché impara come funziona, in pratica, il potere. E infine perché fa la conoscenza con persone straordinarie che si sono opposte e hanno cercato la verità, a cominciare da Pino Pinelli.