Ruggero Razza, assessore alla Sanità Regione Siciliana
in foto: Ruggero Razza, assessore alla Sanità Regione Siciliana

Mille tamponi in più un giorno, duemila in un altro, cinquecento un altro ancora. Quando i positivi al Covid-19 sono 853, i test vanno aumentati di conseguenza. "E 7500 ti vanno bene tamponi?". "Fai a 8100, per lo meno abbiamo il 10%, cerchiamo di evitare di andare troppo sopra il 10". Benvenuti all'assessorato alla Sanità della Regione Siciliana durante la pandemia. L'indagine della procura di Trapani, eseguita dai carabinieri del Nas di Palermo con il comando provinciale trapanese, è una scossa che fa tremare i vertici della politica siciliana. Dei dieci indagati, il nome eccellente è quello di Ruggero Razza, assessore dimissionario alla Sanità e fedelissimo del governatore Nello Musumeci. Secondo indiscrezioni, le sue dimissioni sarebbero state accettate dal presidente della Regione, che già nelle prossime ore avrebbe convocato una riunione straordinaria della giunta regionale.

"Una cosiffatta gestione preordinata dei dati, che emerge in modo esplicito in diverse conversazioni captate, – scrive il giudice nell'ordinanza di custodia cautelare – finalizzata al contenimento matematico dei contagi da Covid-19 nella popolazione siciliana, verosimilmente è rivolta a evitare e/o ritardare il passaggio della Sicilia in zona rossa, con le derivanti ripercussioni sia di immagine mediatica che di conseguenze economiche per gli operatori commerciali. Seppur quest’ultimo aspetto non viene mai esplicitamente dichiarato nelle conversazioni intercettate".

I contorni della storia

La procura di Trapani ha disposto gli arresti domiciliari per Maria Letizia Di Liberti, Salvatore Cusimano ed Emilio Madonia. Sono loro i principali protagonisti delle intercettazioni telefoniche, accusati di falso materiale e falso ideologico in concorso. La prima è la dirigente dell'Osservatorio epidemiologico della Regione Siciliana, i secondi sono invece il nipote di lei, dipendente regionale, e un lavoratore della società privata Pricewater House Cooper public sector. Cusimano e Madonia, stretti collaboratori di Di Liberti, avrebbero con lei concordato i numeri da comunicare a Roma sull'andamento della pandemia in Sicilia.

Il primo episodio documentato dagli investigatori è datato 4 novembre 2020: il giorno prima, il 3 novembre, l'allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte aveva inaugurato il sistema a zone per l'Italia. Il giorno successivo, il 4 novembre, la Sicilia era diventata zona arancione. "La scelta del governo nazionale di relegare la Sicilia a zona arancione appare assurda e irragionevole", aveva tuonato alla stampa il presidente Nello Musumeci. Mentre Razza, intercettato con Di Liberti, al telefono diceva, sconfortato: "È inutile che facciamo stare in piedi sacchi vuoti… C'è stata una gravissima sottovalutazione e il dato finale di questa sottovalutazione, di questa gravissima sottovalutazione è scritto in quegli indicatori".

Quel giorno, con la tensione per la classificazione appena stabilita, i militari cominciano ad accertare l'"aggiustamento" dei dati: il primo caso sono i dati dei deceduti in provincia di Catania. L'ospedale di Biancavilla avrebbe tardato a comunicare alla Regione i numeri dei pazienti contagiati morti nella struttura. Mario Palermo, indagato anche lui, direttore dell'Osservatorio epidemiologico, comunica sette decessi. "Non sono tutti di oggi, che facciamo? Non li diamo?". "Sono assai assai", risponde Di Liberti. "Ce li dobbiamo mettere per forza, sennò alla fine ce li teniamo sulla pancia come l'altra volta", è la replica. Dopo un giro di telefonate, la notizia arriva all'assessore Razza. "Ma sono veri?", domanda lui. "Sì, ma sono di tre giorni fa". "E spalmiamoli un poco", replica il politico di Diventerà bellissima. All'Istituto superiore di Sanità, quel giorno, la Regione invia un dato di 19 decessi. Avrebbero dovuto essere 26.

Intorno alle 22.30, quella sera, Di Liberti sente al telefono Ferdinando Croce, vicario del capo di gabinetto dell'assessorato alla Sanità. "Il problema sono i positivi che sono aumentati in maniera incredibile", spiega lei, aggiungendo che le terapie intensive non sono poi così piene, visto che la gente muore. "La terapia intensiva diminuisce perché ce li scotoliamo", risponde con sarcasmo Croce. Tradotto dal dialetto significa, più o meno "ce ne liberiamo". I decessi sono posti liberi, in fondo. Poco dopo, Croce domanda: "Ruggero come ti è sembrato?". "È seccato – racconta la dirigente – mi disse: il fallimento della politica, non siamo stati in grado di tutelarci, i negozi che chiudono, se la possono prendere con noi".

