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Cambiamenti climatici

Perché la Foresta Amazzonica è più importante di quanto pensiamo, e come salvarla

La siccità che colpisce la Foresta Amazzonica in questi mesi è diventata un’emergenza, e ci mostra come il polmone verde del pianeta sia sempre più fragile di fronte ai cambiamenti climatici e la deforestazione. Se l’ecosistema amazzonico collassa, la crisi climatica accelererà pericolosamente.
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A cura di Fabio Deotto
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Cambiamenti climatici

C’è una notizia di enorme importanza, che comprensibilmente fatica a fare breccia in un periodo tempestato di notizie drammatiche, ed è che il polmone verde del mondo si sta atrofizzando. La foresta amazzonica, da sempre uno dei simboli della resilienza ambientale e dei baluardi della lotta climatica, versa ormai in condizioni talmente critiche da rischiare di andare incontro a un degrado irreversibile.

Quella che oggi si configura come una problematica locale, che sta mettendo in difficoltà centinaia di comunità nel Brasile più profondo e compromettendo una delle zone con maggior biodiversità al mondo, ha infatti ripercussioni globali che non possiamo permetterci di trascurare.

Una distopia in Terra

Se proviamo a pescare nell’album fotografico delle nostre immagini mentali, il termine Amazzonia ci porterà probabilmente a evocare foreste rigogliose e zeppe di animali colorati, distese di alberi fittissimi solcati da fiumi azzurri e lucidi come uno specchi, villaggi portuali attorno a cui orbitano canoe, traghetti e gli onnipresenti delfini fluviali.

Le immagini reali che in questi giorni arrivano dalle comunità amazzoni, però, raccontano una storia molto diversa: a Tefé, una cittadina aggrappata al Rio delle Amazzoni, il fango ha sostituito l’acqua in buona parte del territorio, costringendo i residenti a spingere le canoe nei letti di torrenti prosciugati e isolando alcuni villaggi che sfruttano il fiume e i suoi affluenti per raggiungere scuole e posti di lavoro; a Manaus, la città più popolosa di tutta l’Amazzonia, la situazione è ancora più drammatica: la siccità che asseta la zona da giugno ha ridotto significativamente il fiume impedendo ad alcune navi di portare al milione di abitanti beni di prima necessità come cibo e medicine, i continui incendi che circondano la città hanno reso l’aria irrespirabile calando una cappa di nebbia marroncina su edifici e strade, la scarsità idrica fa sì che spesso non ci sia abbastanza acqua per provare ad arginare gli incendi; nel frattempo le acque sempre più calde stanno decimando la popolazione di delfini, mentre sempre più abitanti sono costretti a usare acqua contaminata per lavarsi, cucinare e bere.

A tratteggiare questo scenario distopico è il sovrapporsi di quelli che gli idrologi della zona hanno descritto come “disastri simultanei”: le piogge scarseggiano ormai da giugno, il caldo è a livelli record, la regione è punteggiata di incendi sempre più numerosi, e sempre più difficili da controllare proprio per colpa di siccità e alte temperature, oltre che di anni di deforestazione che hanno ridotto la resilienza della foresta.

Il risultato è che l’ecosistema amazzonico si sta avvicinando al collasso, e questo è un problema che riguarda tutto il pianeta.

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Il pilastro verde della Terra

C’è un motivo se la Foresta Amazzonica viene soprannominata “polmone verde della Terra”, e non ha tanto a che fare con la produzione di ossigeno (per quello dobbiamo ringraziare di più gli oceani e il fitoplancton). Stiamo parlando della foresta tropicale più grande del pianeta, che nei suoi 5 milioni di metri quadrati di superficie ospita metà delle specie animali e vegetali presenti sulla Terra. Una copertura arboricola di questo tipo rappresenta un serbatoio di carbonio cruciale, il che non significa soltanto che assorbe una porzione significativa della CO2 che le attività umane producono ogni anno, ma anche che custodisce ancora più tonnellate di carbonio che potrebbero essere rilasciate nell’atmosfera. Per la precisione: 120 miliardi di tonnellate, l’equivalente di quanto l’umanità emette in più di 10 anni, a sufficienza per riscaldare l’atmosfera di altri 0,3 gradi.

