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7 Settembre 2021
16:35

Scegliere la vita e decidere quando non è più vita. Storie di chi pensa all’eutanasia e al suicidio assistito

Nell’estate della raccolta firme per il referendum per la legalizzazione dell’eutanasia, Fanpage.it ha scelto di raccontare le storie di chi, pur amando la vita, consapevole della propria condizione fisica degenerativa, vuole avere diritto di scelta una volta raggiunto un punto in cui la vita non è più vita.
A cura di Carmine Benincasa
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Suicidio assistito significa decidere di morire facendosi aiutare soltanto nell'iter amministrativo-medico, somministrandosi da solo le sostanze letali. In Italia la procedura non è legale. Nel 2019 la Corte Costituzionale ha tuttavia stabilito, dopo il caso di dj Fabo, che non è punibile chi agevola il suicidio assistito nei casi in cui il soggetto è vittima di atroci sofferenze per la sua patologia ed altresì pienamente consapevole della sua volontà di considerare quelle condizioni di vita non compatibili con la sua dignità (sentenza 242/2019).

In Italia resta illegale e punita, invece, l’eutanasia, ovvero il procurare intenzionalmente (col comportamento attivo del medico che materialmente procede all’iniezione letale) la morte di un individuo tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale ma in grado di prendere decisioni consapevoli.

A metà agosto 2021 nel nostro Paese 500.000 persone hanno firmato la richiesta del referendum per la legalizzazione dell’eutanasia. Al momento chi vuole porre termine alla propria esistenza deve infatti recarsi in una clinica specializzata all'estero; le più vicine sono in Svizzera.

Nell'estate della raccolta firme per il referendum sull'eutanasia legale, Fanpage.it ha scelto di raccontare le storie di chi, pur amando la vita, consapevole della propria condizione fisica degenerativa, vuole avere diritto di scelta una volta raggiunto un punto in cui la vita non è più vita.

Marco, Laura, Carlo e Gustavo non vogliono morire. Ma vogliono avere un "Piano B". Ognuno di loro ha  malattie degenerative. La loro voglia di vivere supera di gran lunga la "voglia di"voler morire". Ma purtroppo tutti devono fare i conti con ciò che sarà: l'eventuale aggravamento della patologia e le sofferenze che potrebbe comportare, anche a coloro che li assistono.

Marco, 32 anni e Carlo, 34 anni sono fratelli, entrambi hanno la SLA (sclerosi laterale amiotrofica) dalla nascita e sono costretti in carrozzina. Marco muove solo un dito e gli occhi ma quel dito gli permette di potersi spostare con la sua carrozzina e di poter scrivere al computer, con il mouse lettera per lettera.

Carlo muove solo gli occhi con cui riesce a comunicare attraverso un sintetizzatore vocale utilizzabile attraverso gli occhi. Entrambi non vogliono essere attaccati alle macchina quando la malattia prenderà il sopravvento e non vogliono vivere in un letto intubati. Sabrina è la loro mamma e accetta questa loro scelta, è anche pronta ad accompagnarli in Svizzera quando sarà il momento ma non smette di credere nella ricerca e in una cura.

Gustavo soffre di tetraparesi spastica dalla nascita e lui ha già deciso che prima o poi andrà in Svizzera per applicare il suicidio assistito ma per lui è «La natura e non una cosa voluta dal diavolo». Quando si vedrà venir meno la sua libertà e la sua autonomia sceglierà di non soffrire più e non essere accudito in un letto. «Non è un capriccio andare in Svizzera, c’è un iter ben preciso e se la fine sarà brutta e dolorosa beh, io non voglio partecipare», dice.

Laura ha 46 anni ha la SM, Sclerosi Multipla, ed è sposata con Stefano da più di 10 anni. Negli anni la sua condizione è peggiorata gradualmente, quando si è sposata, quando camminava e conduceva una vita che noi definiremmo “normale”. Lei ha «dovuto pensare alla morte» non perché voglia morire. «Se mi chiedi quando voglio morire non lo so», dice. Oggi grazie a Stefano, suo marito, che è anche il suo caregiver, ha un blog, va in piscina e va anche in vacanza.  Ma se un domani dovesse aggravarsi è sicura di non voler giacere in un letto a «guardare fuori dalla finestra».

Verdiana invece parla a nome della sorella Daniela che non c’è più a causa di un tumore al pancreas che in un anno l’ha portata via. Daniela a marzo del 2021 ha avuto la notizia che poteva sospendere la chemioterapia perché non c’era più nulla da fare. Ha passato 80 giorni di agonia, nei deliri e nell’agonia della sua malattia rimanendo sempre vigile. Fino all’ultimo giorno ha scritto, perché non riusciva più a parlare. Avrebbe voluto evitare quei dolorosi, sofferti mesi per lei e per i suoi cari.

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