
Spesso si sente criticare la sigla LGBTQIA+ come una sequenza interminabile e incomprensibile di nuove "etichette", ma la realtà è molto diversa. Nominare le identità delle persone non è un capriccio contemporaneo, bensì il primo fondamentale atto di riconoscimento umano e sociale. Mentre le lettere L, G, B e T sono ormai ampiamente conosciute ed entrate nel vocabolario comune, sulle lettere Q, I e A (queer, intersexual e asexual) persiste ancora moltissima confusione.
La sigla LGBTQIA+ non è una fredda catalogazione, ma un archivio di rivendicazioni potenti. Partiamo dalla Q di Queer.
Nell'America degli anni '20, la parola inglese queer significa letteralmente "storto", "anormale" o "diverso". Per decenni questa parola viene urlata per strada come un violento insulto contro le persone omosessuali e contro l'intera comunità. Ma le cose cambiano radicalmente nel 1990: a New York, un gruppo di attivisti malati di AIDS decide di compiere l'atto politico più provocatorio possibile, appropriandosi di quell'insulto per trasformarlo nelle fondamenta di un nuovo movimento.
Nasce così la Queer Nation, un'organizzazione creata per dare voce e visibilità a tutti coloro che non si riconoscono nel tradizionale schema cisgender ed eterosessuale. Il loro manifesto è netto e tagliente: "Siamo qui. Siamo queer. Abituatevi". Grazie a questo ribaltamento, la Q entra a pieno titolo nella sigla, trasformandosi da offesa a manifesto di orgoglio.
La lettera I invece, che sta per Intersex, ha alle spalle una genesi ancora più complessa e molto dolorosa. Tutto ha inizio nel 1956 con la nascita di Cheryl Chase, una bambina che viene al mondo con organi sessuali misti, sia femminili che maschili. I medici e i genitori, confusi dalla situazione, inizialmente la chiamano Brian. Successivamente, scoprendo la presenza di ovaie e utero nel suo corpo, i medici decidono di assegnarle il sesso femminile basandosi sui suoi cromosomi XX. Ad appena 18 mesi di vita, Cheryl subisce la rimozione del clitoride, giudicato dai medici troppo grande. Su consiglio medico, la famiglia decide persino di trasferirsi in un'altra città per sfuggire alle voci del vicinato. Cheryl rimane all'oscuro di tutto e scopre la verità sul suo corpo soltanto a 10 anni, riesce faticosamente ad accedere alle proprie cartelle cliniche a 21 e affronta un profondo crollo emotivo a 35 anni, evento che la spinge a pretendere finalmente delle risposte dalla madre. Nel 1993, la svolta: leggendo un articolo scientifico intitolato "I cinque sessi", Cheryl decide di scrivere una lettera al direttore della rivista, lanciando un appello affinché altre persone intersex la contattino.
Da questo coraggioso passo nasce l'ISNA, la prima organizzazione per i diritti delle persone intersex della storia. Il suo instancabile attivismo porta la condizione intersex al centro della conversazione pubblica, spingendo la comunità a richiedere e ottenere l'inclusione di quella fondamentale lettera I nella sigla.
Infine, la lettera A ci trasporta nel mondo digitale del 2001. David Jay è uno studente di 18 anni che crea un sito web dalla sua stanza nel dormitorio universitario. Il portale si chiama AVEN, acronimo di Asexual Visibility and Education Network. Fino a quel momento, David non prova attrazione sessuale verso nessuno e passa anni a tormentarsi, credendo di essere malato, anche perché non esiste ancora nemmeno una parola condivisa per definirsi asessuali. Quando capisce semplicemente la sua natura asessuale, usa la rete per cercare i suoi simili. Il successo è travolgente: in pochi mesi, migliaia di persone da ogni angolo del mondo visitano AVEN, scoprendo con sollievo di non essere casi isolati. Per la prima volta, un'intera comunità invisibile trova una parola che la riconosce. In questo modo, anche la lettera A conquista il suo legittimo spazio nell'acronimo.
A chiudere l'alfabeto troviamo il simbolo "+". Non si tratta di una banale aggiunta, ma di una promessa: quella di mantenere le porte aperte per includere tutte le persone e le identità che ancora non hanno trovato un nome per definirsi. Perché alla fine, ogni singola lettera di questa sigla è il simbolo tangibile di una battaglia vinta, il momento esatto in cui qualcuno ha alzato la mano per smettere di essere invisibile. E questa sigla, per quanto possa sembrare lunga, non è una lista di stranezze, ma un vero e proprio appello di persone umane che esistono, resistono e che ancora oggi chiedono il rispetto dei propri diritti.