23 Febbraio 2018
12:15

Jón Kalman Stefánsson: “Siamo figli di un’Islanda mitica, ma la curiosità ci ha aperto al mondo”

Ad aprire il “Boreali-Nordic Festival” è stato lo scrittore islandese Jón Kalman Stefánsson, autore, tra gli altri, di “Paradiso e Inferno”, “Luce d’estate ed è subito notte” e “Grande come l’Universo”, libri che hanno l’Islanda come protagonista e mezzo per aprirsi a temi universali come il tempo e l’eternità.
A cura di Francesco Raiola

Da lettore ho incontrato Jón Kalman Stefánsson nel luglio di due anni fa, quando un caldo asfissiante mi soffocava e le difficoltà di rifugiarmi al mare mi portarono a desiderare un po' di freddo. L'Islanda, insomma, Paese desiderato da anni e da anni sfuggente. Fu “Paradiso e inferno” il primo libro a farmi immergere in quello che forse cercavo, un’Islanda selvaggia, animata da personaggi semplici ma epici, che pescava nel mito, quello sì, forte, della letteratura nordica, con un mare nero e senza scrupoli, tanta neve, barbe lunghe e nomi impronunciabili. Fu la scintilla per approfondire e costruirmi la mia Islanda, quella che in qualche modo in passato mi avevano regalato i Sigur Rós, Bjork, più recentemente Of Monster and men, Asgeir o Olafur Arnalds e Jóhann Jóhannsson.

Era questo il mood della mia Islanda, la sua colonna sonora, soprattutto malinconica, talvolta senza parole, solo strumentale. Era quel mood soprattutto, l’idea di un Paese ancestrale, lontano, freddo, che soprattutto la band che aveva pubblicato album come "Ágætis byrjun" e "Kveikur" poteva descrivere con la propria musica. E in Stefánsson (e nelle traduzioni di Silvia Cosimini) trovai questo e tanto altro: una lingua poetica, ma mai esagerata, storie in grado di non lasciarti andare mai via, il mare che dà vita e la toglie, il vento sempre presente, paesaggi innevati che a volte rimandano alla mente la "Gente indipendente" di Halldór Laxness, la forza dell'adolescente, la prepotenza del Potere, l'importanza degli emarginati.

È stato lui ad aver inaugurato giovedì 22 febbraio "I Boreali", il festival dedicato alla cultura nordeuropea organizzato da Iperborea che fino al 25 si terrà al teatro Parenti di Milano e vedrà tra i protagonisti Siri Ranva Hjelm Jacobsen, che presenterà in anteprima "Isola", lo scrittore finlandese Kjell Westö con "Miraggio 1938", Morten Strøksnes, autore norvegese del "Libro del mare", lo svedese Steve Sem-Sandberg che presenterà "I prescelti" (Marsilio 2018) e la scrittrice norvegese Hanne Ørstavik, con il suo romanzo "A Bordeaux c'è una grande piazza aperta" (Ponte alle Grazie, 2018).

In Islanda ci sono tre punti cardinali; il vento, il mare e l'eterno. E di questi tre punti cardinali è pregna anche la sua letteratura. A cui aggiungerei “la morte”. In che modo influiscono quando arriva la storia che decide di scrivere?

Ho deciso di scrivere le storie che ho scritto? Non ne sono sicuro; a volte credo che queste storie abbiano scelto me, non il contrario. Ogni affermazione su una Nazione, però è una grande semplificazione, l'indole di una Nazione è sempre più complessa di come possiamo riassumerla in poche parole, sebbene talvolta possano anche essere giuste. È vero che il vento e il mare siano cose vitali qua in Islanda, forze che ci hanno plasmato. E non è vero che un po' di eternità che giace nel mare, può essere trovata nel vento? L'Islanda è una grande isola in mezzo all'Oceano Atlantico, da queste parti il clima è sempre stato un argomento importante nel bene e nel male. Credo che per me sia impossibile non parlare del vento nelle mie storie. È come respirare. Allo stesso modo è una cosa naturale, ce l'ho nel sangue, come pensare sempre al concetto di eternità mentre scrivo. Scrivo della vita, e di conseguenza parlo della morte, per me è inevitabile. Se no, beh, sarebbe come scrivere della luna e non menzionare mai la sua parte nascosta. In fondo cos'è l'eternità se non il sogno più antico dell'umanità? Il più bello, il più terribile, il più travolgente. O, forse, non un sogno, ma una speranza disperata: l'unica e sola Arca di Noè. E per non scriverne devi essere praticamente morto.

Ho scoperto le sue storie perché cercavo una letteratura che parlasse dell’Islanda, certo, ma quella che avevo in testa (senza esserci mai stato), fatta di spazi ampi, mare, freddo. Quanto l’oleografia della sua Terra è fondamentale anche per un lettore culturalmente diverso?

Se devo essere onesto, non ci ho mai pensato. Non penso mai al lettore, straniero o islandese che sia. L'unica cosa che conta, per me, è scrivere, creare qualcosa che abbia senso, che abbia una voce che parli al mondo. Eppure lo so che sia normale che alcuni lettori pensino alla nostra geografia, alla nostra natura che è così unica nel suo genere. È assolutamente comprensibile che vogliano sentirla la natura, avvertirla nella nostra letteratura. Detto ciò, spero che i miei libri siano letti innanzitutto per la letteratura, le storie, le atmosfere, lo stile e la poesia.

Un altro aspetto importante dei suoi libri è il Tempo: in Paradiso e Inferno non è specificato il periodo preciso in cui accadono gli eventi, altre volte, invece, è più preciso. Ma il tempo è fondamentale per i suoi personaggi e il modo in cui interagiscono. Quanto e in quale modo?

