Rapì una neonata in una clinica di Cosenza, Rosa Vespa condannata a 5 anni e quattro mesi di carcere

È stata condannata a 5 anni e quattro mesi di carcere con il rito abbreviato Rosa Vespa, la donna di 51 anni che nel gennaio 2025 rapì una neonata dal reparto maternità della clinica privata “Sacro Cuore” di Cosenza.
Il pubblico ministero Antonio Bruno Tridico aveva chiesto 8 anni. La gup del tribunale di Cosenza, Letizia Benigno, al termine del processo ha stabilito la pena con la concessione delle attenuanti generiche. Inoltre, la donna è stata condanna a pagamento della provvisionale da 15mila euro per la famiglia.
"Siamo soddisfatti perché è una sentenza giusta, equilibrata. La richiesta a 8 anni era oggettivamente molto alta rispetto al fatto che la signora Vespa è incensurata e alla scelta del rito", ha detto a Fanpage.it l'avvocata Chiara Penna, che con il collega Paolo Pisani difende la famiglia della neonata.
"Ora pensiamo all'altro filone di indagine, relativo all'accertamento dell'eventuale responsabilità della clinica o di chi doveva garantire vigilanza all'interno e non lo ha fatto", ha aggiunto.
Secondo quanti ricostruito dall'accusa negli scorsi mesi, Vespa era entrata nella struttura fingendosi un’operatrice sanitaria e aveva preso la bambina dalla culla davanti alla madre e ai familiari della piccola.
Subito dopo si era allontanata e aveva raggiunto il marito Moses Omogo, la cui posizione è stata archiviata poiché l’uomo non era a conoscenza del piano della moglie.
Secondo quanto emerso dagli atti, infatti, la donna aveva ingannato familiari e amici facendo loro credere per nove mesi di essere incinta. Nelle ore precedenti al fatto aveva raccontato di essere ricoverata nella clinica e di aver partorito la bambina che aveva poi sottratto alla famiglia.
La vicenda si era risolta fortunatamente in poche ore con l’intervento della Polizia che aveva rintracciato e riconsegnato ai genitori la neonata.
Rosa Vespa, difesa dall’avvocato Gianluca Garritano e Teresa Gallucci, era stata arrestata e condotta in carcere, nelle settimane successive il giudice aveva disposto i domiciliari.
Un perizia psichiatrica, richiesta dalla giudice e affidata allo psichiatra Michele Di Nunzio, alla psicologa e criminologa Gabriella Bolzoni e alla psicoterapeuta e psicologa Roberta Costantini, aveva escluso l’incapacità di intendere e di volere della donna al momento dei fatti.
La famiglia della piccola aveva deciso di costituirsi parte civile durante il processo e i genitori oggi erano presenti in aula.