11 Novembre 2021
17:35

Etiopia, perché è stato fermato Alberto Livoni, il cooperante italiano di una ONG di salesiani

Alberto Livoni, cooperante italiano dell’ONG Vis, è stato fermato ad Addis Abeba, capitale dell’Etiopia. Ancora ignote le motivazioni ufficiali del provvedimento.
A cura di Davide Falcioni

Alberto Livoni, un cooperante italiano dell'ONG dei salesiani Vis (Volontariato Internazionale per lo Sviluppo) è stato posto in stato di fermo ad Addis Abeba, capitale dell'Etiopia: l'uomo – cinquantenne di origini emiliane e con una lunga esperienza nel mondo della cooperazione internazionale – è rimasto coinvolto in un'ondata di arresti lanciata dal governo etiope nei confronti di decine di persone sospettate di aver dato sostegno ai combattenti tigrini. A Livoni, in particolare, sarebbe stata contestata la cessione di una valigetta contenente un milione di birr – una somma pari a circa 20 mila dollari – con il sospetto che il denaro servisse ad aiutare i guerriglieri. Tale ricostruzione, tuttavia, non è stata al momento confermata da fonti del Vis sentite da Fanpage.it: "Livoni al momento si trova in stato di fermo – e non di arresto – in un posto di polizia di Addis Abeba. Sta bene, è stato interrogato. Si tratta del ‘responsabile paese' per l'Etiopia della nostra Ong. Non conosciamo ancora le motivazioni del fermo perché non ci sono state comunicate, ma non escludiamo che possa aver circolato per il paese con delle somme di denaro, cosa che d'altro canto fa parte dei suoi doveri, non ci sarebbe nulla di strano".

Cosa sta succedendo in Etiopia

La polizia etiope avrebbe dunque agito per "ragioni di sicurezza"; il sospetto, tuttavia, è che l'operazione sia stata condotta con l'intento di reprimere ogni forma di sostegno ai guerriglieri tigrini, in un contesto in cui è in corso ormai da più di un anno un conflitto tra le forze federali etiopi e i combattenti del Fronte di liberazione del popolo del Tigrè (Tplf); questi ultimi nelle ultime settimane sono riusciti a conquistare diverse importanti città e si troverebbero a circa 300 chilometri da Addis Abeba, tanto che all'inizio di novembre il primo ministro Abiy Ahmed – premio Nobel per la Pace nel 2019 e considerato la grande “speranza” africana prima dello scoppio del conflitto – avrebbe subito pressioni per lasciare il Paese dopo la dichiarazione dello stato di emergenza nazionale di sei mesi, ufficialmente con l’obiettivo di “proteggere i civili dalle atrocità” commesse dal Tplf. Di fatto il provvedimento ha conferito poteri speciali alle forze di sicurezza federali nel tentativo disperato di fronteggiare l’avanzata dei tigrini. Nel frattempo da giorni le principali ambasciate – tra cui quella Usa – hanno invitato i loro connazionali a lasciare il Paese, con gli stessi diplomatici e le rispettive famiglie che hanno iniziato ad organizzare una partenza precipitosa.

Espulsi dall'Etiopia anche alti funzionari dell'ONU

Livoni sarebbe stato posto in stato di fermo il 6 novembre e il giorno precedente alcuni agenti sarebbero andati ad effettuare una perquisizione in un centro gestito dai salesiani nella zona di Gottera. All'interno erano presenti 17 persone, tra sacerdoti e laici etiopi ed eritrei che vivevano nella struttura. "Sono stati tutti portati in una località segreta dove adesso sarebbero detenuti", ha scritto Fides, agenzia di stampa di Propaganda Fide (Vaticano). Vittime dell'azione delle autorità di Addis Abeba anche le Nazioni Unite. Il mese scorso sette alti funzionari dell'Onu sono stati espulsi dall'Etiopia con l'accusa di interferenze negli affari interni del Paese. Due giorni fa, invece, 16 dipendenti delle Nazioni Unite sono stati prelevati e sono ora detenuti nella capitale.

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