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Opinioni
Cambiamenti climatici

Perché raccontiamo i sintomi della crisi climatica nascondendo la malattia

L’ultimo rapporto dell’Ipcc dell’Onu lancia l’ultimo grido sul cambiamento climatico, per questo non possiamo ignorare i sintomi che già stanno cambiando il nostro mondo: ogni volta che parliamo di siccità, incendi, ondate di calore, alluvioni dobbiamo farlo parlando di clima.
A cura di Fabio Deotto
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Esistono verità talmente ovvie che diventa fin troppo facile tacerle e nasconderle. Una di queste è il fatto che la siccità epocale che l’Italia sta attraversando non sia una calamità fortuita bensì il prodotto ampiamente previsto di un’emergenza climatica sempre più grave.

È sufficiente cercare “siccità” su Google News per rendersi conto che la crisi climatica è il colpevole occulto che molte testate preferiscono non nominare: l’Ansa sottolinea correttamente come in Lombardia ci sia un deficit idrico del 60% rispetto alla media, ma non fa nemmeno un cenno alla questione climatica; Il Gazzettino parla di “incubo piscine vuote a luglio e agosto” e della necessità di ridurre gli sprechi, ma omette ogni riferimento al riscaldamento globale; Tgcom24 riprende il vademecum di Legambiente sulle dieci azioni da intraprendere per contrastare la siccità, ma dimentica di ricordare perché il nostro paese si trovi per il secondo anno di seguito con le riserve idriche a secco; il Mattino, addirittura, ne approfitta per fare negazionismo: "Siccità, finto problema – recita un titolo – l'acqua c'è ma si spreca e mancano le cisterne".

Non è solo un problema mediatico, purtroppo, la nostra amnesia selettiva in tema di riscaldamento globale è più diffusa di quanto si pensi. In un appassionato monologo su Nove, lo scorso venerdì Maurizio Crozza ha affrontato il tema della siccità: tra uno slancio poetico sulla pioggia, una battuta sul riso che costerà sempre di più e una tirata d’orecchie a chi vuole usare i condotti petroliferi per trasportare acqua, in 6 minuti di discorso il comico dimentica di accennare al fatto che questo problema è destinato ad aggravarsi per via di una crisi climatica che la politica italiana ha sempre trattato come problema secondario.

Con questo non voglio dire che un comico sia per forza tenuto a fare informazione, o a sensibilizzare il suo pubblico sulla questione climatica, ma il fatto che un monologo satirico si concentri sulle mancanze delle amministrazioni comunali nella gestione di una siccità e ignori platealmente un governo che sta ostacolando attivamente l’azione climatica che quella siccità potrebbe arginarla, è quantomeno curioso.

E aiuta a spiegare perché in questi giorni stiamo prendendo sotto gamba l’allarme più urgente che la comunità scientifica abbia mai lanciato da decenni a questa parte.

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Il rumore di fondo dell’allarme climatico

Lunedì l’IPCC, ossia il foro scientifico delle Nazioni Unite che raggruppa migliaia di scienziati di tutto il mondo e rappresenta la voce più autorevole sulle questioni climatiche, ha pubblicato la sintesi del suo Sesto Rapporto di Valutazione (AR6). Si tratta del documento più rilevante e affidabile di cui disponiamo, frutto di otto anni di lavoro e sintetizza migliaia di pagine di studi e dati in una serie di evidenze irrefutabili.

Sappiamo che l’aumento dei gas serra nell’atmosfera ha già riscaldato il pianeta al punto da compromettere gli equilibri su cui poggia la nostra civiltà; sappiamo che tre miliardi di persone già vivono in aree altamente vulnerabili a siccità, uragani, allagamenti, incendi e decine di altre ricadute climatiche; sappiamo che metà della popolazione globale vive già oggi in condizioni di scarsità idrica; sappiamo che questi fenomeni stanno costringendo sempre più persone ad abbandonare la propria casa e il proprio paese; sappiamo che decine di migliaia di persone ogni anno perdono la vita per colpa della crisi climatica.

Sappiamo che questa emergenza già oggi pesa enormemente sull’economia globale e che una transizione ecologica rapida ci consentirebbe di risparmiare migliaia di miliardi di qui ai prossimi anni; sappiamo che esistono soluzioni per decarbonizzare i comparti energetici e produttivi e sappiamo che i governi non le stanno implementando abbastanza velocemente; sappiamo che se le temperature globali supereranno gli 1,5 gradi il nostro mondo cambierà in maniera irreversibile e sappiamo che se vogliamo evitarlo la crisi climatica deve diventare la priorità assoluta delle nazioni più inquinanti.

Il messaggio che emerge da queste evidenze, insomma, è chiaro: siamo in guai grossi, ma abbiamo ancora gli strumenti per uscirne, a patto di agire immediatamente e radicalmente. “Questo rapporto è una chiamata a gran voce per accelerare in modo massiccio gli sforzi per il clima da parte di ogni Paese, di ogni settore e in ogni momento". ha dichiarato il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres, “Il nostro mondo ha bisogno di un'azione per il clima su tutti i fronti: tutto, ovunque e tutto insieme”, con evidente riferimento a Everything Everywhere All at Once, il film che ha fatto il pieno di Oscar lo scorso 12 marzo.

Eppure, a giudicare dalle homepage dei più grandi quotidiani italiani, non sembra esserci alcuna urgenza: per trovare notizia del rapporto IPCC bisogna nel migliore dei casi scrollare in basso un bel po’, a volte la notizia appare nella sezione esteri, altre nemmeno viene citata. L’allarme più drammatico e urgente nella storia dell’umanità, insomma, è stato ridotto a rumore di fondo.

