Zoe Trinchero, la mamma: “Voleva fare la psicologa, mi torturo per non averle detto di tornare a casa quella sera”

"Mi sto torturando per non averle detto di tornare subito a casa quando l'ho sentita quella sera. Nessun uomo deve alzare più un dito su una donna". In un audio inviato a Fanpage.it, Mariangela Auddino, la mamma di Zoe Trinchero, racconta chi era la 17enne e cosa si sono dette la sera del 6 febbraio, prima che il 20enne reo confesso Alex Manna la uccidesse e gettasse nel rio Nizza, nell'Astigiano.
Mariangela con il suo messaggio vuole mandare un monito rivolto a tutti: "Vogliamo la verità. Vogliamo che tutta la società civile si mobiliti. Perché nessun uomo deve alzare più un dito su una donna, e siamo noi i genitori a doverlo insegnare ai figli".
Quello di Zoe è un femminicidio a tutti gli effetti, e anche la madre usa questo termine per descrivere quello che è successo alla figlia: "Ognuna ha il diritto di dire no quando vuole dire no. E io me ne farò portavoce insieme alle altre migliaia di mamme, alle migliaia di genitori che piangono e lottano contro il femminicidio".
Per il momento, però, per la morte di Zoe si indaga per omicidio aggravato dai futili motivi. Una scelta che, secondo l'ipotesi avanzata a Fanpage.it dal legale della famiglia, Fabrizio Ventimiglia, sarebbe giustificata con la volontà dei magistrati di raccogliere elementi più forti, che provino la cultura del possesso di cui è rimasta vittima Zoe. Il femminicidio, infatti, esiste come reato autonomo solo dal dicembre 2025 e quello per il suo assassinio potrebbe essere tra i primi processi con questa imputazione.
Mariangela ricorda tutti i progetti che stavano facendo insieme: "Abbiamo iniziato a pensare al suo futuro, voleva fare la psicologa, perché voleva aiutare veramente le persone, voleva prendere la patente, avevamo già visto e scelto la macchina. Non siamo gente ricca, quindi avremmo accantonato un po' ogni mese per i suoi obiettivi, perché sono anche miei, alla fine".
Nella vita della famiglia, però, ha fatto irruzione Alex Manna, unico indagato dell'omicidio. Secondo le prime ricostruzioni, lui l'avrebbe portata in un luogo isolato e lì l'avrebbe aggredita e lasciata cadere nel rio Nizza, dove è morta poco dopo, come ha accertato l'autopsia.
"Poi succede l'impensabile, l'imperdonabile. Abbiamo sempre parlato di tutto con lei, senza tabù o senza remore. Le ho spiegato il sesso fin da bambina come frutto dell'amore. Le ho insegnato il valore dell'amicizia e della verità, del dire no se non voleva qualcosa. Le ho insegnato a difendersi se incontrava un bullo, a sostenere i più deboli. Lei odiava la violenza, però sapeva parlare e sapeva ascoltare. E mi sto continuando a chiedere se sarebbe stato meglio insegnarle a non ascoltare, a non dar retta a chi le chiedeva un chiarimento maturo, perché in quel caso la maturità è richiesta a entrambe le parti e non solo a lei".
La sera in cui ha incontrato Manna per venire incontro alla sua richiesta di un chiarimento, Zoe aveva appena finito di lavorare, e prima di recarsi all'appuntamento aveva telefonato alla mamma, la loro ultima chiamata: "Mi sto torturando per non averle detto di venire subito a casa quando l'ho sentita quella sera. Ma perché avrei dovuto? Aveva finito di lavorare da poco, era serena con i suoi amici. Mi fidavo di lei, non faceva mai tardi, mi avvisava se si muovevano in macchina, sapeva che mi preoccupavo per lei, mi diceva ogni spostamento. Io so bene chi è mia figlia".
Ora, però, la famiglia attende risposte dalla giustizia: "Non ho ancora capito cos'è successo, o il perché. So solo che la mia bambina non tornerà più a casa, e per quanto io cerchi delle risposte, non le trovo. Non voglio trovare altri colpevoli, se non l'unico che ha deciso di strapparla a me, alla sua famiglia".
Stasera 13 febbraio alle ore 21 si terrà un momento di preghiera aperto a tutti nella chiesa Sant'Ippolito di Nizza Moferrato, mentre domani, sabato 14, si terrà il funerale.
Intanto, i Carabinieri del Ris, il Reparto investigazioni scientifiche di Parma, nei prossimi giorni riceveranno gli indumenti della vittima e del suo omicida reo confesso per le analisi. I vestiti che lui indossava al momento dell'aggressione si trovavano nell'abitazione in cui viveva con una compagna, dove si sarebbe recato per cambiarsi dopo l'aggressione e tornare dagli amici che nel frattempo stavano cercando la ragazza.