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Pietro Grasso racconta il Maxiprocesso a Cosa Nostra 40 anni dopo: “Falcone mi diede 400mila pagine da studiare”

Pietro Grasso racconta gli anni del più grande processo a Cosa Nostra, 40 anni dopo il suo inizio: “Dopo aver accettato di fare il giudice a latere, Falcone mi fece entrare in una stanza blindata piena di faldoni e disse: ecco il Maxiprocesso”.
A cura di Giorgia Venturini
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Giovanni Falcone e Pietro Grasso
Giovanni Falcone e Pietro Grasso

Il 10 febbraio del 1986 iniziò il Maxiprocesso contro Cosa Nostra che ha visto alla sbarra 475 imputati. Fu il più duro colpo dello Stato alla mafia, che costò però la vita a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Si è svolto nell'aula bunker del carcere Ucciardone di Palermo perché degli imputati 207 erano detenuti.

Un Maxiprocesso per i numeri: oltre agli imputati, 200 avvocati difensori, 32 avvocati delle parti civili, 900 tra testimoni e parti lese, 500 giornalisti da tutto il mondo, 21 collaboratori di giustizia e 3mila agenti della forze dell'ordine.

Il processo terminò l'11 novembre 1987, dopo 21 mesi. La sentenza condannò 346 imputati, ci furono 114 assoluzioni, 19 ergastoli, per un totale di 2665 anni di reclusione, 11,5 miliardi di lire di multe, 202 condannati per il reato di associazione a delinquere di stampo famoso e 108 condannati per il traffico di stupefacenti.

Tutti numeri riportati nel nuovo libro di Pietro Grasso "‘U Maxi. Dentro il processo a Cosa Nostra". Lui questa pagina di storia contro Cosa Nostra la conosce molto bene: è stato giudice a latere del Maxiprocesso e procuratore capo di Palermo. A Fanpage.it ha raccontato quei 21 mesi e cosa è rimasto di quella importante sentenza contro la mafia.

Aula bunker di Palermo durante il Maxiprocesso
Aula bunker di Palermo durante il Maxiprocesso

Nel suo libro racconta quando le hanno comunicato di aver scelto lei per ricoprire l'incarico di giudice a latere del Maxiprocesso e racconta anche l’incontro subito dopo con Giovanni Falcone: se potesse tornare indietro accetterebbe ancora? Per lei cosa ha significato questo incarico e come è cambiata la sua vita?

La chiamata arrivò in estate, mentre ero a Mondello. Il presidente Romano mi convocò e, dopo qualche elogio, arrivò al punto: giudice a latere del Maxiprocesso. Chiesi solo il tempo di parlarne con mia moglie, perché sapevo cosa significava: scorta, minacce, libertà ridotta. Lei mi disse subito di sì, e abbiamo affrontato insieme tutte le conseguenze. Accetterei ancora, senza esitazione, anche se quell’incarico ha segnato la nostra vita.

Come è riuscito a gestire 475 imputati e perché era così importante mandarli a processo insieme?

Il rischio era la paralisi. Un processo così poteva saltare per un dettaglio. Per questo lavorai moltissimo sull’organizzazione: verbalizzazioni rapide, fascicoli individuali per ogni imputato, gestione delle presenze per evitare l’appello quotidiano, strumenti tecnologici per l’epoca avanzatissimi e che ora fanno sorridere.

Ma la vera ragione per cui andavano giudicati insieme era un’altra: la mafia non era una serie di delitti scollegati, ma un sistema. Solo mettendo tutto dentro un unico quadro si poteva dimostrare l’esistenza e l’unitarietà di Cosa nostra.

La città di Palermo come aveva vissuto il Maxiprocesso? Lei ha fatto in modo che la Rai trasmettesse le immagini del Maxiprocesso: in questo modo l’Italia ha capito quello che stava accadendo?

Palermo viveva tra paura e speranza. C’era chi temeva ritorsioni e chi aspettava giustizia da anni. Rendere il processo visibile fu una scelta di trasparenza. Le immagini della Rai mostrarono per la prima volta la macchina della giustizia, le gabbie, gli imputati. L’Italia capì che lo Stato provava a segnare un punto di non ritorno dopo anni di sconfitte. Quelle immagini, quelle voci, hanno cambiato per sempre la percezione della mafia nell’opinione pubblica.

Il 10 febbraio 1986 è iniziato il Maxiprocesso, cosa ricorda di quel giorno?

Ricordo la pioggia e la tensione. Palermo sembrava in stato d’assedio: autoblindo, elicotteri, controlli rigidissimi. Più di cinquecento giornalisti accreditati. Entrai con un groppo di emozione in gola, che si sciolse quando sentii il giuramento dei giudici popolari. Eravamo pronti, potevamo iniziare. In quell’aula bunker si apriva una sfida: dimostrare che lo Stato poteva giudicare la mafia rispettando le regole.

Ancora oggi si parla dell'importante collaborazione che si era creata tra Giovanni Falcone e il collaboratore di giustizia Tommaso Buscetta, negli anni successivi ci sono state collaborazioni simili?

La collaborazione di Buscetta non fu un miracolo, ma il risultato di anni di indagini e di un lavoro serio che avevano reso Falcone e lo Stato credibile persino agli occhi di chi aveva vissuto dentro i clan e giurato fedeltà alla mafia. Le sue dichiarazioni permisero di leggere dall’interno la struttura di Cosa Nostra e rafforzarono un impianto già solido. Negli anni successivi ci sono stati altri collaboratori importanti, che ci hanno consentito di svelare pezzi di verità, ma quella frattura nel muro dell’omertà ebbe un valore simbolico enorme: mostrò che Cosa Nostra non era invincibile e che dall’interno poteva essere raccontata e smontata.

