Fino a qualche settimana fa eravamo tutti Charlie Hebdo, appassionati difensori una delle grandi prerogative dell'occidente: la possibilità di esprimere la propria opinione. L'indignazione per gli attentati di Parigi ha fatto sì che anche in Italia si parlasse della libertà di stampa come di un valore imprescindibile. Lo è davvero? Guardando la realtà del mondo dell'informazione nel nostro paese la situazione appare leggermente diversa. L'Italia quest'anno si è classificata 73esima su 180 nella classifica di Reporters Without Borders, perdendo ben 24 posizioni rispetto al 2014, il peggior risultato dal 2002.

Secondo i dati raccolti dall'osservatorio Ossigeno per l'informazione, dal 2006 al 2014 ci sono stati 2145 casi di attacchi a giornalisti, tra minacce e intimidazioni fisiche o legali. Fino al 2013 erano 1639, sintomo che, per lo meno, sta crescendo la necessità di denuncia.

Qualche mese fa, dopo l'ennesimo atto intimidatorio, si è tornati a parlare di Telejato, piccola tv indipendente di Partinico, continuamente vessata da minacce e avvertimenti mafiosi. Nello stesso periodo, con lo scoppio dello scandalo di Mafia Capitale, è riemersa la vicenda di Lirio Abbate, costretto a vivere sotto scorta a causa delle sue inchieste. Ci sono poi tantissime redazioni e cronisti locali costantemente minacciati. È il caso, ad esempio, dei ripetuti roghi all'auto del giornalista di Ardea (in provincia di Roma) Luigi Centore, o delle intimidazioni al giornalista siciliano Paolo Borrometi, di Modica, che adesso vive sotto tutela.

Se si guardano i dati e i casi raccolti dall'osservatorio, risulta evidente che quello che arriva all'opinione pubblica non costituisce che una minima parte della reale situazione. Una questione che non coinvolge solo le tradizionali “terre di mafia”, ma, con dati diversi, tutta Italia. Basti pensare che, nel periodo in oggetto, la Campania ha registrato 272 casi, il Lazio 275 e la Lombardia 251. Ma ci sono stati anche 66 casi in Emilia Romagna, 49 in Toscana e 65 in Veneto.

Tra le minacce ci sono insulti, lettere, intimidazioni fisiche, avvertimenti pedinamenti. Anche se a farla da padrone è lo strumento legale, la presentazione o l'annuncio di una querela per diffamazione. Nel solo 2014 le azioni legali sono state 276, di cui 159 querele per diffamazione ritenute pretestuose. Secondo l'osservatorio, il 40% delle richieste di risarcimento verso giornali e giornalisti è legata a questo tipo di azione. E se è vero che spesso si dice che le querele sono medaglie e parte del mestiere del giornalista, è altrettanto vero che un possibile processo può essere una forma di censura legalizzata e inattaccabile: non scrivere queste cose o paghi, e pagherai caro.

Il più delle volte si tratta di storie sommerse. Ci sono giornalisti che preferiscono non divulgare la propria vicenda, schiacciati dallo stigma professionale che ancora la querela porta con sé; e poi ci sono le piccole redazioni locali o i freelance a 5 euro a pezzo che non riescono a dare voce alle loro storie amare. Per un reporter presumibilmente autonomo e senza testata, anche poche migliaia di euro possono diventare un grosso problema.

Lo scorso dicembre è comparsa sul web la storia di Andrea Signorelli, giovane freelance costretto a dare 8 mila euro a Nitto Palma per evitare un processo. La vicenda ha avuto risalto perché i colleghi di Andrea hanno aperto un crowdfunding per aiutarlo. Pino Cavuoti, invece, un giornalista di 53 anni della provincia di Chieti, ha scritto una lettera aperta con il suo Iban per chiedere aiuto per raccogliere la somma di migliaia di euro dovuta a titolo di risarcimento, “anche con l'invio di un euro”. Il giornale per cui ha lavorato 14 anni ha chiuso, ma i processi sono andati avanti.

Pochi giorni fa, invece, il sostituto procuratore di Catanzaro ha chiesto 500 mila euro al giornalista Claudio Cordova del Quotidiano della Calabria entro 15 giorni a titolo di risarcimento per un articolo ritenuto subdolo. Altrimenti l'avrebbe querelato.

Ci sono intere piccole redazioni sotto scacco, come ‘L Gazetin, mensile della provincia di Sondrio, che rischia di cessare le pubblicazioni a causa delle condanne per diffamazione, o Il Giornale del Cilento, il cui direttore sostiene di non poter scrivere di cronaca giudiziaria senza una querela o una minaccia. Poi ci sono storie come quella di Marilù Mastrogiovanni, che ha affrontato ben nove anni di processo per arrivare alla conferma in appello dell'assoluzione dal reato di diffamazione a mezzo stampa. A scorrere i casi raccolti da Ossigeno, sembra quasi di imbattersi in un bollettino di guerra. Nella maggior parte delle situazioni la notifica arriva come un fulmine a ciel sereno, senza che sia mai stata fatta pervenire una richiesta di rettifica.

Questa situazione è frutto sicuramente di un problema culturale, ma anche legislativo. Solo ventina di giorni fa è arrivato all'Italia l'ennesimo richiamo da parte del Consiglio d'Europa circa la depenalizzazione del reato di diffamazione. Secondo Strasburgo, il nostro paese deve adeguarsi a quanto richiesto già nel dicembre 2013, quando la commissione di Venezia aveva osservato che "il disegno di legge in discussione in Parlamento” rappresentava “indubbiamente uno sforzo”, ma chiedeva di rendere “più esplicito il requisito di proporzionalità tra le sanzioni pecuniarie e le condizioni economiche del giornalista come criterio di valutazione dei danni da versare al diffamato”. Il testo di cui parla il Consiglio d'Europa è la proposta di legge sulla diffamazione, un ingarbugliato decreto nato con lo scopo di eliminare il carcere per i giornalisti. Tra momenti di stallo ed emendamenti, la proposta si trova adesso in discussione in commissione Giustizia alla Camera, anche se il suo iter sembra ancora non proprio vicino alla fine.

Nonostante si proponga di cancellare la pena detentiva – il che non vuol dire depenalizzare – il ddl ha suscitato polemiche. Il problema è che, anche se si elimina il carcere, possano permanere multe esorbitanti, possibilità di proporre querele temerarie, norme e tempi rigidi per la rettifica, libertà di replica illimitata e la possibilità che gli articoli ritenuti diffamatori debbano scomparire dal web (il discusso “diritto all'oblio”). C'è poi la possibilità di estendere la nuova normativa anche a siti e blog, da molti vista come un tentativo di bavaglio al mondo di internet. In commissione sono stati depositati una serie di emendamenti al testo, alcuni dei quali lascerebbero ben sperare.

In questo quadro si inserisce la recente pronuncia della Cassazione che ha ristretto la possibilità di pubblicare sui giornali virgolettati di atti giudiziari riguardanti anche indagini concluse.

Nella poca attenzione generale, diverse associazioni hanno lanciato una campagna online – nodiffamazione.it – per evitare si approvi una “legge sbagliata”, con l'hashtag #meglioilcarcere. Il simbolo della mobilitazione, curiosamente, è una matita spezzata. Che ricorda tanto quelle portate in piazza orgogliosamente appena un mese fa.