video suggerito
video suggerito
Opinioni
Omicidio Chiara Poggi: il delitto di Garlasco

Garlasco, oltre alla traccia 33 c’è un’altra impronta sulle scale di cui non si è mai parlato e non porta all’assassino

Sulla parete della scale della villetta di Garlasco dove venne trovato il corpo senza vita di Chiara Poggi non c’è solo la ormai nota “traccia 33”. Un’altra impronta del tutto simile alla prima è stata evidenziata all’altezza del 5°/6° gradino e non può essere legata all’evento omicidiario.
A cura di Katia Sartori
0 CONDIVISIONI
Le impronte evidenziate nella casa del delitto di Chiara Poggi a Garlasco
Le impronte evidenziate nella casa del delitto di Chiara Poggi a Garlasco
Attiva le notifiche per ricevere gli aggiornamenti su

Le nuove indagini sull’omicidio di Chiara Poggi vedono Andrea Sempio indagato per concorso, insieme ad Alberto Stasi o ad altri soggetti ancora ignoti: un’inchiesta riaperta, secondo quanto emerge, su impulso della difesa Stasi. Per la Procura, uno dei punti chiave è l’“impronta 33”: una consulenza tecnica disposta dagli attuali inquirenti, la attribuirebbe proprio a Sempio, collocandola tra gli elementi che potrebbero legarlo alla scena del crimine.

D’accordo con la Procura, il pool difensivo dell’attuale condannato in via definitiva Alberto Stasi; di diverso avviso invece, i consulenti tecnici del nuovo indagato nonché gli esperti incaricati dalla famiglia Poggi. Ma perché secondo gli inquirenti l’impronta 33 è così importante?

Secondo la ricostruzione ipotizzata dalla Procura, dopo aver aperto la porta a soffietto l’aggressore avrebbe trascinato e poi fatto scivolare il corpo esanime di Chiara Poggi lungo la scala. In quel frangente, mentre la vittima scendeva gradino dopo gradino, avrebbe appoggiato il palmo della mano destra sulla parete frontale, lasciando impressa la cosiddetta “traccia 33”.

Per poter confermare quanto supposto, i magistrati requirenti hanno incaricato la Dott.ssa Cristina Cattaneo di verificare, attraverso un’analisi antropometrica, la fattibilità dell’azione ipotizzata. Ma sulla scala di casa Poggi, il RIS di Parma non evidenziò solo quella traccia. Lo racconta la fotografia n. 64, scattata il 27 agosto 2007: sulla parete destra della scala compare una seconda impronta, con diversi tratti simili alla “traccia 33”.

La scala della villetta di Garlasco e le impronte evidenziate sul muro
La scala della villetta di Garlasco e le impronte evidenziate sul muro

Ingrandendo l’immagine, si può osservare che si tratta senza dubbio di una porzione di impronta palmare con dita, posta circa alla stessa altezza della “33” ma in corrispondenza del 5°/6° gradino e si può notare come la colorazione della traccia, sia la tipica prodotta dalla ninidrina. Proprio quel colore, che nel caso della sola “impronta 33” ha portato i consulenti della difesa di Alberto Stasi a sostenere che fosse “sporca” di sudore e materiale ematico.

All’epoca dei fatti, entrambe le impronte rinvenute sulle scale non furono tenute in considerazione in quanto, prive dei dettagli utili per un’identificazione. A collegare per primi e solo “l’impronta 33” all’omicidio, furono infatti i carabinieri di Via Moscova, ovvero gli stessi che attualmente stanno indagando: in un’informativa del 7 luglio 2020 si legge che: “è logico-fattuale che l’impronta sulla parete delle scale appartenga all’assassino” proseguendo “si potrebbe prendere in considerazione che la paternità di questa impronta possa ricondursi alla vittima, ma ciò è escluso dal seguente ragionamento: la vittima potrebbe aver lasciato l'impronta di sangue sulla parete delle scale all'atto di esservi gettata, ma in quel momento era sicuramente inerme se non totalmente priva di vita”.

Leggendo l’informativa dei carabinieri di via Moscova, redatta dopo lo studio del solo materiale fotografico disponibile, appare evidente un equivoco: il colore dell’impronta è stato interpretato come ematico, mentre è fattuale che il color porpora sia il risultato della reazione chimica dovuta all’utilizzo della ninidrina, reagente che funziona sulle superfici porose e che non reagisce con il sangue ma con gli aminoacidi delle secrezioni cutanee, tingendo la traccia evidenziata di viola-rossastro, ovvero la cosiddetta porpora di Ruhemann.

