
“Aiuto, due albanesi hanno ammazzato mia madre e mio fratello!”. Sono appena passate le 21. Una ragazza di sedici anni, scalza, in lacrime, sta urlando per strada in un tranquillo quartiere residenziale di provincia. Ferma una macchina e racconta di una rapina finita nel sangue. Ma è tutto falso. Dopo 48 ore di bugie, si scoprirà la verità: a massacrare Susy Cassini e il piccolo Gianluca, di 11 anni, con un totale di 97 coltellate, sono stati proprio lei e il suo fidanzato. Erika De Nardo e Omar Favaro. I fidanzatini di Novi Ligure. La ricostruzione del delitto e il movente.
Novi Ligure, la provincia sicura dove viveva la famiglia De Nardo
21 febbraio 2001. Novi Ligure, in provincia di Alessandria, è la classica cittadina dove puoi girare la sera senza paura. Quartieri residenziali, famiglie “normali”, una routine prevedibile. In questo contesto, la famiglia De Nardo è perfettamente inserita nel tessuto di provincia: c’è Francesco, 44 anni, ingegnere e dirigente di una nota azienda dolciaria; c’è Susanna, per tutti "Susy", 41 anni, ex contabile, che divide la sua vita tra la famiglia e l'impegno in parrocchia come catechista. E poi i figli: Erika, 16 anni, e il piccolo Gianluca, di 11.
Proprio Gianluca, in uno dei suoi ultimi temi scolastici aveva scritto: "Il mio miglior amico è mia sorella Erika". Una frase che restituisce l’immagine di una serenità solo apparente. Le tensioni in casa riguardavano soprattutto Erika e sua madre. Tutto sommato discussioni tipiche dell’adolescenza: rendimento scolastico, regole, e soprattutto la relazione totalizzante con il fidanzatino di 17 anni, Mauro, per tutti Omar. Nel suo diario Erika scriveva: “Pensano solo a Gianluca. Meno male che c’è Omar. La mamma non capisce niente. Questa storia deve finire”.
Torniamo ora alla sera del delitto, al momento in cui Erika lancia l’allarme. La storia dei “due rapinatori albanesi” si diffonde rapidamente. Nessuno mette in dubbio che dietro ci sia altro, compresi i telegiornali che aprono con la notizia di una banda di “criminali stranieri”. Del resto, quando la violenza esplode in luoghi circoscritti, puntare il dito contro un “nemico” venuto da fuori è quasi un meccanismo naturale: se è stato uno straniero, allora la comunità resta "sana". Appena gli investigatori mettono piede nella villetta di via Dacatra, però, capiscono subito che qualcosa non torna.
La "mattanza" di Novi Ligure: 48 ore di bugie di Erika e Omar
“Ho avuto l'impressione di camminare in un incubo”, riferirà il procuratore capo di Alessandria, Carlo Carlesi. Nella cucina al piano di sotto Susy, la madre di Erika, giace sul pavimento. Ha il corpo dilaniato da 40 coltellate. A poca distanza, il tavolo non solo è ribaltato, si è letteralmente spezzato in due. Le tracce di sangue attraversano la casa e salgono al piano di sopra. Nel bagno, immerso nella vasca piena d’acqua, rossa per il sangue, viene trovato il piccolo Gianluca. È stato colpito 57 volte. Una tale esplosione di violenza in criminologia spesso viene definita “overkilling”: significa che l’aggressore infligge un numero di colpi enormemente superiore rispetto a quelli necessari per uccidere. È un indicatore importante perché suggerisce un odio profondo e stratificato, che poco si concilia con la dinamica di una rapina. E poi, ci sono anche altri elementi anomali: mancano del tutto segni di effrazione. Nessuna finestra forzata. Nessuna porta scassinata. Anche l’orario scelto dai malviventi è strano, visto che la cena è proprio uno dei momenti in cui è più probabile trovare persone in casa. Eppure, il racconto di Erika all’inizio sembra credibile.