Ma come dicevamo, il problema non riguarda solo il carbonio. La degradazione di questo ecosistema, infatti, ha un impatto significativo sul ciclo idrologico, ossia su quel processo che sta alla base di buona parte delle precipitazioni della zona. Per capire la portata del problema occorre ricordare che oltre a catturare CO2, gli alberi ogni giorno succhiano dal terreno enormi quantità di acqua che poi rilasciano nell’atmosfera per traspirazione. Considerando che un solo albero può arrivare a rilasciare fino a 1000 litri di vapore acqueo ogni giorno, la quantità prodotta dai 390 miliardi di alberi dell’Amazzonia è tale da aver indotto gli scienziati a parlare di veri e propri “fiumi volanti” che finiscono per incidere sulle precipitazioni di tutto il continente Sudamericano, Brasile compreso. Negli anni ’70, il ricercatore brasiliano Eneas Salati calcolò che questo processo consentiva alla foresta pluviale amazzonica di riciclare la propria stessa umidità fino a 5 o 6 volte, generando di fatto quasi la metà delle proprie precipitazioni.

Questo ciclo virtuoso oggi è in pericolo. Il processo di degradazione dovuto alla crisi climatica, unito alla pur rallentata deforestazione, sta spingendo la foresta amazzonica verso un punto di non ritorno. Secondo alcuni studi, basterebbe arrivare a una riduzione del 20% dell’area coperta da vegetazione per innescare una pericolosa reazione a catena. Una volta superato questo punto di non ritorno, la foresta amazzonica rischia di andare incontro a un rapido processo di desertificazione.

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Cosa possiamo fare

Tra i tanti obiettivi urgenti dell’azione climatica, dunque, c’è anche quello di evitare che la foresta amazzonica si trasformi in una savana. E ancora una volta è necessario concentrare i nostri sforzi su quello che possiamo smettere di fare, prima di chiederci quali soluzioni tecnologiche adottare per invertire la curva.

Chi oggi parla di riforestazione come possibile intervento risolutivo non tiene conto di due cose: la prima è che per tornare a stoccare la quantità di carbonio che la degradazione di questo ecosistema rilascia nell’atmosfera saranno necessari diversi decenni; la seconda è che anche se compensassimo la perdita di alberi in questa zona del pianeta introducendone altrove non contribuiremmo a salvaguardare quel ciclo idrologico che garantisce precipitazioni a un’ampia porzione di Sudamerica.

Insomma, c’è bisogno di interrompere attività distruttive su diversi fronti. Il primo, naturalmente, è quello della deforestazione: sebbene il governo Lula abbia già rallentato significativamente questo processo, il cammino verso la deforestazione-zero è ancora troppo lungo; c’è bisogno di velocizzare il processo con un traguardo fissato a ben prima del 2030, a costo di scontentare quanti ancora oggi spianano enormi aree forestate per creare pascoli e coltivazioni di soia. È poi fondamentale contenere l’ampliamento dell’infrastruttura stradale, impedendo la costruzione di grandi nastri asfaltati sul modello della BR-319, che con i suoi 800 km di estensione ha creato enormi danni a livello di suolo e biodiversità, compromettendo la resilienza della foresta. Al posto di costruire nuove strade, sarebbe il caso di potenziare la rete ferroviaria e sfruttare meglio le reti fluviali naturali. Per fare quest’ultima cosa, però, è necessario evitare la costruzione di nuove dighe, che andrebbero a ridurre ulteriormente la portata di corsi già fiaccati dalla siccità.

Ma naturalmente, tutti questi sforzi sarebbero vani se non fossero accompagnati da un processo di decarbonizzazione a livello globale. Se oggi questo pilastro verde della Terra rischia di sparire, è soprattutto per via delle ricadute di una crisi climatica che non stiamo ancora affrontando sul serio.

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Fabio Deotto è scrittore e giornalista. Laureato in biotecnologie, scrive articoli e approfondimenti per riviste nazionali e internazionali, concentrandosi in particolare sull’intersezione tra scienza e cultura. Ha pubblicato i romanzi Condominio R39 (Einaudi, 2014), Un attimo prima (Einaudi, 2017) e il saggio-reportage sul cambiamento climatico “L’altro mondo” (Bompiani, 2021).  Insegna scrittura creativa alla Scuola Holden di Torino. Vive e lavora a Milano.
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