“È il momento di abbassare i toni, dobbiamo fermare il panico”, dice il presidente del consiglio Giuseppe Conte, addì 27 febbraio 2020. E non pago, fa filtrare via Rocco Casalino pure l’indiscrezione di aver fatto pure una telefonata alla Rai – “Basta allarmismi!”, il monito – giusto per ricordare al mondo che la colpa del panico è dei media – e chi se no?

Già. Peccato non sia passata che una settimana scarsa dal consiglio dei ministri e dalla conferenza stampa nella sede della Protezione Civile, roba da invasione aliena. Allora, Giuseppe Conte Bis era in modalità pieni poteri, come si usa nelle emergenze assolute: “Servono misure impositive ai fini del contenimento del contagio – spiegava -il dibattito politico ci solleciterà con domande sulle scelte prese ma le nostre decisioni sono fatte sulla base di considerazioni del comitato tecnico scientifico”. Capito opposizioni? Se siete contro di noi siete contro la scienza.

Ce l’aveva con Salvini, Conte, con la sua incoerenza. E se non fosse che suona un po’ come il bue che da del cornuto all’asino sarebbe pure da dargli ragione, a Giuseppi: “Oggi ci viene proposto di aprire tutto ma questi stessi che ce lo dicono, ieri ci dicevano di chiudere tutto, ci è stato proposto anche di chiudere Schengen…”, scandisce a margine del meeting italo-francese a Napoli, e il pensiero corre alle parole del leader leghista, che poche ore prima in una diretta Facebook dall’aeroporto di Fiumicino aveva rimarcato di aver trovato “nel presidente della Repubblica un interlocutore attento sul fatto che l'Italia debba riaprire tutto il possibile al più presto possibile".

E in effetti, le parole “aprire” e “Salvini” nella stessa frase sono già da corto circuito, un po’ come Padania e “prima gli italiani”, “Siamo stati accusati di razzismo perché chiedevamo controlli e quarantene. Parlare di quarantena sembrava una parolaccia a gennaio, adesso a detta di tutti i medici e virologi è l'unico modo per circoscrivere il problema", aveva detto il Capitano solo pochi giorni fa, parlando da Genova. Tutto torna in realtà: quarantena è una parolaccia quando a subirla sono gli italiani, uno zuccherino sul palato quando tocca al signor Wu e al signor Wang. Un po' come la differenza che passa tra chiudere l’Africa e chiudere Codogno. 

Forse Salvini, già che c'è, dovrebbe spiegarlo pure ai suoi governatori principi di Lombardia e Veneto, Attilio Fontana e Luca Zaia, visto che sono loro ad aver ordinato tamponi per chiunque, anche per soggetti sani e asintomatici (Zaia) e ad aver fatto dirette surreali con un’inutile mascherina protettiva da chirurgo, che non servirebbe a nulla se Fontana fosse infetto, e serve ancora meno per proteggersi dall'infezione, ma serve tantissimo a guadagnarsi prime pagine sui giornali. Diavolo di un Fontana, forse ce l'hai fatta a guadarti il tuo quarto d’ora di celebrità.

Evidentemente, l’incoerenza virus ha una particolare predilezione per i maschi adulti, specie se all’anagrafe fanno Matteo. Al leader di Italia Viva Matteo Renzi, buon ultimo, spetta infatti il caso di contagio più clamoroso, visto che l’ha portato a contraddirsi non nel giro di una settimana, né di un solo giorno, ma addirittura nello stesso comunicato stampa, che lui chiama eNews, perché nel 2005 faceva più giovane: “Innanzitutto zero polemiche tra rappresentanti delle Istituzioni. Assurdo litigare in momenti del genere”, esordisce. Ma poche righe dopo ricorda che  “Non basterà un’aspirina” per far ripartire l’Italia, ma “occorreranno misure fortissime perché gli errori di comunicazione hanno prodotto un danno enorme all’estero, oltre che in Italia”. Opplà, una bella stoccata al governo. Non male, nei giorni in cui si parla di un nuovo esecutivo di unità nazionale con Matteo Salvini. “In emergenza ci si aiuta, non ci si fa la guerra”. Chissà se voleva fare la guerra.

Ma non finisce qua. Perché solo pochi giorni prima di aver stigmatizzato l’eccessivo allarmismo del governo Conte, l’ottimo Renzi aveva deciso di tributare un plauso all’immunologo Roberto Burioni che “in questa drammatica vicenda (…) non ha sbagliato un colpo”. “La serietà di uno come Burioni fa sperare in un futuro di cultura e ricerca e non di populismo e ignoranza”, aveva concluso Renzi. Forse dimenticando che Burioni è quello che continua a ripetere, ogni volta (tante) in cui apre bocca che il “coronavirus non è come una semplice influenza”, e che “l’unica cosa importante è la quarantena”, “senza eccezioni”. “Spero che i politici lo capiscano perché le conseguenze di un errore sarebbero irreparabili”, conclude pacatissimo Burioni.

Ma se gli italiani non ci capiscono più nulla è sicuramente colpa dei media.