I tamponi gonfiati e i contagi ridotti

Secondo l'inchiesta, sono i dati sui tamponi molecolari quelli ad avere subito il maggior numero di manipolazioni. L'8 novembre ne vengono conteggiati 6894, a fronte dei cinquemila eseguiti. Per fare aumentare il dato, vengono indicati anche i test rapidi, che all'epoca non dovevano essere inclusi nel novero complessivo (potranno essere contati solo a partire dal 15 gennaio 2021). "Mettici duemila rapidi, fregatene!", ordina Letizia Di Liberti al giovane Emilio Madonia.

L'11 novembre, pur nella consapevolezza che un laboratorio di analisi non era riuscito a inviare i dati, si sceglie di inoltrare all'Istituto superiore di sanità un numero parziale dei nuovi positivi, presentandolo come definitivo. Quando, il 12 novembre, il numero del laboratorio privato arriva è enorme: sono 500 contagi, solo in provincia di Catania, in due giorni. "Ne togli per lo meno duecento", è la risposta. Col passare dei giorni, però, i positivi grigi, cioè quelli esistenti ma non notificati all'Istituto superiore di sanità, aumentano. Il 14 novembre mancano all'appello, dal giorno precedente, 235 contagiati solo nel Catanese. Ma si decide di dare notizia di 135 nuovi casi soltanto, mentre gli altri cento saranno da recuperare. A contagi alti, si devono sommare tanti tamponi: l'ordine di Di Liberto a Salvo Cusimano, suo nipote, è chiarissimo: "Tamponi mettici 500". Ovviamente in più rispetto a quelli realmente fatti. E così via. Giorno dopo giorno e mese dopo mese, migliaia di tamponi in più. Per recuperare, andando a spanne, non solo i ritardi di comunicazione di alcuni laboratori e ospedali, ma anche i numeri calmierati dagli stessi dipendenti regionali.

Continuando così, però, è facile arrivare al paradosso: quello siciliano è datato 19 marzo 2021. Giuseppe Rappa, dipendente dell'Asp di Palermo, comunica alla dirigente Di Liberti che negli ospedali palermitani ci sono quattro morti. Il numero comunicato all'Iss, però, è di 15 decessi. "In modo da recuperare i vecchi", spiega Di Liberti. E Rappa risponde che i vecchi decessi, mai indicati, risalgono "a marzo, aprile del 2020". Un anno di ritardo è tanto perfino per Di Liberti. "Addirittura", si stupisce. Anche perché, lei sa che i morti da inserire sono 180-190. "I 180 sono a parte", conclude il dipendente dell'Asp palermitana.

A essere a conoscenza delle modifiche dei numeri sarebbe stato anche Renato Costa, commissario straordinario per l'emergenza Covid-19 a Palermo. A lui sarebbe spettato garantire un migliore funzionamento della macchina sanitaria del capoluogo di Regione. Ma, secondo le intercettazioni dei magistrati trapanesi, pure lui sarebbe stato messo a parte dell'adattamento matematico dei dati. Appena due settimane fa, infatti, il dato dei contagi a Palermo e provincia si sarebbe attestato sui 355 casi: "Io… Io lascerei questi, Letizia… Ti dico la verità", risponde lui alla sempre presente dirigente regionale che gli chiede se bisogna ridurre i numeri da inviare a Roma. Quaranta minuti dopo, Di Liberti lo richiama: ha parlato con l'assessore Razza, gli dice, e 355 contagiati sono troppi, non bisogna darli tutti. Il commissario straordinario, che prima voleva comunicare i dati veri, a quel punto ci ripensa: "Va bene", accetta, "Va bene". "Li abbasso a 285". E così sarà.

Ma quando i numeri crescono a ritmi sostenuti è difficile mascherarli, per quanto uno ci provi. Così, il 17 marzo, vengono comunicati 782 casi positivi in tutta l'Isola. "Sono un numero esageratissimo", si lamenta la dirigente. Cusimano risponde: "Gambino (dipendente dell'Asp di Palermo, ndr) ha fatto pure il controllo se per caso erano migranti, ma non sono migranti". Il sottinteso è chiaro. Pochi giorni dopo si discuterà della possibilità di fare una zona rossa a Palermo, per il superamento della soglia dei 250 contagi ogni centomila abitanti. Ipotesi poi scongiurata.