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Bloccati in Mozambico a causa della guerra, medici italiani restano in ospedale: “Opereremo fino alla partenza”

Un gruppo di medici italiani in missione umanitaria sono rimasti bloccati in Mozambico dopo l’attacco di Usa e Israele all’Iran. “Noi non ci siamo mai fermati. Anche adesso siamo in ospedale, siamo rimasti in quattro e continueremo a operare”, ha raccontato a Fanpage.it il dottor Andrea Cocci.
A cura di Eleonora Panseri
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Il gruppo di medici italiani rimasti bloccati a Maputo, in Mozambico, dopo l’attacco di Usa e Israele all’Iran (due di loro sono riusciti a ripartire).
Il gruppo di medici italiani rimasti bloccati a Maputo, in Mozambico, dopo l’attacco di Usa e Israele all’Iran (due di loro sono riusciti a ripartire).

"Per arrivare qui in Mozambico si passa per il Qatar e casualmente siamo saliti sull'ultimo volo. Poi a causa del blocco siamo rimasti a terra perché non c'erano più voli di ritorno. Abbiamo aspettato che la compagnia risolvesse la situazione, non l'ha fatto e quindi abbiamo dovuto organizzarci comprando altri biglietti".

A parlare a Fanpage.it è Andrea Cocci, medico dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria Careggi, dell’équipe di Urologia e Andrologia, che insieme ad altri cinque colleghi è rimasto bloccato in Mozambico, dove il gruppo stava svolgendo una missione umanitaria, dopo l'attacco di Usa e Israele all'Iran.

I medici fanno parte della Onlus Wellness Men Foundation, "siamo un gruppo di medici che fanno parte dell'Azienda ospedaliero-universitaria pisana, del Careggi e del Meyer. A turno, da 5 anni ormai, organizziamo missioni in Africa, siamo stati in Costa d'Avorio, Madagascar, Tanzania, Rwanda e ora siamo in Mozambico", ci spiega ancora.

Il gruppo di medici italiani rimasti bloccati a Maputo, in Mozambico, dopo l’attacco di Usa e Israele all’Iran (due di loro sono riusciti a ripartire).
Il gruppo di medici italiani rimasti bloccati a Maputo, in Mozambico, dopo l’attacco di Usa e Israele all’Iran (due di loro sono riusciti a ripartire).

"Ne abbiamo fatte tante di missioni, questa era già stata organizzata da tempo. Prendiamo contatti con gli ospedali locali, chiediamo ciò di cui hanno bisogno, lo compriamo e lo portiamo. – aggiunge – Poi offriamo sia supporto sanitario che nell'insegnamento ai medici locali".

Il gruppo sarebbe dovuto rientrare nei giorni scorsi ma, con l'aggravarsi della situazione in Medio Oriente è stato impossibilitato a farlo. Soltanto due colleghi sono riusciti a tornare in Italia.

"Due persone sono partite ieri mattina con un volo Maputo-Lisbona, e poi facendo Lisbona-Roma, Roma-Firenze. Noi invece speriamo di ripartire sabato, abbiamo dei voli da Maputo ad Addis Abeba, poi Addis Abeba-Roma, Roma Firenze", ci dice il medico.

Soluzione che però, come ci racconta ancora Cocci, ha fatto "lievitare il costo della missione". "Il Mozambico è un Paese complicato, c'è un po' di guerriglia e Maputo non è una città sicurissima. – dice ancora – Qui però ci sono molto occidentali perché sono presenti diverse compagnie internazionali".

"Con lo scoppio di questa guerra c'è stato un assalto ai voli. Non hanno mai chiuso l'aeroporto ma i voli si sono riempiti con il fuggi fuggi generale", ha precisato.

Cocci e i colleghi hanno proseguito l'attività che avevano previsto nella loro missione, anche in questi giorni di incertezza: "Noi siamo venuti qui per dare un servizio e non ci siamo mai fermati. Anche adesso siamo in ospedale, siamo rimasti in quattro e continueremo a operare sia oggi che domani. Poi speriamo di ripartire sabato mattina".

Il gruppo di medici italiani rimasti bloccati a Maputo, in Mozambico, dopo l’attacco di Usa e Israele all’Iran (due di loro sono riusciti a ripartire).
Il gruppo di medici italiani rimasti bloccati a Maputo, in Mozambico, dopo l’attacco di Usa e Israele all’Iran (due di loro sono riusciti a ripartire).

Quando gli chiediamo quali sono state le sensazioni provate in questi giorni, ci risponde: "La totale verità è che abbiamo vissuto diversi conflitti a livello televisivo ma non abbiamo mai avuto nessuna percezione di pericolo. Adesso, non lo nego, abbiamo sentito di essere molto vicini a una guerra ben più ampia rispetto alle precedenti, una reale sensazione di paura".

"I colleghi che sono riusciti a partire ieri non l'hanno fatto perché sono migliori di noi, ma perché le loro famiglie erano realmente preoccupate, sono due padri di famiglia. Sentiamo di non avere il controllo, che da un momento all'altro le cose peggiorino ancora di più", prosegue.

"Noi qui non abbiamo sempre la connessione e il fatto che ogni volta le notizie fossero peggiori ci ha dato preoccupazione, soprattutto psicologica più che pratica. Poi ammetto che prendere un volo in questo condizioni crea un po' di ansia, anche se Addis Abeba è dall'altro parte del mondo".

"Nessun autorità ci ha contattato perché il Mozambico non è considerato un Paese ‘a rischio' e ci siamo arrangiati da soli. Ora ci stiamo riavvicinando alla data della ripartenza, siamo molto carichi e stiamo facendo tutto il possibile per continuare a operare e lasciare il Paese dopo aver fatto tutto quello che dovevamo. – conclude – Però un po' di tensione c'è".

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