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OPINIONI

I quattro schiavi bruciati vivi dai caporali sono anche vittime della nostra indifferenza

Dietro la morte dei quattro braccianti arsi vivi dai caporali ad Amendolara c’è la nostra indifferenza come cittadini e come consumatori. Perché sappiamo benissimo cosa c’è dietro quel che compriamo al supermercato, ma facciamo finta di non vederlo.
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Ci sono due modi per raccontare la storia dei quattro uomini, tre afghani e un pakistano, braccianti agricoli bruciati vivi nella loro auto in una stazione di servizio nei pressi di Amendolara, in Calabria dai loro caporali, pakistani, cui avevano osato chiedere di essere pagati. Il primo modo è quello di dire che erano stranieri ammazzati da stranieri: quindi problemi loro: niente titoli sui giornali, niente nomi e storie da raccontare, niente visite di Stato, niente lutti cittadini, niente pietà per le vittime. Erano ospiti, per di più nemmeno troppo graditi, se la sono cercata, fine. Poi c’è il secondo modo.

E il secondo è scavare tre minuti in più in questa storia, e provare a raccontarla tutta. Per capire quali siano le nostre responsabilità, in quanto cittadini, elettori, consumatori italiani, in tutta questa Storia.

Punto primo: buona parte dei tanti stranieri invisibili uccisi dal caporalato in Italia non sono "clandestini". Entrano col decreto flussi, che allo stato attuale è l’unico canale regolare per migrare in Italia senza fare richiesta di asilo politico. Solo che, piccolo dettaglio, perdono il loro diritto a stare qua appena gli scade un contratto. E quando questo accade, puntuali, diventano potenziali schiavi per le mafie e per i caporali, italiani o a loro volta stranieri che siano. Lo sappiamo benissimo che il decreto flussi produce schiavi, ma nessuno ci mette mano.

Punto secondo: quegli stranieri sono esattamente quelli che “fanno cose che gli italiani non vogliono più fare”. Cioè, fare gli schiavi. E lo fanno per portare sulle nostre tavole fragole, pomodori e altra frutta e verdura coltivata a raccolta nelle campagne italiane, dalla piana di Sibari a quella del Metapontino. O l'agro pontino dove era stato lasciato morire Satnam Singh, bracciante indiano di 31 anni, cui un macchinario aveva tranciato un braccio e il cui corpo era stato abbandonato agonizzante dal suo "datore di lavoro" davanti a casa. Luoghi che non esistono, se non sugli scaffali dei nostri supermercati, dove magari diventano pure marchi di qualità. Basterebbe chiedere, da consumatori, di sapere quale sia la frutta e la verdura prodotta sulla pelle degli schiavi. O magari, meglio ancora, chiedere che non sia esposta. Eppure non l’abbiamo mai fatto, perché tra due minuti nemmeno ce lo ricorderemo, che ci sono gli schiavi in Italia.

Punto terzo: “mafia, capito? Mafia”. a chiamare le cose col loro nome è Taj Mohammad Alamyar, l’unico tra i braccianti arsi vivi che è riuscito a sopravvivere al rogo. E meno male che c’è lui a chiamare le cose col loro nome. Perché sa benissimo quel che noi ignoriamo: che dietro ai caporali, italiani o stranieri che siano, c’è la ‘ndrangheta, ci sono le mafie. La vera, enorme, italianissima emergenza sicurezza di questo Paese, che abbiamo clinicamente ignorato ogni volta che in questi anni abbiamo parlato di emergenza sicurezza. Se parlassimo di mafia, e se ci occupassimo di mafia, anche solo la metà di quanto parliamo e ci occupiamo di migranti e maranza, forse quei quattro braccianti non sarebbero morti bruciati vivi.

Pensiamoci, anche solo due secondi. Ok?

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Francesco Cancellato è direttore responsabile del giornale online Fanpage.it e membro del board of directors dell'European Journalism Centre. Dal dicembre 2014 al settembre 2019 è stato direttore del quotidiano online Linkiesta.it. È autore di “Fattore G. Perché i tedeschi hanno ragione” (UBE, 2016), “Né sfruttati né bamboccioni. Risolvere la questione generazionale per salvare l’Italia” (Egea, 2018) e “Il Muro.15 storie dalla fine della guerra fredda” (Egea, 2019) e"Nel continente nero, la destra alla conquista dell'Europa" (Rizzoli, 2024). Il suo ultimo libro è "Il nemico dentro. Caso Paragon, spie e metodi da regime nell'Italia di Giorgia Meloni" (Rizzoli, 2025)
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