Riceviamo e pubblichiamo la lettera di una nostra lettrice:

"Salve Fanpage, mi chiamo Eleonora e voglio riportare una scena ripugnante a cui ho assistito la settimana scorsa.

Ho preferito tacere e concedermi il tempo necessario per rielaborare l’accaduto. Si tratta di una testimonianza, l’ennesima, sul tema della violenza sulle donne. Treno per Milano delle tredici e trenta. Un ragazzo sui venti, venticinque anni, è seduto accanto ad una ragazza poco più piccola di lui, probabilmente la sua fidanzata. Lo sguardo del ragazzo è irraggiungibile, i muscoli del viso sono contratti, rincagnati. Una mano è rigida e sostiene una sigaretta spenta. L’altra, più morbida, gesticola accompagnando ogni sua parola.

Quel che fuoriesce dalle sue labbra è raccapricciante: insulta gravemente la ragazza accanto, parole di un peso eccessivo, che preferisco non riportare. Lei è raggomitolata su quel grande sedile blu, il corpo interamente abbandonato a se stesso. Non risponde alle intimidazioni.

Ogni parola pronunciata ha il peso di una pugnalata al petto. Un petto, il suo, sicuramente abituato a tale violenza. La mia indole mi stimola ad intervenire, interrompendo il ragazzo, senza però scompormi dal grande sedile blu: "Basta, per favore, basta. Le parole hanno un peso, le stai facendo male e temo non sia la prima volta che succede". Ma quel ragazzo il peso delle parole non ha idea di cosa sia e con aria scocciata mi spiega che non devo intromettermi. Intervengo nuovamente ma dopo pochi istanti capisco che no, non ne vale la pena. Mi osserva.

Mi lascia addosso un senso d’angoscia, quasi mi sembra di trovarmi in un dipinto di Goya. Sento il bisogno di reagire, ma razionalmente, concretamente. Vorrei urlare. Guardo fuori dal finestrino cercando di trattenere ogni genere di impulso. Immagini sfuocate di case, stazioni, edifici di varia dimensione. Mi basta voltare lo sguardo per ritrovare quella coppia, quella scena, rimasta immobile sotto i miei occhi.

D’improvviso ho un’idea: iPhone in mano, decido di affidarmi ad un’associazione contro violenze e maltrattamenti sulle donne. Dopo qualche minuto ero riuscita a contattare la più vicina, segnalando il numero del treno e l’accaduto. Per quanto la mia azione possa sembrare concreta, risolutiva, non mi accontento. Mi sentivo così passiva davanti ad una delle tante, troppe, situazioni in cui una persona viene derisa, umiliata. Faccio parte di una società composta da chi promuove iniziative, chi svolge manifestazioni d’ogni genere, chi subisce e offre testimonianze, pur di giungere ad un’uguaglianza da tempo ricercata.

C’è chi ne parla a scuola, c’è la comunicazione di massa, ma il silenzio delle tante vittime persiste. Sono stanca. La stessa stanchezza che percepisco quando, dopo una serata con amici, sono obbligata ad accelerare il passo nel buio della notte, inghiottita dall’ansia. Ansia, che qualcuno possa commettere violenze sul mio dannatissimo corpo. Anziché lamentarci o condividere passivamente l’ennesima testimonianza, facciamo qualcosa di concreto. Grazie".

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