“Un giorno sono tornato a casa e i miei figli erano spariti”: la storia di un papà italiano in Giappone

Si rivolge direttamente ai suoi bambini Michele nei video della "buonanotte" che quasi ogni sera carica su YouTube, filmati nei quali il 42enne romagnolo legge ai suoi tre figli i racconti per l'infanzia di Boscodirovo e le avventure dei tre topolini che ne sono protagonisti. Ma perché lo fa? E come mai questo papà non legge le favole ai figli seduto accanto a loro, nella loro camera da letto?
Quella di Michele Dall'Arno è la storia di un uomo che sta attraversando un vero e proprio incubo giuridico: vive in uno dei Paesi più avanzati del mondo, il Giappone, ma si ritrova immerso in una realtà che lui stesso definisce da "Far West". Quarantadue anni, di origini romagnole, Michele è un docente di fisica teorica, un uomo di scienza che dal 2012 ha fatto del Sol Levante la sua casa. Dopo aver lavorato in Spagna e a Singapore, ha insegnato nelle prestigiose università di Tokyo, Nagoya e Kyoto, stabilendosi infine a Toyohashi. Nel 2016 ha sposato una donna giapponese e dalla loro unione sono nati tre figli che oggi hanno 7, 5 e 3 anni. Bambini con nomi italiani e doppia cittadinanza, che Michele descrive con l’orgoglio di un padre che ha sempre cercato di mediare tra due culture lontanissime.
Cosa è successo alla famiglia del docente
Ma tre mesi e mezzo fa quella mediazione si è spezzata violentemente. "Il 31 ottobre – racconta a Fanpage.it – era una mattina come tante. Sono partito per un breve viaggio di lavoro, una trasferta di poche ore in un’università vicina, a circa un’ora di treno da casa. Nulla lasciava presagire quello che avrei trovato al mio ritorno. Quando ho varcato la soglia di casa, il silenzio era assordante. Mia moglie non c’era. I bambini non c’erano. I loro vestiti, i loro giochi, l’auto di famiglia: tutto sparito".
Michele è incredulo: da tempo le differenze culturali con sua moglie avevano assunto un peso sempre maggiore e più di recente erano subentrati anche dei problemi economici, ma mai la donna aveva minacciato di sparire nel nulla portando via i loro tre figli; invece è quello che accade: "Poco dopo, è arrivata una mail. Poche righe, gelide, in cui mia moglie mi comunicava di aver cambiato la residenza dei bambini e la loro scuola. Nessun indirizzo, nessuna spiegazione, nessuna possibilità di replica. Da quel momento, per lo Stato giapponese, io ho smesso di esistere come genitore".

Il sistema delle sottrazioni dei minori in Giappone
A chi lo guarda dall’esterno, il Giappone appare come un Paese civile e ordinato. Ma c'è un aspetto – il diritto di famiglia – in cui le criticità sono incredibili, tanto da essere state oggetto di studi universitari (ad esempio alla Ca Foscari di Venezia), appelli del Parlamento Europeo e alert della Farnesina. "In Giappone – spiega ancora Michele – la sottrazione di minori da parte di un genitore non è penalizzata. È formalmente illegale, ma non ci sono pene. Questo significa che chiunque può prendere i figli e sparire nel nulla senza rischiare il carcere".
Si tratta di una pratica così diffusa da essere diventata la forma standard di divorzio. Come spiega anche il sito Viaggiare Sicuri del Ministero degli Esteri Italiano "la legislazione locale non prevede l'affido congiunto dei minori, in caso di divorzio. Di conseguenza, sia nei casi di presenza del nucleo familiare in Giappone, sia nei casi di sottrazione internazionale, è particolarmente difficile per il genitore straniero vedere riconosciuti i diritti sui propri figli (affido o visita), in alcuni casi anche in presenza di una sentenza in suo favore".
Le statistiche, riportate anche nel documentario Unfathered (che affronta il tema delle sottrazioni di minori in Giappone), sono agghiaccianti. Due divorzi su tre in Giappone iniziano con un "rapimento". Ogni anno, circa 150mila bambini diventano vittime di questa alienazione. Parliamo di una massa critica di 3 milioni di minori che, nel corso degli anni, hanno perso ogni contatto con uno dei due genitori. È un’epidemia silenziosa che i giapponesi tendono a nascondere, una vergogna nazionale che non viene mai ammessa pubblicamente, né dai media né dalla politica locale.
Spiega Michele: "Il principio che governa i tribunali è quello della ‘continuità': il giudice non valuta chi sia il genitore migliore o il benessere psicofisico del bambino, ma semplicemente chi ha il possesso fisico dei figli in quel momento. Il primo che "estrae la pistola" e scappa con i bambini – come nel Far West – vince tutto. Io sono quello che non ha estratto la pistola, e per questo, agli occhi della legge giapponese, sono morto".

