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“Sei donna, fai il caffè per i colleghi e servilo”: l’azienda condannata a risarcire la manager per 50mila euro

La Keyline di Conegliano è stata condannata a risarcire una manager, licenziata nel luglio del 2024, per 50mila euro. Alla donna veniva chiesto di preparare il caffè per i colleghi durante le riunioni aziendali e di servirlo “in quanto donna”.
A cura di Gabriella Mazzeo
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La Keyline di Conegliano è stata condannata da un giudice del lavoro di Treviso a reintegrare una manager, annullandone il licenziamento, e a corrisponderle 50mila euro di danno da discriminazione. Nella sentenza si fa riferimento ad alcune frasi proferite dal capo alla manager, come "non meriti la dirigenza e la posizione, avrei bisogno di un uomo con esperienza". Il tutto sarebbe avvenuto durante gli incontri aziendali, in presenza di altri dipendenti. In queste occasioni, l'amministratore dell'azienda avrebbe ordinato alla dirigente di "fare i caffè" a tutti i partecipanti. Secondo il capo, sarebbe stato "suo compito" in quanto donna.

Per il tribunale, questi comportamenti, ripetuti nel tempo e avvenuti davanti ad altri lavoratori, avrebbero avuto un carattere dequalificante per la manager, al punto da configurare una molestia discriminatoria legata al genere. La donna, oltre a subire condotte umilianti sul lavoro, si sarebbe anche vista recapitare una lettera di licenziamento nel luglio del 2024, mentre era incinta.

Un mese prima di quella lettera, aveva dovuto fare i conti con una contestazione disciplinare. La società le imputava l'uso della carta di credito aziendale per spese personali per un importo di 5.600 euro e una presunta responsabilità operativa nel sovraccarico del magazzino nell'ambito di attività svolte negli Stati Uniti.

La lavoratrice era impiegata da anni nella società nella quale i ruoli dirigenziali erano divisi tra familiari e aveva assunto la qualifica di manager nel gennaio del 2024, pochi mesi prima del licenziamento. La donna è stata assistita dagli avvocati Francesco Furlan, Luigi Fadalti e Gabriele Mirabile. Secondo quanto riporta Corriere della Sera, i legali hanno smontato gli addebiti punto per punto: in dibattimento è infatti emerso che l'uso della carta aziendale per spese personali fosse una prassi tollerata e condivisa tra coloro che avevano ruoli apicali nell'azienda. La seconda accusa, relativa alla gestione del magazzino, è invece stata ritenuta generica e non dimostrata. Rispetto al licenziamento, il giudice ha sottolineato che non si configura una colpa grave che possa giustificare l'interruzione del rapporto di lavoro per una donna in gravidanza.

Per questo il tribunale ha condannato l'azienda a corrispondere un risarcimento di 50mila euro e il reintegro della manager con il riconoscimento degli stipendi arretrati e un danno da stress di 1725 euro. Una storia simile coinvolge anche la sorellastra della donna, impiegata nella stessa azienda e licenziata nello stesso periodo, un mese dopo la nascita della figlia. Condotte vessatorie, mobbizzanti e gravemente offensive erano state denunciate già in due diffide nella primavera del 2024, pochi mesi prima del licenziamento.

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