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6 Aprile 2022
17:56

Nove vittime su 10 nella guerra in Ucraina sono civili: è ora di mettere al bando i bombardamenti delle città

Negli ultimi dieci anni i bombardamenti hanno causato 238.892 morti e feriti civili. Per questo a Ginevra sono in corso i negoziati diplomatici per stipulare una Dichiarazione Politica Internazionale contro le Armi Esplosive nelle aree popolate.
A cura di Davide Falcioni
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Non esistono bombe intelligenti. Nonostante i progressi tecnologici compiuti anche dalla tecnologia bellica quando missili e razzi cadono sui centri abitati le vittime sono per lo più civili. Lo dimostrano le cronache di questi giorni – con i bombardamenti russi su Mariupol, Kiev e altre città ucraine – ma lo dimostrano anche le guerre del passato, come i raid israeliani a Gaza della scorsa estate, quelli sauditi in Yemen, statunitensi a Falluja, Baghdad e Kabul, ma anche italiani su Tripoli nel 2011. Secondo la Rete internazionale INEW, della quale per il nostro Paese fanno parte Campagna Italiana contro le Mine, Rete Italiana Pace e Disarmo e Associazione Nazionale Vittime Civile di Guerra (ANVCG), quando le armi esplosive vengono impiegate nelle zone urbane il 91% delle vittime appartiene alla popolazione civile. Sempre secondo l'INEW nel decennio 2011-2021 i civili uccisi e feriti nelle aree popolate sono stati 238.892 e i Paesi dove si sono verificati più casi di uso di armi esplosive ai danni dei civili sono stati Siria, Iraq, Afghanistan, Pakistan e Yemen. Per questo, di fronte a quello che può senza esitazioni essere definito un massacro di innocenti, da oggi a venerdì 8 aprile si tengono a Ginevra i negoziati diplomatici per stipulare una Dichiarazione Politica Internazionale contro le Armi Esplosive nelle aree popolate. In Svizzera, per conto dell'ANVCG, è presente la coordinatrice Sara Gorelli, intervistata da Fanpage.it.

Dottoressa, è in corso a Ginevra l’ultimo round di negoziati diplomatici per il testo della Dichiarazione Politica Internazionale contro le Armi Esplosive nelle aree popolate. Di cosa si tratta?
Si tratta di consultazioni diplomatiche riguardanti la negoziazione di un documento internazionale che impegni gli Stati ad adottare alcuni comportamenti in merito all'utilizzo di armi esplosive nei centri urbani. Per capirci, parliamo di quel tipo di armi come  bombe, granate e razzi che vengono convenzionalmente impiegate per fare una guerra, anche in questi giorni in Ucraina – e il cui impatto è devastante soprattutto per i civili. Secondo gli studi condotti dalla rete INEW quando queste armi vengono utilizzate nei centri urbani 9 vittime su 10 sono non belligeranti. Naturalmente non si tratta solo di contare i morti e i feriti, ma anche di infrastrutture che vengono completamente distrutte impedendo per anni alle comunità di condurre una vita normale.

Striscia di Gaza, maggio 2021
Striscia di Gaza, maggio 2021

Qual è la posizione dell’Italia in questo negoziato?
L’Italia fin dall'inizio si è dimostrata molto cooperativa. Il nostro Paese può contare su un'ottima tradizione nel campo dell'assistenza umanitaria alle vittime, tuttavia a questo tavolo ci sono una serie di questioni che rimangono in sospeso e che riguardano anche altre nazioni, oltre alla nostra. Le tematiche più spinose anche per l'Italia sono principalmente due.

Quali?
Una è quella sugli effetti riverberanti derivanti dall'impiego di armi esplosive su zone urbane. Oltre ad essere causa di morte, ferimenti e mutilazioni, tali armi colpiscono le infrastrutture ripercuotendosi sulla salute e il benessere delle persone, pregiudicandone la sopravvivenza. Gli effetti del loro impiego possono conseguentemente durate molti anni anche dopo la fine delle ostilità perché impattano sulla ripresa economica di un paese e sul suo sviluppo. L'altro nodo centrale della discussione è quello sull'impiego di armi esplosive con effetti a largo raggio, come le bombe a grappolo di cui sentiamo spesso parlare in questi giorni – per le quali però c’è uno specifico trattato. Le armi con effetti a largo raggio hanno conseguenze particolarmente devastanti perché ampliano l'area di distruzione circostante il punto di detonazione e possono generare effetti a catena non prevedibili e indiscriminati. Il divieto di impiego di queste armi in zone abitate è un tema che gli Stati stanno faticando a digerire. Nonostante queste difficoltà, dall'Italia arrivano anche segnali di speranza. Oggi è stata approvata una risoluzione parlamentare che impiega il Governo a riconoscere ed appoggiare il percorso diplomatico che porterà alla stesura di questa dichiarazione e di conseguenza anche l'astensione dall'uso di armi esplosive con effetti ad ampio raggio nelle aree urbane se questo punto dovesse essere inserito. Insomma, si tratta di una dimostrazione di buona volontà che va verso una maggior tutela dei civili nei conflitti armati.

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Come è possibile che ci siano Paesi che si oppongono al divieto di bombardare zone abitate da civili?
La ragione è semplice: tranne alcune tipologie, ad esempio le mine antiuomo e le bombe a grappolo, le armi esplosive non sono vietate dal diritto internazionale umanitario e di conseguenza il loro impiego è possibile, da un punto di vista squisitamente giuridico. Gli Stati vogliono essere liberi di compiere le loro valutazioni, si attengono ai paletti imposti dalla legge, mentre noi crediamo che occorra fare un salto in avanti, essere molto più stringenti ed evitare assolutamente di colpire zone abitate da civili.

In base alla dichiarazione che vi apprestate a scrivere cosa rischierebbe un Paese che utilizzasse bombe su aree popolate da civili?
Partiamo da un presupposto: non stiamo stipulando un trattato internazionale vincolante bensì una dichiarazione il cui valore per ora è prettamente simbolico. Le resistenze e difficoltà che stiamo incontrando dipendono prevalentemente dal metodo di lavoro che abbiamo scelto di seguire, che è estremamente partecipativo. Crediamo sia meglio avere il maggior numero possibile di Stati d'accordo su una serie di regole che essere molto stringenti ma anche esclusivi rispetto ad alcuni Paesi. A noi interessa soprattutto che il testo possa creare base per una cooperazione amichevoli tra tutti gli attori. Per rispondere alla sua domanda quindi no, non sono previste sanzioni. Gli Stati che sottoscriveranno questo documento però si impegneranno a prestare assistenza ai civili e scambiarsi dati e informazioni sulle procedure militari e operative.

 Per anni aziende italiane hanno venduto missili e bombe ai sauditi per la guerra in Yemen: percepite la pressione della lobby dell’industria bellica in questi negoziati?
Per il momento non percepisco queste pressioni. Sono altri i problemi: ad esempio, come detto, si discute della liceità per uno Stato di utilizzare un'arma che fino al giorno prima impiegava liberamente in virtù del diritto umanitario internazionale.

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