Claudio Foti, direttore scientifico della onlus ‘Hansel e Gretel’ di Moncalieri (To), avrebbe messo in atto "una tecnica invasiva e suggestiva posta in essere nella psicoterapia dei minori". E' la definizione che il Tribunale del Riesame dà al metodo applicato dallo psicoterapeuta e dai suoi collaboratori indagati nell’inchiesta sugli affidi di Bibbiano: la moglie Nadia Bolognini e Sarah Testa. Si tratta di uno dei passaggi dell’ordinanza con cui il tribunale bolognese motiva l’obbligo di dimora disposto per Foti a Pinerolo, mentre prima il 68enne si trovava agli arresti domiciliari. Secondo il giudice alcuni aspetti del metodo di Foti sarebbero discutibili: "Appare di per sé connotato da elementi di forte pressione e forzatura, nonché ingerenza nella vita privata dei minori, in violazione della ‘Carta di Noto’". Il Tribunale del Riesame inoltre avanza importanti dubbi sulla preparazione dello psicoterapeuta, che secondo il giudice avrebbe trattato "questioni delicatissime su eventuali abusi sessuali e maltrattamenti subiti" in modo inadeguato. Foti, scrive, sarebbe una persona non provvista "in modo certo" "delle competenze professionali e scientifiche per esercitare l’attività di psicoterapeuta".

Nei confronti di Foti sono due le ipotesi di reato formulate e per il quale lo psicoterapeuta era ricorso al Riesame contro i domiciliari. Una era la frode in processo penale e depistaggio, risalente al 2016 e il 2017, quando una giovane sarebbe stata da lui convinta a ricordare di aver subito abusi sessuali da parte del padre da bambina: per questa parte c’è stato l’annullamento del Riesame perché nel frattempo la ragazzina sarebbe diventata maggiorenne e il procedimento giudiziario sui presunti abusi sessuali si è chiuso prima. L’altra riguarda l’abuso d’ufficio, in concorso con Federica Anghinolfi, Francesco Monopoli, Andrea Carletti, Nadia Campani, Barbara Canei, Nadia Bolognini e Sarah Testa, perché avrebbe praticato psicoterapia a Bibbiano traendone guadagno, senza tuttavia che di passasse dalla necessaria gara pubblica per l’affidamento. Per quest’ultima ipotesi di reato, il Tribunale ha riscontrato i pericoli e di reiterazione del reato e di inquinamento delle prove.

La decisione di revocare gli arresti domiciliari sostituendoli con l’obbligo di dimora a Pinerolo è stata così motivata: "Rappresenta una misura minore, ma assicura tuttavia la medesima finalità, cioè l’impossibilità di svolgere psicoterapia, e soprattutto mantenere e stringere contatti con personalità pubbliche, quali amministratori di enti territoriali, altri professionisti, assistenti sociali con la cui partecipazione potrebbe realizzare reati analoghi". Questo perché "l’attività professionale, sia sui casi oggetto del presente procedimento sia su altre persone da lui seguite con psicoterapia, veniva svolta in Emilia e in altre città, senza che risulti lo svolgimento di attività dove abita, cioè a Pinerolo".