22 Simba: “Con la fama ho comprato case, mica collane. Ti riempiono di soldi e sperano ti passi la rabbia sociale”

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22 Simba a Fanpage - ph Francesco Galgano
22 Simba racconta gli inizi, il riscatto economico e la rabbia per le disuguaglianze: “Con i rimi soldi ho comprato case, mica collane”. E sulle condizioni in cui vive chi è cresciuto nelle periferie: “Ti riempiono di soldi e sperano che ti passi la rabbia”.

22 Simba è una delle voci più interessanti della nuova scena rap italiana, che ha trasformato il proprio riscatto in barre di ambizione, fragilità e rabbia. Quella rabbia sociale che racconta anche in questa intervista a Fanpage in cui racconta le sue origini. Nato a Saronno, ha cominciato a fare musica per caso da giovanissimo e da quel momento ha visto nella scrittura un modo per affrontare paure e difficoltà. Oggi che ha raggiunto il successo Andrea Meazza – vero nome del rapper – non ha dimenticato da dove proviene: continua a vivere nella sua città, circondato dagli amici di sempre, con i primi soldi ha acquistato casa per sé e la sua famiglia ("Altro che collane!"), ma non dimentica la rabbia per le disuguaglianze che ha vissuto sulla propria pelle ("Avevo una rabbia incredibile per cose che reputo sociali, per come venivo trattato prima della fama"). Nell'intervista racconta il successo di questi mesi, il rapporto complesso con il padre, la fama, e una felicità che resta difficile da definire. Intanto "Miria" è stato per due settimane primo in classifica, ed è uno degli album più ascoltati in Italia in questa seconda metà del 2026, concorrendo con i lavori di Geolier e Kid Yugi.

Raccontami come nasce 22 Simba, partendo dagli inizi prima di arrivare all'ultimo album.

Ma guarda, in verità 22 Simba è nato davvero per necessità. Io ho iniziato a fare musica che avevo 13 anni, e non perché lo volessi davvero. La mia famiglia non aveva un gran rapporto con la musica: avevamo solo un disco che girava, Megamix di Jovanotti e qualche canzone nei cd masterizzati che spuntavano ogni tanto. Ci sono arrivato per necessità. Uscivo con una compagnia più grande di me che andava a bere e a ballare; io avevo 13 anni e stavo lì a non fare niente. Un giorno un ragazzo mi disse: "Guarda, se vuoi ti faccio compagnia, ma stiamo assieme e scriviamo una canzone rap".

Dal niente?

Esatto, perché aveva voglia lui, perché aveva più cultura di me su questa cosa. L'ho fatto involontariamente, ma mi ha aiutato tantissimo a livello personale per superare i miei sbatti.

E tu dal nulla hai messo penna su carta e hai cominciato a scrivere?

Nelle prime parole che avevo scritto, se non sbaglio, c'entravano un carro armato e uno squalo: ero arrabbiato, volevo tutti i mezzi morti. Però è stato molto casuale. Mia sorella è sempre stata molto appassionata di scrittura – voleva fare la giornalista, si metteva lì a scrivere le sue storie -, quindi ho sempre guardato alla scrittura con un occhio di riguardo, ma mai mettendola sul personale. Quel ragazzo ha unito la mia piccola cultura casalinga alla mia voglia di esprimermi. È diventato un flusso di coscienza che mi ha aiutato a capire di più me stesso e a stare un po' più tranquillo. Poi impari a farlo meglio, ti senti pronto e decidi di uscire. Noi siamo usciti da indipendenti, caricando i brani su SoundCloud e facendo sentire la canzone agli amici. C'è quella storia famosissima di me che ringraziavo per i 200 ascolti!

Ascoltavi già rap? Avevi qualcuno che ti ispirava?

Un artista a cui sono stato tanto legato nella mia adolescenza è stato Cranio Randagio, da cui poi ho preso il nome d'arte. Credo di sapere tutta la sua discografia a memoria. Poi, da quando ho messo piede nella musica, ho iniziato ad ascoltare di tutto, anche generi completamente diversi. Io odio le etichette in qualsiasi mondo, sono molto poliedrico come artista.