Dice che era in camera sua, al piano di sopra, con la musica alta. Dopo aver sentito urla improvvise, sarebbe scesa trovandosi davanti un uomo che aggrediva prima Gianluca e poi Susy. Sostiene che la madre le avrebbe urlato di scappare. Arrivata in salotto, si sarebbe imbattuta in un secondo uomo. Gli avrebbe lanciato contro una bottiglia di whisky, per difendersi, e poi finalmente sarebbe riuscita a fuggire, passando dal seminterrato. Lei, l’unica sopravvissuta, ha visto bene gli aggressori, li descrive con dovizia di particolari. Uno -racconta- era grosso, con la barba bianca, circa quarant’anni, forse cento chili. L’altro più giovane, dimostrava venticinque anni. Ciò che colpisce gli inquirenti è che Erika non si mostra mai confusa. Al contrario, è lucida, forse troppo, tanto che i carabinieri iniziano a chiamarla “ghiaccio”. A un certo punto, la ragazza fa il nome di uno dei presunti aggressori: un diciassettenne albanese, suo conoscente. Il ragazzo viene prelevato nella notte, ma ha un alibi di ferro: quella sera stava giocando a bowling con gli amici.
Erika e Omar cadono in trappola
Arriviamo così al 23 febbraio. Il giorno che darà una svolta clamorosa alle indagini. Mentre la psicosi collettiva, nel frattempo, sta dilagando tra proteste e fiaccolate contro gli immigrati, gli investigatori decidono di seguire un’altra pista. Fanno un sopralluogo nella villetta, portando con loro anche Erika e Omar. Ufficialmente serve a ricostruire la dinamica. In realtà vogliono osservarli da vicino. Subito dopo, i due fidanzati vengono lasciati soli in una stanza della caserma, piena di microspie. Loro sono all’oscuro di tutto, e dopo un po’ cominciano a parlare. “Te lo ripeto, siamo nei guai, non riesco a chiudere occhio”, dice piano Omar, che è nervoso. Erika cerca di rassicurarlo: “Stai calmo, hanno bevuto la storia degli albanesi, siamo salvi”. A un tratto, lei mima il gesto di una coltellata: “Ma quante gliene hai date?”. Le intercettazioni gelano il sangue ma, di fatto, lasciano poco spazio a interpretazioni. “Non hanno le prove che siamo stati noi”, prosegue Erika “Se ti faranno il processo io sono l’unica testimone. Dirò sempre che non sei stato tu. Non sono scema e neanche ingenua”. Dopo 48 ore, il caso è risolto.
La ricostruzione del delitto e il movente
Ma perché lo hanno fatto? Gli inquirenti, interdetti da ciò che hanno scoperto, devono ancora far luce sul movente e, soprattutto, stabilire il grado di responsabilità di ciascuno. Erika e Omar, nel frattempo, cominciano a darsi la colpa a vicenda. Lei dice che Omar ha fatto tutto da solo. Lui invece sostiene di aver partecipato all’omicidio di Susy soltanto perché la ragazza gli aveva chiesto di colpirla come “prova d’amore”. A fare chiarezza su come davvero sono andate le cose in quella casa, arrivano infine le analisi del RIS di Parma, guidato dal generale Luciano Garofano. Le tracce di sangue e le impronte delle scarpe sono riconducibili sia a Erika che a Omar, e attestano senza ombra di dubbio che entrambi hanno giocato un ruolo attivo nel massacro. La sera del delitto, Susy e Gianluca erano rientrati a casa insieme. Il papà, invece, era fuori con gli amici per giocare a calcetto. Armato di coltello, Omar si era nascosto in bagno, mentre Erika, anche lei armata, dopo una breve discussione con la madre aveva sferrato il primo colpo. Nel frattempo il fratellino era al piano di sopra, in procinto di farsi un bagno.
