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Omicidio Sara Campanella

La lettera della zia di Sara Campanella a un anno dal femminicidio: “Continuo a cercarti nei gesti d’amore”

Il 31 marzo di un anno fa Sara Campanella veniva uccisa fuori dal Policlinico di Messina al termine di una lezione universitaria da Stefano Argentino. In una lettera a Fanpage.it la zia la ricorda così: “Aveva sogni grandi. Voleva costruirsi un futuro per contribuire alla ricerca in campo medico”.
A cura di Giorgia Venturini
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Sara Campanella
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Il 31 marzo di un anno fa Sara Campanella veniva uccisa fuori dal Policlinico di Messina dove aveva appena finito di seguire una lezione universitaria. Ad accoltellarla più volte è stato il 27enne Stefano Argentino (che nell'agosto successivo, e a pochi giorni dall'inizio del processo, si è tolto la vita in carcere). La 22enne si era accorta di lui, che da tempo la perseguitava, e aveva chiesto alle amiche di raggiungerla. Pochi minuti dopo Stefano Argentino si è scagliato contro di lei e ha iniziato a colpirla. Lei è riuscita ad attivare il registratore del suo cellulare. In quell'audio Sara ha ripreso i suoi ultimi minuti di vita.

Si doveva laureare. Oggi quel laboratorio universitario di Messina dove ha svolto la sua ultima lezione è stato intitolato in memoria di Sara Campanella, mentre lo scorso ottobre le è stata conferita la laurea honoris causa. La giovane è stata proclamata dottoressa in Tecniche di laboratorio biomedico, con la votazione di 110 e lode, alla presenza di parenti e amici. Intanto la famiglia ha creato un'associazione, si chiama "Sara Campanella Ets".

A un anno di distanza dal femminicidio la zia di Sara, Rosy Zaccaria, a Fanpage.it ha voluto ricordarla così: "A un anno da quel 31 marzo, il tempo sembra essersi fermato. Non esiste un “dopo” che possa davvero allontanare quel momento: è rimasto tutto lì, sospeso tra il prima e un presente che fatica a trovare un senso. È crollato il mondo, e da allora nulla è più come prima. Sara era luce. Una luce autentica, rara, di quelle che non chiedono nulla in cambio ma riescono a illuminare chiunque le stia accanto. Era una ragazza fuori dal comune: si faceva amare con naturalezza, con quella sua capacità di donarsi senza riserve. Come ha scritto una sua cara amica, faceva pazzie per chi le chiedeva aiuto, per chi aveva bisogno di lei. E lei c’era sempre. Con il cuore aperto, con il sorriso sincero, con una forza dolce che lasciava il segno".

Poi la lettera prosegue e parla di quello che avrebbe voluto diventare Sara: "Aveva sogni grandi. Voleva costruirsi un futuro per contribuire alla ricerca in campo medico, per aiutare gli altri, per dare un senso profondo alla sua vita attraverso il bene. E oggi quel bene continua a camminare, continua a vivere nei racconti di chi l’ha conosciuta, nei messaggi che ogni giorno riceviamo, nelle testimonianze di chi porta ancora dentro un pezzo della sua luce. Continua anche attraverso l’associazione che porta il suo nome, perché l’amore vero non si spegne, si trasforma. Ma il dolore resta. È un dolore che non ha parole, che si insinua nel silenzio di una stanza vuota, in quel posto a tavola che non sarà mai più occupato come prima. Tutto parla di lei: le sue risate, la sua spensieratezza, la sua genuinità. E tutto, allo stesso tempo, grida la sua assenza".

Ma cosa resta oggi? "È difficile andare avanti. Ogni giorno è una sfida. E spesso diventa quasi impossibile trovare la forza per sostenere chi si ama: mia sorella, papà Alessandro, Claudio. E ancora i nonni,i cugini e tutti coloro che l'hanno conosciuta, perché ha donato tanto. Quando una perdita è così ingiusta, così assurda, non esistono parole che possano consolare davvero. È un dolore incommentabile. Non si può morire così. Non si può perdere la vita per nulla, per la follia di un individuo che aveva bisogno di essere aiutato e non è stato seguito. Sara non poteva,nonostante non fosse una sprovveduta, pensare che quell'essere,avesse con sé un coltello da caccia che si portava dietro da mesi all'università. Quel giorno infatti aveva ribadito per l'ennesima volta il suo no. Non si può accettare che tutto questo accada ancora".

Infine: "Servono leggi più severe, una giustizia che sia davvero equa. Servono sentenze che non siano solo punizioni, ma che costruiscano cultura, che insegnino, che prevengano. Ognuno deve assumersi le proprie responsabilità: la famiglia, le istituzioni, la società intera. Serve più tutela, più attenzione, più prevenzione. Anche nelle scuole, nelle università, ovunque si formino le coscienze. Perché Sara non doveva morire. E il suo ricordo non può essere solo dolore: deve diventare forza, consapevolezza, cambiamento. Io sono la zia Rosy, e oggi, a un anno di distanza, continuo a cercare Sara in ogni gesto d’amore, in ogni ricordo, in ogni testimonianza di bene. E so che, in qualche modo, lei continua a vivere lì: nella luce che ha lasciato e che nessuno potrà mai spegnere. Ed è per questo che continuiamo a proseguire nella certezza della fede che un giorno ci farà rincontrare".

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