E come sei entrato nel giro? Come hai iniziato a conoscere le persone giuste?

Noi ci affacciavamo su Milano, ma la cosa che mi faceva sentire molto provinciale era proprio non essere di Milano. Vedevo quella metropoli a portata di mano, ma non era mia: non avevo i contatti, non ci giravo. Lì nasce quella provincialità di cui parlo tanto. Immaginati un ragazzo che vive in una provincia a 45 minuti da Milano: non fai parte di quel mondo lì.

Come hai superato questa cosa?

Con il tempo. Prima conosci una persona e prendi una porta in faccia; ci provi un'altra volta e prendi un'altra porta in faccia. Poi, a un certo punto, se ne apre una piccolina, sfondi tutto e vai avanti. Noi abbiamo fatto tantissima gavetta, non ci calcolava nessuno. Avrò fatto un numero infinito di live in cui portavo tutta la mia compagnia, che era letteralmente l'unica gente presente nel locale.

Tra l'altro, vicino a te c'erano Massimo Pericolo, che veniva da Brebbia.

Lui molto più provincia di noi, anche per quanta natura c'è nel paesaggio. Noi a Saronno negli ultimi anni stiamo vedendo arrivare molto cemento, provano in tutti i modi ad avvicinarci a Milano. Non eravamo Rozzano o Cinisello, ma non eravamo nemmeno la provincia dei laghi: eravamo quella via di mezzo che non ti fa sentire parte di nessuna delle due. Forse siamo un terzo nucleo che esiste, e io sono fierissimo da dove vengo.

Dove vivi adesso?

A Saronno, ho fatto solo un anno a Milano per lavoro, senza macchina, e appena ho potuto sono tornato in zona. In città mi hanno sempre visto e vissuto in mille sfaccettature diverse: mi potevano trovare in piazza o a prendere un drink al bar. Ho un bellissimo rapporto con la gente, riesco a viverla in modo piacevole perché sono abituati ad avermi lì in pianta stabile. Se vogliono, domani mi ribeccano in giro col cane tranquillamente.

"Sono cambiate tante cose da quando sono cantante": qual è stato il cambiamento più significativo da quando sei diventato un cantante?

Sicuramente la situazione economica. Venivo da una situazione in cui i soldi servivano per risolvere problemi reali della mia vita, e averli risolti mi ha riempito d'orgoglio. Poi arrivi alla fase dopo: ti rendi conto che raggiungere quel gradino da solo è solo un mezzo obiettivo. Io vengo da un ambiente difficile, da cui devi trovare un modo per scappare o far germogliare una pianta in più. L'ho fatto, ma vedi che le persone che hai amato e che hanno lottato con te per lo stesso obiettivo non hanno ancora quel surplus. Questa cosa un po' ti turba e ti spinge a dare di più. Io sono una persona ambiziosa e forse è solo la risposta di una persona ambiziosa. Avevo una rabbia incredibile per cose che reputo sociali, e sai qual è la fregatura?

Quale?

Che a un certo punto ti riempiono di soldi e sperano che ti passi tutto, che la tua rabbia sociale svanisca. Fortunatamente la mia non se n'è ancora andata. Il fatto di avere ancora attorno persone che devono lottare mi ricorda ogni giorno che sono fortunato.

Che intendi per rabbia sociale?

Intendo come il mondo ti tratta prima che le cose vadano bene. Io sono una persona estremamente gentile, punto a essere piacevole per tutti e a far andar bene quei cinque minuti in cui mi incontri. Però non mi dimentico niente: tengo tutto in cartella, nella memoria. Le porte sbattute, la gente che ti guarda male, il non poter mettere piede da nessuna parte, il non avere un euro ed essere giudicati per quello. Spero di riuscire a dare sempre più potere alla mia voce, acculturandomi per poter aiutare in futuro attraverso canali diversi. Non voglio perdere questa parte di me, perché a cambiare per convenienza ci perdi sempre. Sapevo a cosa andavamo incontro: la mia generazione di rap sapeva già che questo mondo poteva essere "falso" o pieno di squali. Eravamo pronti a stare in quella vasca.