Il fiume Po in secca per via della siccità
Il fiume Po in secca per via della siccità

La foglia di fico dei falsi equilibri

Nel lontano 2009, in uno studio condotto presso l’Università di Liverpool, Neil Gavin evidenziava come i media stessero raccontando in modo superficiale la crisi climatica, e metteva in guardia su come questo modo sciatto di fare informazione stesse ostacolando la sensibilizzazione dell’opinione pubblica riguardo al problema: “La società di ricerca lpsos-MORI ha rilevato che il 50% delle persone pensa che le cause del riscaldamento globale siano ancora materia di dibattito”, diceva Gavin, “La scarsa copertura mediatica, che tende a limitarsi ai quotidiani, fa sì che questa statistica non sia destinata a cambiare nel breve periodo. Il cambiamento climatico, quindi, potrebbe non essere abbastanza in cima all'agenda dei media per stimolare il tipo di preoccupazione pubblica che spinge a un'azione politica concertata.”

È interessante notare come lo studio condotto da Gavin e colleghi non si limitasse a inquadrare il problema, forniva anche delle spiegazioni : “I media che preferiscono concentrarsi sulla salute, sull'economia o sulla criminalità, hanno la possibilità di distogliere l'attenzione del pubblico dalla questione del cambiamento climatico". E ancora: “Questo si verifica più frequentemente quando le risorse sono limitate, la popolarità del governo è in declino o quando questioni non apparentemente legate al clima costringono il governo a indirizzare la spesa o a investire il suo capitale politico e le sue energie altrove".

Quattordici anni dopo, la situazione non è cambiata poi molto. Certo, le statistiche ci dicono che una fetta sempre più consistente dell'opinione pubblica si dice allarmata dal crisi climatica: sempre più persone sono al corrente della situazione drammatica in cui ci troviamo, e sempre meno persone si spingono a mettere in dubbio l’origine antropica del riscaldamento globale, ma l’approccio dei media alla questione è ancora drammaticamente superficiale.

Uno studio pubblicato lo scorso anno sul Journal of Applied Research in Memory and Cognition, ha dimostrato come i media abbiano spesso la tendenza a cadere nella dinamica del “falso equilibrio”, ossia a presentare un problema come più equilibrato rispetto a punti di vista opposti di quanto non sia veramente. È successo con le mascherine e i vaccini in epoca di Covid, e succede abitualmente con la questione climatica.

“Il cambiamento climatico è un ottimo caso di studio del problema del falso equilibrio, perché il consenso scientifico è praticamente unanime", ha spiegato David Rapp, uno degli autori dello studio, in un comunicato della Northwestern University. “Se 99 medici ti dicessero che hai bisogno di un intervento chirurgico per salvarti la vita, ma uno non fosse d'accordo, è probabile che ascolteresti quei 99. Ma spesso vediamo uno scienziato del clima contrapposto a un negazionista o a uno scettico, come se si trattasse di una divisione 50- 50″, concludeva il ragionamento. Il risultato è che il problema viene percepito come meno urgente e innegabile di quanto non sia veramente.

Ricalcare una cornice invisibile

Esistono diverse ragioni che possono spingere una testata cedere alla logica del falso equilibrio, o a omettere il fatto che da anni ci troviamo in un’emergenza climatica quando si pubblicano articoli su siccità, alluvioni e ondate di calore: naturalmente c’è chi lo fa con cognizione di causa, perché ha interesse a nascondere la crisi climatica, e a ritardare una transizione ecologica che necessariamente dovrà togliere potere a chi da decenni si arricchisce grazie ai combustibili fossili; ma c’è anche chi lo fa in buonafede, perché non conosce la portata trasversale e la complessità del problema, perché è stato abituato a trattare i fenomeni climatici estremi come eventi eccezionali e slegati tra loro, perché non ha ancora chiaro come la crisi climatica non crei nuovi problemi, ma ne aggravi di già esistenti.

Non è un problema che affligge solo i giornalisti.Come abbiamo visto, l’essere umano ha uno sguardo limitato da alcune distorsioni cognitive, che rendono difficile inquadrare e prendere sul serio un problema così stratificato e distribuito nello spazio e nel tempo. Questo significa che è necessario uno sforzo in più per prendere atto di quanto sta succedendo, ed è uno sforzo che è lecito aspettarsi da chi si occupa di fare informazione, o di esprimere un’opinione approfondita sulla questione.

Il prossimo Rapporto di Valutazione dell’IPCC è atteso per il 2030, data entro cui ci ritroveremo quasi sicuramente a superare quella soglia di 1,5 gradi sopra i livelli pre-industriali che potrebbe metterci relativamente al riparo da conseguenze irreparabili. Questo significa che l’allarme lanciato lunedì dalla comunità scientifica è l’ultimo che abbiamo il privilegio di poter ascoltare prima che sia troppo tardi.

Oggi le ricadute dell’emergenza climatica sono già gravi, e sono già visibili, semplicemente sono distribuite in modo che fatichiamo a ricondurle all’interno dello stesso quadro. Per questo motivo è fondamentale ricordare il ruolo della crisi climatica ogni volta che si parla di siccità, alluvioni, incendi e ondate di calore. Ricalcare questa cornice in . visibile è il minimo che possiamo fare, che si tratti di un discorso al bar, di un articolo giornalistico o di un monologo satirico.

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Fabio Deotto è scrittore e giornalista. Laureato in biotecnologie, scrive articoli e approfondimenti per riviste nazionali e internazionali, concentrandosi in particolare sull’intersezione tra scienza e cultura. Ha pubblicato i romanzi Condominio R39 (Einaudi, 2014), Un attimo prima (Einaudi, 2017) e il saggio-reportage sul cambiamento climatico “L’altro mondo” (Bompiani, 2021).  Insegna scrittura creativa alla Scuola Holden di Torino. Vive e lavora a Milano.
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