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Hai mandato una tua foto nudo e sei stato ricattato. Quindi te la sei cercata?

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Sextortion, consenso e victim blaming: perché continuiamo a pensare che un errore della vittima possa rendere meno grave l’abuso di chi la ricatta.

Dopo la pubblicazione dell’ultima puntata di Abisso, dedicata al fenomeno della sextortion, in molti mi hanno fatto la stessa domanda: perché inviare immagini intime?Una domanda che spesso ne porta con sé un’altra, meno esplicita ma quasi inevitabile: se quella persona ha inviato volontariamente quelle immagini, non ha anche una parte di responsabilità per quello che è successo? E, di conseguenza, nei casi di sextortion, la vittima è davvero, fino in fondo, una vittima?

Partiamo dal punto più semplice. Una persona può decidere liberamente di fotografarsi nuda e di inviare quella fotografia a qualcuno. Può farlo per desiderio, per gioco, per seduzione, per fiducia, per curiosità, per eccitazione, per amore. Oppure semplicemente perché in quel momento lo vuole. Quella decisione può essere più o meno prudente. Può perfino essere, col senno di poi, una pessima decisione. C’è però un passaggio logico che non possiamo accettare. Se scelgo di mostrare un’immagine intima a una persona, sto decidendo con chi condividerla, non sto rinunciando al controllo su quell’immagine. Il fatto di averla mostrata a qualcuno non autorizza nessun altro a mostrarla a tutti. È una distinzione semplice, ma decisiva. Il consenso non è una specie di assegno in bianco. È rivolto a qualcuno, riguarda qualcosa e vale entro determinati limiti. Su queste basi possiamo fare una riflessione più approfondita.

Partiamo dalla legge

L‘articolo 612-ter del codice penale italiano punisce la diffusione di immagini o video sessualmente espliciti destinati a rimanere privati quando avviene senza il consenso delle persone rappresentate. Il punto giuridicamente decisivo è dunque proprio quel "senza il consenso". Non solo, il Garante per la protezione dei dati personali considera esplicitamente la possibilità di intervenire anche prima che la diffusione avvenga, quando esiste il fondato motivo di temere una diffusione non consensuale di materiale sessualmente esplicito.

Non è un dettaglio. Significa che l'atto di produrre o condividere un'immagine e l'atto di diffonderla senza consenso sono moralmente e giuridicamente distinti. Confonderli significa far scivolare la responsabilità dall'autore dell'abuso alla persona che l'abuso lo subisce.

Ma poteva evitare

Tocchiamo subito il punto dolente. La vittima poteva evitare? Una persona può essere imprudente. Può fidarsi della persona sbagliata. Può sottovalutare il rischio. Può non immaginare che una relazione finirà male. Può credere, erroneamente, che una fotografia inviata in una chat rimanga confinata in quella chat.

Ma da queste osservazioni non segue la conclusione: "Quindi è colpa sua". Perché esiste una differenza fondamentale tra responsabilità causale e responsabilità morale. La prima domanda da farsi è: "Questa scelta ha contribuito a creare la situazione?". La seconda: "Questa persona merita di essere biasimata per ciò che è accaduto?".

Sono domande diverse. La filosofia morale insiste proprio su questa distinzione: essere causalmente coinvolti in un esito non significa automaticamente essere moralmente responsabili. È una distinzione che possiamo comprendere con un esempio banale. Se lascio la bicicletta senza lucchetto e qualcuno me la ruba, la mia imprudenza può aver aumentato il rischio del furto. Ma il fatto che io sia stato imprudente non trasforma il ladro in una persona autorizzata a rubare. Possono dirmi: "La prossima volta usa un lucchetto". Non concludere: "Perciò non sei stato derubato".

La domanda che rivolgiamo alla vittima

C'è poi un altro problema, più sottile. Quando chiediamo a una vittima: "Perché hai mandato quella foto?", pensiamo spesso di stare facendo una domanda preventiva: vogliamo capire come evitare che accada di nuovo. Ma quella stessa domanda può diventare giudicante: "Perché hai fatto qualcosa che ti esponeva al rischio?".

È interessante perché rivela qualcosa su di noi. Sembra che, davanti alla violenza, cerchiamo istintivamente un elemento della storia che ci permetta di pensare che la vittima avrebbe potuto comportarsi diversamente. Perché?