La prima cosa che hai fatto quando hai guadagnato è stata regalare una casa ai tuoi nonni, giusto? E per te invece?

Ho comprato la casa anche per me, ci servivano un paio di tetti e ho dovuto risolvere prima le necessità. Poi la prima cosa non utile al sostentamento vitale è stata prendere la macchina.

Leggevo un'intervista di Neffa e Fabri Fibra in cui quest'ultimo, anche in maniera provocatoria, diceva che i giovani rapper di oggi con i primi soldi si comprerebbero una collana anziché la casa…

Ma quando mai, se te ne mancano tre di famiglie da sistemare, compri la casa.

A un certo punto hai detto: "Soldi, più soldi, più soldi, confermo: non bastano a farti felice". Cosa è cambiato nella tua idea di felicità?

Forse mi sono reso conto che la parola felicità è molto più complessa di quanto provano a insegnarti o di come la immagini da giovane. Il fatto che adesso io ammetta di non averla ancora inquadrata è già una maturazione. Inseguivo una felicità assoluta, pensando che bastasse risolvere i problemi economici miei e della mia famiglia per chiudere il gioco. Poi ho capito che aver raggiunto tutto questo da solo, mentre le persone attorno a me continuavano a lottare, frena un po' quella felicità. Mi ha insegnato che è una delle cose più difficili da spiegare e da raggiungere.

Nelle tue canzoni c'è spesso il bisogno di rivendicare: "Se tutto è migliore, me lo sono meritato". Perché lo sottolinei così spesso?

Molte delle frasi che scrivo le metto su carta perché vorrei essere io il primo a sentirmele dire: "Non mollare, non farti prendere da nessuna paranoia o giudizio altrui, vai dritto per la tua strada e prenditi tutto quello che ti sei imposto di prendere". Quando te lo prendi, vanne fiero e ricordati che te lo sei meritato. Viviamo in un mondo basato sullo screditare il prossimo, anche nella gara della vita, qualsiasi essa sia. La mia musica è nata con un obiettivo chiaro: "Devo fare i soldi e salvare la mia famiglia". Poi si è evoluta in "Devo fare star bene tutti" e infine in "Devo solo farmi meno domande". In generale, qualsiasi sia la strada da prendere, devi essere sempre forte e onesto con te stesso. Nel momento in cui hai tutto questo, subentra un paradosso: quando lavori, le stesse motivazioni che ti spingono sono anche quelle che ti creano ansia. Sapendo esattamente dove vuoi arrivare, hai l'obiettivo ben chiaro e l'ansia costante di non raggiungerlo. Quindi, quando fai qualcosa, ricordati che te lo meriti. Anche se io sono il primo a non riuscirci: quando raggiungo un traguardo, non riesco mai a vivermelo fino in fondo.

Esempio?

Anche il primissimo tour, ad esempio: ho capito che era il momento più bello della mia vita solo alla fine, quando ho aperto la cartella delle foto del mio fotografo e ho detto "Cazzo, ma quella roba lì l'ho fatta io sul palco!".

E cosa ricordi?

Niente, ero in trance agonistica. Ero focalizzato, impegnatissimo, pensavo solo a spaccare. Per questo ci tengo a dire alla gente di ricordarsi dei propri successi e di sentirseli meritati, perché quei Magazzini Generali me li sono meritati.

Parli spesso anche del rapporto difficile con tuo padre.

È una figura che mi porto dietro e di cui ho sempre scritto, perché la scrittura è nata come uno strumento utile per me stesso. Mi analizzo mentre scrivo: leggo il testo e capisco che cosa stavo provando. Il rapporto con mio padre è chiaramente difficile, ma in un testo recente ho scritto per la prima volta: "Con mio padre ci facevo il presepe, vedi, neanche lui in fondo è tutte cattiverie". Un fan ha ripostato questa frase scrivendo: "Per chi conosce 22 Simba, sentirlo parlare bene di suo padre vuol dire che Miria è con lui". E questa cosa rispecchia bene sia l'album sia il momento in cui sono. Io scrivo davvero male di mio padre, malissimo.