Il Tempo mi ha sempre affascinato, il Tempo come fenomeno: quello che ci fa, il modo in cui ne facciamo esperienza. È la cosa principale che ci circonda, ci controlla, ci governa e che abbiamo cercato di catturare all'interno del cerchio dell'orologio, cercando di addomesticarlo lì. E sebbene il Tempo sia una delle forze principali dell'universo è completamente invisibile, non ha peso, né forma… che sia l'antica poesia degli dei?

Un altro aspetto importante della sua letteratura è la musica. I suoi libri sono pieni di musica, da Mozart ai Beatles: come sceglie la musica da inserire nelle tue storie? Scrive ascoltando musica?

Certo, è estremamente importante, senza la musica appassirei e morirei. Ne ascolto di ogni tipo, rock, blues, jazz, classica e proprio in questo momento Leonard Cohen sta cantando "Seems so Long ago, Nancy". È sempre molto divertente scegliere la musica da inserire nel libro che sto scrivendo, infatti è una delle cose che preferisco. E come la scelgo? Beh, a volte semplicemente inserisco una canzone che mi piace, che abbia un senso e magari lo abbia soprattutto per me. Altre volte è semplicemente un omaggio a un artista, altre ancora, invece, deve essere una parte indistruttibile del testo, dell'atmosfera. Amo Tom Waits e i miei primi due libri di poesia si aprivano con sue citazioni e allo stesso modo è citato nel mio ultimo libro tradotto in Italia, "Grande come l'Universo". Volevo che ci fosse, ma non lo avrei mai inserito se non si fosse incastrato nella sua atmosfera; è la storia a chiederlo. Uso la musica, riferimenti alla musica, per influenzare l'atmosfera, sottolineare qualcosa, per questo non è mai una coincidenza la musica che scelgo. Solo a volte capita anche che scelga una canzone che quasi non c'entra ma anche questo è divertente. Riguardo allo scrive con la musica, non lo faccio mai alla prima stesura, ma capita che abbia qualcosa di sottofondo quando rileggo (e rileggo e rileggo e rileggo), ma soprattutto cose strumentali, classiche come Erik Satie, Philip Glass, Bach o jazz.

Qual è, oggi, l’aspetto più caratteristico della letteratura islandese? È ancora figlia dei Miti?

La letteratura islandese ha sorprendentemente una varietà enorme tenendo presente quanto siamo pochi, circa 350 mila. Alcuni miti o forse il cosiddetto realismo magico sono sempre stati uno dei temi da queste parti, risalendo fino alle Saghe islandesi del tredicesimo secolo. Penso che una delle ragioni per questa ampia varietà della Letteratura islandese sia semplicemente causa della nostra curiosità per il mondo e sebbene i migliori tra i nostri narratori siano ben piantati nella tradizione islandese, allo stesso tempo portano con sé un'influenza derivata da varie parti del mondo. La curiosità è una benedizione per uno scrittore… beh, in fondo per chiunque. Essere curiosi significa che sei avido di conoscenza e ti dà meno possibilità di soffrire di pregiudizi e vedute ristrette. La curiosità è una creazione, rende il mondo un posto migliore ed è ossigeno per ogni scrittore.

Crede che il lettore che non ha mai visto quei luoghi possa perdere qualcosa nella lettura delle sue storie?

Sì e no. Il mood islandese permea tutta la mia Letteratura, ma, appunto, è qualcosa che arriva senza che sia pianificata, è come respirare. Ma penso, e spero, che sia la stessa letteratura a essere protagonista. Parigi è il tema principale di tutta l'opera di Patrick Modiano, le sue strade e la sua atmosfera permeano i suoi romanzi. Ovviamente possiamo pensare che si perda qualcosa se non si è mai stati a Parigi, ma è anche vero che non importa. Se la letteratura è veramente buona, se ha veramente senso, non importa che si svolga in un Paese, una città in cui non si è mai stati, e di cui non conosci nulla. Potrebbe anche svolgersi sulla parte oscura della Luna. È la qualità della Letteratura la cosa principale, il suo fervore, la sua missione. Se ti porta in nuovi posti, ti fa conoscere nuove città, Paesi, mondi beh è solo un extra bonus molto piacevole.

L’Islanda è un Paese ad alto tasso di lettori e scrittori. Un articolo del New York Times diceva che ogni islandese ha letto almeno un libro per passione all’anno. A cosa è dovuto, secondo lei, questo amore spasmodico per la lettura e per la scrittura?

A volte credo che questa cosa sia in parte un mito, tutto questo parlare di quanto in Islanda si legga e sì, si scriva. E, anzi, come ogni mito ha una parte di verità e una parte di sogno, qualcosa in cui vuoi credere. Ma la letteratura è sempre stata una cosa importante qui in Islanda, il fatto che Halldór Laxness vinse il Premio Nobel per la Letteratura nel 1955 resta uno dei momenti chiave nella nostra storia letteraria. Quell'importanza è in parte dovuta al fatto che nel 1955 la nostra indipendenza (dalla Danimarca, che ci ha governato per 500 anni) aveva solo 10 anni e gli islandesi pensarono che la vittoria di Laxness del Nobel fosse allo stesso tempo il riconoscimento da parte del mondo intero che l'Islanda fosse un Paese tra altri Paesi indipendenti. Ho paura che oggi la letteratura non giochi un ruolo così forte sul Paese come ha fatto in passato, ma è ancora molto popolare, la guardiamo come si guarda qualcosa di vitale, anche perché probabilmente sappiamo che senza una forte letteratura la lingua islandese potrebbe scomparire e senza la nostra lingua non ci sarebbe più alcun islandese.

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