In parte perché è psicologicamente rassicurante. Se la vittima ha sbagliato, allora possiamo raccontarci che noi, invece, avremmo fatto la cosa giusta. Che a noi non sarebbe successo. È una forma di illusione del controllo: il mondo appare meno pericoloso se immaginiamo che le disgrazie colpiscano soprattutto chi prende decisioni sbagliate.

Questo non significa che la prudenza non conti. Conta, soprattutto quando si parla di prevenzione. Possiamo e dobbiamo spiegare che condividere un'immagine intima comporta dei rischi, così come possiamo insegnare a riconoscere i segnali di una manipolazione o di un ricatto. Il problema nasce quando la prudenza smette di essere uno strumento di prevenzione e diventa un criterio per giudicare la vittima.

Il paradosso del ricatto

C'è poi il paradosso del ricatto. Nei casi di sextortion non abbiamo semplicemente la diffusione di un'immagine: abbiamo una dinamica di coercizione, che modifica radicalmente lo spazio delle scelte disponibili.

La sextortion non è semplicemente una truffa che utilizza immagini sessuali. È un dispositivo di potere. Il ricattatore non possiede soltanto una fotografia: possiede, o crede di possedere, la paura della vittima. La paura che lo sappiano i genitori, il partner, gli amici, i colleghi, i compagni di scuola, i datori di lavoro. Possiede la vergogna.

Il criminale costruisce la propria forza non soltanto sul possesso del file, ma sul significato sociale che attribuiamo a quel file e soprattutto sulla colpevolizzazione della vittima. Banalmente, se una fotografia intima smettesse di essere considerata una colpa, una parte del potere del ricattatore verrebbe meno. L’immagine rimarrebbe la stessa. A cambiare sarebbe ciò che pensiamo possa dire di quella persona.

La trappola della fortuna morale

Tirando le fila, mandare immagini intime può essere pericoloso, certo. È ragionevole educare soprattutto i più giovani a comprendere che un contenuto digitale può essere copiato, salvato, manipolato e redistribuito. Ma l'educazione al rischio è una cosa. La colpevolizzazione è un'altra.

Posso dire a qualcuno: "Hai fatto una scelta poco prudente". E, al tempo stesso, dire: "Quello che ti hanno fatto è ingiusto e non è colpa tua". Non c'è contraddizione. Anzi, è probabilmente questo il modo più maturo di intendere la responsabilità.

Anche perché c'è ancora un elemento da considerare. Nella filosofia morale esiste un problema chiamato moral luck, ovvero quanto i nostri giudizi morali dipendano da circostanze che non controlliamo.

Pensiamo a due persone che fanno esattamente la stessa scelta rischiosa. Una incontra una persona onesta. L'altra incontra un manipolatore. La prima non diventa moralmente migliore perché è stata fortunata. La seconda non diventa moralmente peggiore perché è stata sfortunata. Eppure le conseguenze sono radicalmente diverse. Questo dovrebbe renderci prudenti quando giudichiamo le persone sulla base degli esiti. La decisione iniziale può essere identica, quello che cambia è ciò che accade dopo. E spesso ciò che accade dopo non è sotto il controllo della persona che ha scattato la fotografia.

La vittima perfetta

E a proposito di colpe arriviamo a noi, che tanto innocenti non siamo. Perché un'altra delle ragioni per cui facciamo così fatica ad accettare le vittime di sextortion è che immaginiamo, inconsciamente, che una vittima debba essere impeccabile. Deve aver fatto tutto bene. Deve essere stata prudente. Deve non essersi fidata della persona sbagliata. Deve aver riconosciuto immediatamente il pericolo. Deve aver reagito nel modo corretto. Deve essere stata, insomma, una vittima perfetta. Ma una vittima perfetta non esiste.

Esistono persone spaventate, innamorate, ingenue, impulsive, inesperte, sole, manipolate, confuse. Persone che sbagliano. E il fatto che abbiano sbagliato non annulla il fatto che qualcuno abbia scelto di abusare di loro.

Perché essere vittima non significa essere innocenti o non aver fatto errori. Significa essere destinatari di un'azione ingiusta. La filosofia può aiutarci proprio qui: a non confondere categorie diverse.

Dovremmo quindi rovesciare la domanda iniziale. Non chiederci: "Perché una persona ha mandato un'immagine intima?". Piuttosto: "Perché continuiamo a pensare che, per essere degna di essere riconosciuta come vittima, una persona debba prima dimostrare di non aver fatto nessun errore?".

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