Susy aveva lottato strenuamente per difendersi, e a quel punto, allertato dal rumore, il bambino era sceso, venendo colpito a sua volta. Ma Gianluca era riuscito a scappare. Era corso a nascondersi al piano di sopra, lasciandosi dietro una scia di sangue. Dopodiché era stato raggiunto dalla sorella che, cambiando strategia, aveva provato a convincerlo che “era tutto finito”, e che ora ci avrebbe pensato lei a “medicarlo”. Nei piani originari dei fidanzati, probabilmente c’era l’intenzione di uccidere solo i genitori di Erika e di adottare il fratellino. Ma a quel punto, Gianluca per loro era diventato un testimone scomodo. Ciò che gli è accaduto, lo lascio alle parole del generale Garofano, che ha ricostruito la scena in un’intervista al Corriere: “Gianluca, 11 anni, si era spostato carponi, già ferito, cercando di fuggire. Venne raggiunto in bagno, tentarono di annegarlo, di dargli veleno per topi, lo finirono con altre coltellate. Non scorderò mai il luminol che si accese nella vasca da bagno… Mi sembrava di vedere quel bambino lottare disperatamente per vivere”.
Il processo e la condanna
Il 28 novembre 2001 si svolge il primo processo davanti al Tribunale per i Minorenni. Il nodo tecnico da sciogliere è capire se Erika e Omar siano stati in grado di capire cosa stavano facendo e di comprendere che era sbagliato. Vengono fatte delle perizie psichiatriche e il quadro che emerge è quello che si definisce una “folie à deux”, una follia a due. A Erika viene diagnosticato un disturbo narcisistico di personalità, caratterizzato da un quadro di grandiosità e assoluta mancanza di empatia; Omar, invece, risulta avere una personalità dipendente e bisognosa di compiacere la partner. Insieme formano un incastro tossico dove l’uno alimenta le ossessioni dell’altro. E si arriva a una considerazione amara, terribile: gli esperti ipotizzano che se non si fossero mai incontrati, probabilmente non avrebbero mai ucciso. Ma quel sistema relazionale, per loro, si è trasformato in un detonatore. In ogni caso, vengono dichiarati in grado di intendere e di volere. Per quanto riguarda il movente, l’unica “spiegazione” resa da Erika è che i suoi genitori non la lasciavano libera di stare con Omar. Nient’altro. Con la sentenza della Cassazione del 9 aprile 2003, Erika e Omar vengono condannati in via definitiva, rispettivamente a 16 e 14 anni di reclusione.
Erika e Omar oggi
In questo abisso, va aperta una parentesi sulla figura solitaria di Francesco De Nardo, il padre di Erika. Rimasto senza moglie e senza figlio, l’ingegnere ha fatto una scelta che ha diviso l’opinione pubblica: non ha mai abbandonato Erika. Pochi giorni dopo il delitto, è rientrato in quella villetta per pulire lui stesso il sangue dalle pareti e dai pavimenti, per rendere la casa di nuovo "abitabile" per il futuro ritorno di sua figlia. “Io sono tutto quello che resta a mia figlia e lei è tutto quello che resta a me”, ripeterà come un mantra per vent'anni.
Oggi Erika e Omar hanno scontato le loro condanne. Lei si è laureata in filosofia con 110 e lode, si è sposata, costruendosi una vita protetta dall’anonimato. Il nome di Omar Favaro invece è riapparso sui giornali di recente. L’uomo dovrà affrontare un processo davanti al tribunale di Ivrea, accusato di maltrattamenti in famiglia e violenza sessuale nei confronti dell’ex moglie. Secondo gli atti, l’avrebbe minacciata con frasi come: “Ti sfregio con l’acido” o “Fai la fine di sua madre”.
Il caso di Novi Ligure resta ancora oggi uno spartiacque nella cronaca italiana. Non solo per la ferocia di questo massacro "inspiegabile", ma perché ha mostrato quanto sia fragile la nostra idea di “normalità” e quanto sia facile, in certi momenti, che l’opinione pubblica venga manipolata facendo leva sul pregiudizio. La consapevolezza che la devianza può crescere anche nei contesti più insospettabili, dove tutto sembra ordinato e rassicurante, è ciò che spaventa di più e che rende questa storia terrificante così difficile da archiviare.
Ha collaborato Mara D'Alessandro