Luciano Canfora: “L’ICE di Trump simile alle Milizie di Mussolini. Negli USA c’è una finta democrazia”

Autoritarismo crescente, violenza politica normalizzata, culto del capo, militarismo e feroce repressione del dissenso: quello che sta accadendo negli Stati Uniti con gli omicidi di Renee Nicole Good e Alex Pretti e la deportazione di centinaia di presunti migranti "irregolari" solleva domande che vanno ben oltre l'attualità e affondano le radici nella storia del secolo scorso: siamo alle porte di un nuovo fascismo negli Stati Uniti? Le azioni delle milizie dell'ICE si ispirano a quelle degli squadristi agli ordini di Benito Mussolini? E c'è il rischio che anche negli USA gli abusi di potere di Trump possano portare a una vera e propria guerra civile? Fanpage.it ha interpellato il professor Luciano Canfora, uno dei più autorevoli storici e intellettuali italiani, che non ha dubbi: gli Stati Uniti, nati come società schiavista, sono da sempre una "finta democrazia". E sì, pur in un contesto storico molto diverso esistono analogie tra le azioni dell'ICE e quelle delle milizie fasciste.
Professore, le azioni dell’ICE negli Stati Uniti – penso in particolare a quanto sta accadendo a Minneapolis – possono evocare, a suo avviso, lo squadrismo fascista delle origini?
Occorre chiarire subito un punto: nulla di ciò che vediamo oggi è davvero nuovo nella storia degli Stati Uniti. Quando ero giovane, le rivolte nei ghetti neri scoppiavano ciclicamente, ed erano rivolte legittime contro un razzismo strutturale, fondativo, che accompagna gli Stati Uniti fin dalla loro nascita. È forse necessario ribadirlo: gli USA nascono come società schiavista, e perfino il culto delle armi, tanto celebrato, serviva originariamente a tenere sotto controllo gli schiavi.
Questa è la realtà di quella che viene spesso definita anche da suoi ingenui e impreparati colleghi giornalisti "la grande democrazia americana": la repressione violenta, l’uccisione di chi protesta o semplicemente manifesta, sono una costante di questa finta democrazia. Con la prima e la seconda presidenza Trump tutto ciò è diventato più evidente: pensiamo a George Floyd, strangolato in strada nel 2020, e oggi agli omicidi a sangue freddo di Renee Nicole Good e Alex Pretti.

La novità sta nell’uso dell’ICE?
L'ICE era nato dopo l’11 settembre, in un contesto in cui, con il pretesto della lotta al terrorismo, furono drasticamente limitate libertà personali fondamentali. Poi venne messo in secondo piano e ora Trump lo ha riesumato e lo utilizza come una sorta di milizia personale.
E qui veniamo alla sua domanda di poco fa: l’analogia con il fascismo non è campata in aria. Mussolini creò la Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale perché non si fidava pienamente dell’esercito e dei carabinieri, legati alla fedeltà al re. Trump usa gli agenti dell'ICE. È un’analogia significativa, inserita però in un contesto storico del tutto diverso, quello della difficoltà degli Stati Uniti a mantenere una parvenza di diritti mentre cresce al massimo il dispotismo.
Le azioni dell’ICE mettono in evidenza una vera e propria teatralizzazione della repressione. In un video girato durante l'uccisione di Pretti si sente dire: "It’s like Call of Duty…", citando un noto videgame. È anche questa una forma di pedagogia del terrore?
Sì, sì, è del tutto intenzionale. È una pedagogia del terrore sempre più sfacciata. Il telefonino diventa una pistola, c’è una sorta di metamorfosi tecnologica – oggi si tira in ballo perfino l’intelligenza artificiale – e si ostenta il pugno di ferro per intimidire i cittadini. Colpisce, in questo quadro, la remissività delle autorità degli Stati in cui avvengono queste violenze. Quegli Stati hanno una propria forza pubblica che dovrebbe proteggere i cittadini, ma non lo fanno: lasciano spazio a mercenari reclutati dal presidente. E questo non si sa fino a quando potrà durare. Sappiamo poi anche che gli agenti responsabili degli omicidi vengono immediatamente trasferiti al sicuro, per esempio in Texas, per sottrarli a possibili ritorsioni da parte di familiari o simpatizzanti delle vittime. Questi sono metodi terroristici a tutti gli effetti.

I fascisti colpivano comuni socialisti, cooperative rosse, camere del lavoro. L’amministrazione Trump dispiega l’ICE soprattutto in città democratiche e multietniche. C’è quindi anche oggi una selezione precisa degli obiettivi?
Sì, ma siamo in un contesto molto diverso. Oggi il problema centrale delle finte democrazie occidentali è la migrazione. Il nemico è il migrante: va terrorizzato, respinto, messo in catene, se possibile massacrato. Lo vediamo ovunque, non solo negli Stati Uniti ma, ad esempio, anche in Inghilterra: il premier laburista Keir Starmer ha recentemente pubblicato video di rimpatri di migranti ammanettati, e prima ancora il conservatore Rishi Sunak aveva promesso che li avrebbe deportati in Ruanda. Insomma, il grande problema storico del nostro tempo, nel cosiddetto Occidente democratico, è la gestione di questi nuovi schiavi: masse migranti da contenere e reprimere.
Durante il fascismo il conflitto era interno, tra bianchi: socialisti, operai, amministrazioni locali. Oggi è un conflitto globale, perché i migranti negli USA provengono dall’America Latina, e in Europa dall’Africa e dall’Asia. C’è però, oggi come allora, un elemento razzistico fortissimo, deplorevole, che è uno dei pilastri storici delle nostre società. L’Occidente è, in fondo, il luogo geometrico del razzismo, che si è sempre espresso attraverso la violenza.
Alla luce di quanto sta accadendo, esiste il rischio di una guerra civile negli Stati Uniti?
È una domanda che ritorna ciclicamente. Negli anni Sessanta, durante le rivolte nei ghetti neri, si diceva la stessa cosa: Stati Uniti sull’orlo della guerra civile. In fondo va ricordato che ci vollero cento anni dopo la fine della guerra di secessione affinché i neri potessero ottenere, nel 1961, pieni diritti politici, con il Voting Rights Act del Presidente Johnson.
Gli elementi per un conflitto lacerante anche oggi ci sono tutti, ma parlare con certezza di guerra civile mi sembra una profezia incauta. Un momento decisivo potrebbero però essere le elezioni di medio termine. Se i sondaggi dovessero rivelarsi corretti e il presidente Trump dovesse rischiare di subire una sconfitta, potrebbe esserci per lui la tentazione di bloccarle o condizionarle, creando un clima talmente incandescente – soprattutto sfruttando il tema migratorio – da addurre ragioni di ordine pubblico. A quel punto, sì, potrebbe scoppiare qualcosa di molto grave.
La presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni non si è ancora espressa sugli omicidi e sulle violenze dell’ICE. È paura di Trump o affinità ideologica?
Meloni ha scelto come linea portante della sua politica l’allineamento con gli Stati Uniti, qualunque sia l’inquilino della Casa Bianca. È una scelta iperatlantista, persino oltre l’atlantismo tradizionale. Oggi, peraltro, la Nato è spaccata tra europei e Stati Uniti, nonostante gli sforzi – a tratti grotteschi – di chi prova a ricucire, come il segretario generale dell'Alleanza Mark Rutte. Trump, tuttavia, non è tipo da lasciarsi adulare: ha un temperamento brutale.
Non so fino a che punto Meloni potrà continuare su questa linea di subordinazione agli USA che diventa giorno dopo giorno più imbarazzante.