Però siete tornati a parlarvi.

Nell'ultimo anno ho ripreso i contatti, forse nel modo peggiore possibile perché quell'uomo è due coglioni… però sono riuscito a non odiarlo. So che è stata una figura rilevante in modo negativo nella mia vita, ma portare rancore per sempre non mi dà risposte migliori rispetto al prendere atto di quello che è successo e lasciarlo lì come pietra miliare del mio passato.

"Non l'ho scelto, è tutto un piano di Dio". Ci credi? Sei religioso?

Non ci vado in chiesa, non vado a messa – o meglio, ci andavo da ragazzino, ma "obbligato a fucilate", sì. Però credo in Dio, ho la mia visione. Prego da solo, ci parlo, anche se ora come ora parlo più con mia nonna. Sono sempre stato una persona che ha cercato questo contatto: mi aiutava tanto nella solitudine, a farmi delle domande, a elaborare i pensieri o anche solo a mandare via qualcosa. Non so in che modo esatto mi aiutasse, ma mi è servito tantissimo e ci parlo tuttora, guardando sempre verso il cielo nella mia vita.

Tua nonna è stata un personaggio centrale. Che cosa ha rappresentato per te?

Molto probabilmente ha rappresentato in una sola persona tutto quello che ci siamo detti finora. Sono arrivato a un punto in cui iniziava a piovermi tutto addosso, e il primo vero dubbio sul "bene assoluto" di questo successo mi è arrivato proprio con la sua scomparsa. Nel momento in cui tutto mi andava bene, la prima disillusione è stata mettere a confronto la mia vita con la sua e dire: "Cazzo, mia nonna era più serena di me". Non ha mai fatto niente di quello che ho fatto io, non è mai riuscita a sistemare le case della famiglia, non gliene fregava niente: era serena e faceva stare serena tutta la famiglia molto più di quanto ci riesca io, nonostante tutto ciò che ho realizzato.

E questa cosa ti cambia la prospettiva?

Certo, perché capisci che ci sono tante altre prospettive per vedere le cose, ti senti un po' più ignorante e ti fai più domande. Più che raccontare la sua storia, volevo trasmettere quel dubbio e quella disillusione che sono arrivati a me, e che portano il suo nome.

Qual è stato il rapper che ti è stato più vicino o che ti ha dato i primi consigli giusti per affrontare questo mondo?

Una persona che mi ha aiutato tanto ultimamente, anche per questo album, è Marracash, nonostante non sia nell'album. Per il disco nuovo gli ho fatto sentire tutti i brani con l'ansia addosso, dicendogli: "Dimmi la verità, se non ti piace me lo devi dire". Non me l'ha detto, e già solo questo mi ha aiutato tantissimo! Negli ultimi anni mi è stato di grande supporto per la visione e la mentalità. In generale, però, cerco di imparare da tutti: anche se ti incontro solo per tre minuti, tendo a cercare la tua virgola positiva e portarmela a casa. È un bagaglio culturale che continua a riempirsi ogni giorno grazie a tantissime persone.

Ora che l'album è uscito e sei primo in classifica, esiste la paura che tutto questo possa finire?

No. E ti dico la verità: mi sentirei proprio freddo dentro a dirti che ho paura. Vengo da un contesto in cui avevamo talmente poco che, in questo momento, l'aver già messo tre tetti sulla testa delle persone che amo è un traguardo enorme. Se domani dovesse finire tutto… raga, si torna semplicemente dove eravamo otto mesi fa, che problema c'è? Ho lavorato in tutti i ristoranti di Saronno: mi richiamano al volo, magari faccio il caposala e ci vado pure con i dischi d'oro appesi in casa! Voglio sempre di più perché sono una persona ambiziosa e dedita al lavoro – qualità che ho imparato dalla mia famiglia -, ma non voglio morirci dietro. Non ho un'ambizione da multimiliardario, non mi interessa. I doveri familiari li ho superati alla grande, ora sono in bonus. Ho sempre fatto musica per me stesso e continuerei a farla comunque, anche se tutto andasse male.

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