Il ricordo più bello di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino nel Maxiprocesso?

Falcone lo ricordo quando, dopo aver accettato di fare il giudice a latere, mi fece entrare in una stanza blindata piena di faldoni e disse: ecco il Maxiprocesso. Centoventi volumi, quattrocentomila pagine da studiare. Gli chiesi dove fosse il primo volume è questo lo tranquillizzò.

Borsellino lo ricordo per le sue rubriche, quaderni ordinatissimi con la mappa degli atti. Me li portò per aiutarmi a orientarmi in quella mole di carte. In quei giorni difficili, quella solidarietà fece la differenza per me, sentii il sostegno di due fratelli maggiori.

Nel libro racconta l’entrata in aula bunker di Buscetta, se non ci fosse stata la sua collaborazione ci sarebbe stato il Maxiprocesso?

Il Maxiprocesso nasce da indagini lunghe e complesse, mette insieme dieci anni di omicidi, traffici di droga, reati di ogni tipo. Ma Buscetta rese più chiara la struttura interna, diede un volto e una voce a ciò che le carte stavano già mostrando.

Nel suo libro spiega che uno dei momenti più complicati fu la richiesta della lettura degli atti dell'istruttoria, per voi fu una corsa contro il tempo perché per alcuni imputati stava scadendo il termine della misura cautelare e rischiavano di tornare in libertà. Lo avete impedito. Se fossero tornati in libertà cosa sarebbe successo secondo lei?

Fu una corsa contro il tempo. Centinaia di migliaia di pagine da “leggere” formalmente, con decine di imputati a rischio scarcerazione per scadenza termini. Capimmo che la richiesta di lettura integrale poteva essere una manovra per far saltare tutto.

Per questo convinsi il presidente Giordano ad anticipare l’ordinanza di lettura a metà dibattimento e, come previsto, i difensori chiesero la lettura integrale: una mossa dilatoria che avrebbe richiesto mesi e mesi. Capimmo di aver scoperto il piano: far morire il processo di esaurimento, non di giustizia. Se quei detenuti fossero tornati in libertà, il segnale sarebbe stato devastante: non solo sul piano della sicurezza, ma sulla credibilità dello Stato e sulla tenuta stessa del processo.

Qual era l’organizzazione dei 35 giorni della Camera di Consiglio? Cosa ha fatto la sera prima della sentenza?

La Camera di Consiglio fu una clausura vera: 35 giorni. Ed è qui che torna un dettaglio che può sembrare secondario, ma in realtà fu una salvezza: quando vidi il progetto dell’aula bunker, mi resi conto che saremmo rimasti chiusi nel cemento per trenta-quaranta giorni. Per questo ottenni la modifica di una finestra trasformata in porta blindata verso un cortiletto interno: la nostra ora d’aria. Nel libro racconto la vita concreta di quel periodo: colazione alle 8:30, il caffè preparato da una giudice popolare mattiniera, i pasti consegnati con discrezione, le preferenze scritte su una lavagna, le serate con un po’ d’aria nel cortiletto, televisione o conversazione, qualche partita a carte, poi a dormire. C’eravamo immaginati che la sera prima della sentenza potesse essere una specie di festa per noi, invece la passammo a controllare che il dispositivo fosse completo e corretto.

La sentenza del Maxiprocesso fu storica. Eppure il prezzo di quella sentenza per Giovanni Falcone fu la solitudine, lei come aveva vissuto i mesi successivi alla sentenza?

Con amarezza. Dopo una vittoria dello Stato ci si aspetterebbe il trionfo dei magistrati del pool, di Falcone e Borsellino su tutti. Invece arrivarono polemiche, solitudini, logoramenti. Nel libro torno più volte su un punto: ciò che conquistammo allora non è “eterno”, non si lascia in eredità. Va difeso ogni giorno da ciascuno di noi.

Negli anni successivi quali altri processi contro la mafia possono essere ritenuti importanti quanto il Maxi processo?

Il Maxi è stato un unicum per dimensioni e valore simbolico: 475 imputati, 349 udienze, e una Camera di Consiglio di 35 giorni. Ma la sua lezione vera è il metodo: mettere ordine in un fenomeno che per decenni era stato raccontato come “nebbia”, e dimostrare la struttura unitaria, la capacità di colpire non solo i singoli delitti ma l’organizzazione. È questo il criterio con cui leggere anche i processi successivi: quelli che tengono insieme struttura, responsabilità, riscontri e tenuta delle regole.

Cosa è mancato al Maxiprocesso, un pentito politico?

Nel libro emerge chiaramente che la mafia non è solo pistole e sangue: è anche collegamenti, relazioni esterne, ambiti “rispettabili” che consentono protezione e sopravvivenza, imprenditoria, politica. Se chiediamo “cosa è mancato”, io risponderei così: è sempre mancata, ed è sempre difficile, una piena emersione di quel livello esterno che tiene in piedi il sistema.

Il Maxiprocesso fu un importante colpo alla mafia, ma Cosa Nostra non è ancora sconfitta: cosa si può fare oggi?

Oggi la mafia è meno visibile ma più infiltrata nell’economia e nelle relazioni. Servono strumenti efficaci, continuità istituzionale e soprattutto cultura civile. Ed è anche il senso del lavoro che facciamo con la Fondazione Scintille di Futuro: portare queste storie nelle scuole, trasformare il passato in memoria e il presente in azione. Perché se questo libro funziona è proprio perché ti fa “entrare” lì dentro e capire che la giustizia non è un capitolo chiuso: è un cantiere aperto. E quando chiudi l’ultima pagina, la domanda non è cosa è successo allora, ma cosa facciamo noi oggi.

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