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L'omicidio di Alika Ogorchukwu a Civitanova Marche

Perché nessuno è intervenuto per salvare Alika: c’è un’altra verità, oltre l’indifferenza

I testimoni dell’omicidio di Ogorchukwu a Civitanova Marche hanno preferito filmare e condividere sui social piuttosto che intervenire perché la morte attrae indistintamente.
A cura di Anna Vagli
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Pochi minuti di furia omicida sono bastati a Filippo Ferlazzo, un operaio di 32 anni, per massacrare Alika Ogorchukwu, 39 anni, nigeriano e venditore ambulante. “Bella compra i miei fazzoletti o dammi un euro”. Questa sarebbe stata la frase che avrebbe indotto Ferlazzo ad aggredire mortalmente Ogorchukwu. Così, dopo aver inveito con la stampella che l’uomo usava per muoversi a seguito di un incidente stradale, l’ha scaraventato a terra bloccandogli il braccio e poi lo ha  finito esercitando pressione sul collo.  Numerosi testimoni presenti. Questi ultimi hanno girato dei filmati che poi hanno pubblicato sui social media. Qualcuno si è limitato a urlare “così lo uccidi”.  Ma nessuno ha tentato di fermarlo.

Non solo la comunità nigeriana, ma tutti, o quasi, siamo rimasti attoniti di fronte a quanto accaduto. Difatti, oltre a vittima e carnefice, in questa terribile storia di cronaca nera, c’è almeno un’altra variabile che a mio avviso concorre con il reato di omicidio. Si chiama indifferenza. L’indifferenza dei passanti che, invece di prodigarsi per impedire il più drammatico degli scenari, girava un video e lo condivideva in diretta. Un video che ritraeva l’esecuzione in pieno centro di un uomo. Filippo Ferlazzo ha afferrato la stampella di Ogorchukwu, l’ha colpito ripetutamente fino ad ucciderlo a mani nude. Una persona dotata di normale spirito critico, dovrebbe chiedersi se le persone abbiamo davvero compreso che cosa stesse accadendo. Interminabili quattro minuti di agonia.

La morte si è palesata. Si è compiuta e materializzata sulle piattaforme social. Forse c’è un’altra verità oltre all’indifferenza? Sì, l’attrazione per l’ignoto, la morte e la sindrome da like e follower.

Perché la morte ci attrae?

È quasi fisiologico. Tutti ci appassioniamo di fronte ai delitti perché portano a confrontarci con quelli che sono i principali temi esistenziali: la morte, i legami sociali e la mostruosità che talvolta purtroppo vi è insita. Pensiamo a quante volte guardando un film tentiamo di coprirci gli occhi con una mano nel momento esatto in cui un crimine sta per essere compiuto. In quegli istanti, però, non ci dimentichiamo mai di lasciare i giusti spazi tra le dita per “goderci” il colpo letale. Sono caratteristiche che accomunano tutti: curiosità mista a paura verso l’ignoto. Tutto ciò che ha a che fare con il sangue attrae indistintamente la popolazione.

C’è un altro ingrediente che, però, deve mixarsi a questo cocktail già di per sé letale. In un’epoca da iper-connessi come la nostra, in cui la condivisione online dirige le esistenze, esibire un contenuto di quel tipo aumenta il consenso, ed i follower, a dismisura. Poco importa se si sta consumando un omicidio. Si chiama banalità del male ed è tremendamente tangibile. Per alcuni di voi sarà difficile da accettare, ma il nostro cervello percepisce ormai la realtà virtuale e quella reale come simili. Senza più essere in grado di distinguerle. In altri termini, è come se avessimo sviluppato una dipendenza da attenzione ereditata da internet. Una dipendenza che fa apparire gli altri più accattivanti di noi. In quest’ottica non vi sembrerà più strano che, anziché prodigarsi per fermare un omicidio efferato, le persone abbiano fatto a gara a chi condivideva prima e più celermente quel contenuto online. Perversa passione per il crimine unita alla smania incontenibile di accaparrarsi nuovi follower e like. Indifferenza sociale. Niente di meno, niente di più.

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