L’arma del ricatto: "Paga o non rivedrai i tuoi figli"
Ma come si è arrivati a questa situazione? Come è possibile che una madre sparisca con tre figli e resti sostanzialmente impunita? "Me lo chiedono molti – risponde Michele -. Il nostro matrimonio ha sempre risentito delle divergenze culturali. Io, come molti italiani, credo nel dialogo, nell’affettività esplicita, nel dire le cose in faccia. In Giappone, e in particolare con mia moglie, il conflitto portava alla chiusura totale, al silenzio, alla negazione del contatto".
A questo si è aggiunto un problema economico strutturale. "In Giappone – aggiunge l'italiano – è consuetudine che sia la donna a gestire interamente le finanze familiari. Io lavoravo, portavo lo stipendio a casa, ma lei gestiva il bancomat e i risparmi. A ottobre, poco prima della sua fuga, ho scoperto che il mio conto era stato prosciugato. I risparmi di una vita erano spariti. Otto giorni dopo mi è arrivata una richiesta di 2.000 euro per ‘spese vive' sostenute in una sola settimana. È un’estorsione, pura e semplice. Non sono alimenti stabiliti da un giudice, ma un riscatto. ‘Paga se vuoi sperare di vedere i bambini', questo è il messaggio sottinteso. Io ho rifiutato di cedere a questo ricatto e la ritorsione è stata immediata: non ho più visto i miei figli".
Una sola telefonata in 3 mesi e mezzo
In questi tre mesi e mezzo Michele ha sentito la voce di sua figlia una sola volta, il 16 novembre. "C’era stato un incidente stradale e, probabilmente su consiglio del suo avvocato per tutelarsi legalmente, mia moglie mi ha permesso una telefonata di meno di mezz’ora". Eppure anche quella telefonata, paradossalmente, è stata usata contro l'italiano in tribunale.
"Durante l’udienza di mediazione – racconta Michele – mia moglie ha negato il mio diritto di vedere i bambini durante un weekend sostenendo che in quella chiamata avrei ‘parlato male di lei' alla bambina. Capite la perversione del sistema? Un genitore può andare via con tre bambini per mesi, cambiare le loro vite senza consenso, privarli del padre, e questo è considerato accettabile. Ma se un padre, nell’unica telefonata concessa in tre mesi, dice qualcosa che non aggrada la madre, allora quella diventa la giustificazione per negare ogni futuro incontro".
Il ruolo delle istituzioni e l’appello alla politica
In questi tre mesi e mezzo Michele ha trovato l'attenzione dell'Ambasciata Italiana a Tokyo e del Console d'Italia a Osaka, Filippo Manara, che si è dimostrato estremamente attivo e sensibile. "Ha cercato di esercitare il suo diritto, sancito dai trattati internazionali, di visitare i bambini in quanto cittadini italiani sottratti alla patria potestà. Ma mia moglie e il suo avvocato hanno opposto un rifiuto persino alla massima autorità diplomatica italiana nella regione. È uno schiaffo al nostro Paese".
Dalla Farnesina, invece, Michele non ha ricevuto lo stesso sostegno. "Sono tornato in Italia recentemente, sperando in un ascolto concreto, ma ho trovato uffici distratti da altre emergenze. Capisco che l’Italia abbia interessi commerciali enormi con il Giappone, capisco che la diplomazia sia un gioco di equilibri delicati, ma qui stiamo parlando di diritti umani fondamentali. Stiamo parlando di tre bambini italiani sequestrati. Il Giappone è molto attento a ‘salvare la faccia'. Per questo motivo, la pressione mediatica e politica è l’unica arma che mi resta. Ho bisogno di un'interrogazione parlamentare, di un atto formale che costringa il governo italiano a chiedere a quello giapponese di rispondere delle proprie inadempienze rispetto alla Convenzione dell'Aia e ai diritti dei minori".
Un caso non isolato
Quello di Michele Dall'Arno non è un caso isolato. Al contrario, esistono studi accademici rigorosi su questo fenomeno, come quelli del professor Giorgio Colombo dell’Università Ca’ Foscari, che confermano quanto la storia del 42enne romagnolo sia tragicamente comune. "Eppure – racconta lui – ogni giorno incontro e sento altri padri – italiani, stranieri, ma anche giapponesi – che vivono nel terrore e nel silenzio. Pagano ‘riscatti' mensili alle ex mogli solo per ottenere dieci minuti di videochiamata al mese, accettando condizioni umilianti pur di non perdere il legame con i figli. Io ho deciso di non stare in silenzio. Non lo faccio solo per me, ma per i miei figli. Non possono crescere pensando che il loro padre li abbia abbandonati. Non possono crescere in un sistema che insegna loro che questo sia un modo legittimo di risolvere i conflitti".
Nel frattempo, mentre prosegue la sua battaglia per riabbracciare i figli, a Michele restano le fiabe della buonanotte: "Ogni giorno carico su YouTube delle favole, leggo loro dei libri, cerco di impartire loro degli insegnamenti come facevo quando stavamo ancora insieme e la sera li mettevo al letto".