È diventato virale in rete un post dove si invitano le persone a non urlare nel caso in cui si vedesse per strada un genitore con un bimbo con indosso un indumento blu o un nastro dello stesso colore. Si tratterebbe, secondo il post, di bambini nello spettro dell'autismo usciti di casa per calmarsi dall'ansia.

Le principali associazioni riguardanti gli autismi (meglio al plurale, perché le neuro-diversità variano estremamente), così come esperti e studiosi del settore, si sono però opposte a questa iniziativa considerata discriminatoria e ulteriormente ghettizzante, ma non solo. C'è anche chi, come il presidente di "PizzAut" Nico Acampora, ritrova in questa soluzione un qualcosa di tremendamente "nostalgico". Ecco qui, infatti, il post pubblicato sulla pagina Facebook dell'associazione, dove si invita a fare educazione e informazione anziché rimediare con gravi forme di identificazione:

Più di cento i commenti sotto questo post, e in maggioranza si leggono posizioni contrarie, provenienti per lo più da chi si occupa o vive sulla propria pelle la condizione in oggetto. Voci che spesso non vengono interpellate quando si attuano decisioni o lanciano iniziative come questa, che le riguardano direttamente:

"Che cosa orribile… Non abbiamo bisogno di chi ci riconosce da un nastro per non insultarci, ci basta l'educazione, rispetto e umanità delle persone e per le autorità abbiamo i certificati". E poi: "Come sempre si ‘castigano' le persone sbagliate. Marchio mio figlio perché qualche imbecille sente il bisogno di sfogare la sua aggressività in presenza di un bambino! Io dico NO!". E ancora: "Ho visto un post simile e mi sono chiesta ‘ma qui siamo alla follia!!!'.
Uno per uscire si deve mettere un marchio… no. Questo mondo non vuole l’inclusione ma l’esclusione!". E infine: " Condivido al 100%. Non lo farei mai con mia figlia… nessun simbolo, la gente dovrebbe imparare a farsi gli affari propri…"

Ad esprimersi, poi, ci sono le "Sorelle di Cuore", associazione romana che ha ricordato il grave episodio accaduto a Lucca dove una mamma, scesa in strada col bimbo autistico, è stata insultata utilizzando anche una sirena da stadio che ha scatenato, inevitabilmente, una violenta crisi di panico nel ragazzino:

"Respingiamo e condanniamo una pratica simile che esporrebbe i nostri figli ad un’ulteriore discriminazione. Sono anni che ci battiamo per un’integrazione delle persone con disabilità in questa società e francamente pensare di assegnare loro un simbolo di riconoscimento ci sembra non solo fuori luogo, ma riporta alla mente altre e più gravi forme di identificazione".

E poi ancora, a proposito di esperti, Fabrizio Acanfora, docente di Condizioni dello Spettro Autistico, Focusing e Mindfulness dell'Università di Barcelona, in Spagna:

"A prescindere da quanto l’autismo sia visibile o meno, trovo ripugnante la sola idea di dover giustificare una necessità garantita dalla legge indossando foulard, braccialetti e magliette blu o qualsiasi altro simbolo a causa del rigurgito di un passato buio che sembra tornare con sempre maggiore prepotenza."

E infine il mio amico Simone Stabilini, docente e ricercatore del Centro Ricerche e Studi sulla Disabilità e la Marginalità dell'Università Cattolica di Milano, esperto di autismo e strategie per l'inclusione (lo avevamo citato altre volte a Fanpage), chiude così la questione:

"È uno di quei modi per esternare chissà quale vicinanza, ma si tratta di una vicinanza apparente che non si concretizza mai come vicinanza autentica per garantire inclusione nella società. Penso che anziché preoccuparsi di fazzoletti blu, la società dovrebbe prendere coscienza della necessità di riconoscere le proprie fragilità e accettare di ricordarsi dell'esistenza della varietà dell'essere umano, in tutti i momenti e non solo in alcuni. Come diceva, se non ricordo male, anche Sant'Agostino: si dovrebbe agire nel segreto e senza evidenze, con modalità silenziose ma genuine, nel silenzio ma in modo fattivo."