Mps resta sospesa in borsa, ma più passano i giorni più la crisi della banca senese finisce sotto i riflettori. A destare l’interesse della stampa è in particolare l’ipotesi di pubblicare l’elenco dei 100 maggiori debitori insolventi, come proposto dal presidente dell’Abi Antonio Patuelli. La proposta di Patuelli sembra andare nella direzione di una maggiore trasparenza, tanto più doverosa in quanto molti temono che il conto finale della “ricapitalizzazione preventiva” da 8,8 miliardi di euro ricadrà quasi interamente sui contribuenti italiani, con buona pace delle norme europee che sono state varate in questi anni proprio per evitare questa sciagurata ipotesi.

Eppure la proposta presenta più di un punto debole: anzitutto giunge tardiva, visto che la crisi di Mps è maturata ben prima della crisi economico-finanziaria mondiale del 2008, a causa del coinvolgimento dell’istituto, per motivi politici prima e più che industriali, in alcune “operazioni di sistema” dal salvataggio di Alitalia, ceduta nel 2008 alla Cai degli “imprenditori patrioti” che stipulò contestualmente sette contratti di finanziamento ipotecario sugli aeromobili rilevati dalla “vecchia” Alitalia con altrettanti istituti tra cui Mps ed i cui bilanci da allora sono stati tutti chiusi in perdita (il primo utile non è atteso prima del 2021), alla sistemazione di Hopa, la finanziaria bresciana di Emilio Gnutti ed Ettore Lonati considerata una vera e propria “bicamerale degli affari” che partecipò alla scalata a Telecom Italia del 1999 prima di finire ristrutturata e fusa con la Mittel di Giovanni Bazoli (all’epoca deus ex machina di Intesa Sanpaolo) nel 2008 per evitarne il crack.

Se poi si volesse anche ignorare che la crisi di Mps era nota da tempo, per scoprire chi non ha rimborsato i prestiti erogati da Mps non occorre essere dei novelli Sherlock Holmes: basterebbe verificare in quali e quanti fallimenti o ristrutturazioni debitorie l’istituto senese è rimasto invischiato (insieme alle maggiori banche nazionali) in questi anni. Anzitutto la Carlo Tassara del finanziere (vicino allo stesso Bazoli) Romain Zaleski, 650 milioni di prestiti verso la quale finirono con l’essere strasformati in partecipazioni azionarie non potendo essere rimborsati, a fronte di un’esposizione che dopo riscadenziamenti, sconti e rimborsi tramite cessione di partecipazioni era ancora superiore ai 2 miliardi (di cui 200 milioni facenti capo a Mps) nel 2013.

Lo schema “non ti rimborso ma ti offro una partecipazione azionaria” è stata una costante in questi anni ed è stata applicata anche al gruppo De Benedetti, la cui Sorgenia trasformò in equity 2 miliardi di prestiti, 600 milioni dei quali facevano capo a Mps (in questo caso l’istituto più esposto), divenuto così “obtorto collo” socio al 16,6% della società elettrica. Andò meglio, per Siena, nel 2011 in occasione del fallimento da 3 miliardi di euro del gruppo immobiliare Risanamento, facente capo a Luigi Zunino. In questo caso Intesa Sanpaolo finì col diventare socia al 49%, Unicredit quasi al 20%, Bpm al 9% e Mps al 3%.

Solo queste tra ristrutturazioni sono costate a Mps qualcosa come 890 milioni di euro di perdite su crediti, ma l’elenco non finisce qui: molte “cooperative rosse” nel corso degli anni hanno bussato cassa, ottenendola, a Mps, salvo ritrovarsi la Fondazione Mps nel capitale. E’ il caso di Sansedoni Siena, gruppo nato in Unieco e del quale Mps ha poi rilevato il 21,75% del capitale per non aver saldato un debito di 25,9 milioni. Storia analoga per tre controllate di Sansedoni Siena: Marinella Spa (26,9 milioni mai restituiti), Sviluppo e Interventi Immobiliari Spa e Beatrice Srl (ora in liquidazione, verso cui Mps resta esposto per 48,4 milioni).

E ancora: non sono rientrati nelle casse senesi neppure i 20 milioni concessi alla NewColle Srl, dichiarata fallita dopo che la banca era entrata nel capitale, gli oltre 11 milioni dati al gruppo Fenice e relative controllate (tra cui Una Spa, Euro Srl e Il Forte Spa), facente capo alla famiglia Fusi e tutta una serie di prestiti erogati alla pubblica amministrazione (in particolare municipalizzate e società controllate dalla regione Toscana), per un totale di circa 113 milioni di euro.

Fuori regione Mps è esposta, sempre nei confronti di società pubbliche, tra l’altro verso le romane Atac e Metro C per non meno di una trentina di milioni. Volendo tirare una riga il conto riferito a questi soli “debitori eccellenti” è già di quasi 1,2 miliardi. Provare ad essere una “banca di sistema” si è rivelato una scommessa molto rischiosa: chi pagherà il conto ora?