Infatti, nel 2007, lungo le pareti della scala, il RIS di Parma usò proprio la ninidrina per far emergere impronte che a occhio nudo non erano molto visibili. La “traccia 33” ad esempio, una volta esaltata, venne poi sottoposta ad alcuni test per verificare se contenesse sangue, anche in quantità non rilevabili visivamente. Per il RIS la risposta arrivò subito: nessuna traccia ematica.

Nella nuova indagine, però, è stata rilanciata un’ipotesi diversa: secondo alcuni, la ninidrina applicata sull’intonaco di casa Poggi potrebbe aver interferito con i test, alterandone l’esito. Questo perché nell’immagine raffigurante “l’impronta 33”, sono visibili alcune aree-macchie più scure, rispetto all’area trattata. Tuttavia, va ricordato che eventuali zone più scure, possono indicare semplicemente una maggiore quantità di residuo biologico lasciato dall’impronta o un accumulo da deposito del prodotto utilizzato e non necessariamente la presenza di sangue occulto.

Sulla scena del crimine le impronte non si “raccolgono a caso”. La scientifica lavora per priorità: individua le tracce più promettenti e le preleva solo dopo una prima valutazione. Niente ricerche a tappeto, quindi: ci si concentra su punti e superfici che possono essere davvero legati all’evento. Le impronte sono cruciali perché possono dire, con precisione, chi è passato di lì. Ma da sole non bastano.

Una casa, una scala, una stanza possono essere state toccate da molte persone nel tempo: familiari, amici, visitatori. Trovare tracce diverse, anche vicino al punto del delitto, non è affatto raro. Ecco perché ogni segno va letto con prudenza e nel suo contesto: potrebbe essere stato lasciato molto prima e per ragioni del tutto estranee al crimine.

Durante il processo ad Alberto Stasi, un punto è stato fissato con chiarezza: dopo essere stato gettato sui primi gradini delle scale, il corpo di Chiara Poggi avrebbe continuato a scivolare da solo, spinto dalla gravità e dalla forte pendenza, fino al punto in cui venne poi trovato. L’analisi delle tracce ha stabilito in maniera incontrovertibile che l’aggressore non ha mai sceso le scale.

Se l’aggressore, quindi, non è mai sceso fino al 5° gradino, una domanda sorge spontanea e diventa inevitabile: sulla parete ci sono due impronte con caratteristiche identiche, ma una – quella al 5°/6° gradino – non può essere legata all’evento omicidiario: perché allora la “traccia 33” dovrebbe necessariamente esserlo?

Una risposta potrà arrivare solo in aula, in un dibattimento che appare sempre più vicino per l’attuale indagato e che promette uno scontro serrato tra i consulenti chiamati a pronunciarsi proprio su questo punto. Perché la scienza forense è chiara: un’impronta papillare può restare su molte superfici anche per anni, se nessuno la rimuove. È per questo che stabilire “quando” sia stata lasciata un’impronta, con precisione, è quasi impossibile.

In generale, le tracce durano di più dove si pulisce poco e in modo non approfondito. E nel vano scale di casa Poggi, a quanto risulta, le pulizie non erano state scrupolose sulle pareti: lo suggerisce anche il ritrovamento, a pochi centimetri dalla “traccia 33”, di un’impronta compatibile con il battistrada di una bicicletta. In attesa del confronto in Tribunale, una cosa è certa: il nodo non è solo “di chi” sia un’impronta, ma cosa significhi davvero nel contesto di quella scala e di quel giorno.

La presenza di una seconda traccia, rimasta finora ai margini del racconto, riapre interrogativi e impone prudenza. Saranno i contraddittori tra le parti e – soprattutto – la tenuta delle ricostruzioni ipotizzate dalla Procura a stabilire se la “traccia 33” possa essere una prova decisiva o soltanto un dettaglio, finito in questa inchiesta, sotto una lente sbagliata.

0 CONDIVISIONI
Immagine
Consulente tecnico esperto in scienze forensi, analisi della scena del crimine e intelligence. Specialista in lofoscopia, investigazioni digitali e grafologia forense. Docente universitario a contratto in criminalistica applicata. Relatore di convegni in materia di identificazione personale e criminalità organizzata. Ha inoltre contribuito a indagini di rilievo nazionale, tra cui i casi di Matteo Messina Denaro, Denise Pipitone, M.llo Lombardo e Alice Neri.
autopromo immagine
Più che un giornale
Il media che racconta il tempo in cui viviamo con occhi moderni
api url views