Violenza a scuola, l’esperta: “Servono educazione affettiva e metal detector per gestire il disagio”

La morte di Abanoub Youssef, diciottenne accoltellato da un compagno di scuola tra i banchi dell’istituto professionale Einaudi-Chiodo di La Spezia, e l’aggressione avvenuta a poche ore di distanza davanti a un istituto di Sora, nel Lazio, hanno riacceso al centro del dibattito pubblico il tema della violenza tra i giovani. Al di là della rapidità con cui qualcuno ha cercato di incasellare questi episodi in una lettura razziale – "È chiaro che l’uso dei coltelli arriva solo in certe etnie", ha dichiarato il sindaco di La Spezia Pierluigi Peracchini – il problema appare molto più profondo e strutturale del cosiddetto "fenomeno maranza" che sembra ossessionare una buona fetta del Paese.
La scuola, che almeno sulla carta dovrebbe essere uno dei luoghi privilegiati per intercettare e contrastare il disagio giovanile, non sempre riesce però a svolgere questo ruolo. Secondo le prime ricostruzioni, l’aggressore di Youssef aveva già manifestato comportamenti pericolosi, eppure è riuscito lo stesso a entrare in classe con un coltello e a colpire. Un elemento che solleva interrogativi sulla capacità del sistema scolastico di riconoscere e prendere in carico segnali di fragilità evidenti, prima che degenerino.
Ma allora come possono presidi, docenti e insegnanti di sostegno riconoscere e accompagnare situazioni di questo tipo? Quali strumenti andrebbero rafforzati per evitare che il disagio adolescenziale esploda in forme di violenza estrema? Fanpage.it ne ha parlato con Giovanna Pini, pedagogista, saggista e Presidente del Centro Nazionale Contro il Bullismo – Bulli Stop.
Dottoressa, i ragazzi di oggi sono davvero più violenti che in passato?
Secondo me la percezione è anche soprattutto a una maggiore visibilità del fenomeno. Media e social network rendono immediatamente noti episodi che un tempo sarebbero rimasti confinati nel silenzio. È quindi fondamentale evitare generalizzazioni. La maggior parte dei ragazzi cresce con valori sani e dimostra una forte sensibilità verso il rispetto e l’inclusione. Allo stesso tempo, è innegabile che i giovani vivano pressioni più forti e complesse rispetto al passato: l’isolamento sociale, la fragilità emotiva, la carenza di modelli educativi efficaci. È venuto meno anche quel confronto quotidiano che un tempo avveniva, ad esempio, attorno a un tavolo, condividendo i pasti e raccontandosi la giornata. Tutto questo può favorire atteggiamenti di aggressività o di chiusura.
L’aggressore non era nuovo a episodi che manifestavano un chiaro disagio. Quando “tutti sanno” che un ragazzo sta male o è pericoloso, ma nessuno agisce, cosa si inceppa davvero nella rete educativa?
Quando tutti sanno ma nessuno interviene, si inceppa innanzitutto la corresponsabilità educativa. È quanto è accaduto, ad esempio, nel caso di Paolo (il 14enne che si è tolto la vita a Latina nel settembre 2025): la scuola ha subito preso le distanze, dichiarando di non sapere nulla, come se nessuno volesse riconoscere una parte di responsabilità. Si crea così un vero e proprio cortocircuito che coinvolge gli insegnanti, famiglie, i servizi territoriali, e spesso anche i ragazzi stessi. Il problema non è solo la carenza di risorse, ma soprattutto la paura di esporsi. I segnali vengono sottovalutati, la burocrazia è lenta nell’intervenire e, talvolta, subentra una forma di rassegnazione collettiva. Episodi gravissimi finiscono per essere normalizzati: “è entrato un altro ragazzo con un coltello a scuola”, come se fosse ormai routine.
La scuola ha i mezzi per intervenire?
Negli ultimi tempi ho iniziato a parlare con più insistenza di misure di sicurezza come telecamere e metal detector all’ingresso degli istituti, sul modello di quanto avviene negli aeroporti. Passare un veloce controllo per entrare a scuola non dovrebbe essere vissuto come una colpa, ma come uno strumento per garantire la sicurezza di tutti. La scuola ha un ruolo centrale, ma non può essere lasciata sola. Gli insegnanti spesso non dispongono né degli strumenti né del tempo necessari per affrontare situazioni complesse sul piano psicologico, legale e social e alla fine si interviene solo quando esplode il “grande caso”. Eppure è proprio nei segnali iniziali, nei disagi apparentemente minori, che si può fare davvero la differenza. Non basta sapere che qualcosa è accaduto: è necessario sentirsi tutti responsabili di ciò che accade.
Cosa dovrebbe fare allora una scuola quando intercetta un disagio serio?
Il primo passo da compiere è non minimizzarlo. Poi bisogna attivare subito una presa in carico multidisciplinare, nel rispetto della privacy ma con la consapevolezza che ignorare un disagio significa alimentarlo. Spesso accade che i segnali vengano trascurati, anche per una minore attenzione rispetto al passato, ed è proprio da qui che nascono le criticità più gravi. Allo stesso tempo, è importante ricordarlo, bisogna lavorare nella piena della riservatezza delle persone coinvolte. Se un ragazzo affida a un insegnante una fragilità o un problema personale, quella confidenza non può diventare di dominio pubblico. La circolazione incontrollata delle informazioni espone il ragazzo al rischio di prese in giro e di bullismo, aggravando ulteriormente la sua condizione. La scuola, insomma, dovrebbe innanzitutto sapere ascoltare.
Cosa manca all’attuale sistema scolastico per far fronte a situazioni di questo tipo?
Servono sportelli di ascolto funzionanti, la documentazione immediata delle situazioni emerse, il coinvolgimento tempestivo delle famiglie e, se necessario, delle ASL e dei servizi territoriali. Tutti gli strumenti disponibili devono essere attivati senza esitazioni. Esistono figure di riferimento, come i referenti per il bullismo, ma è indispensabile che siano inseriti all’interno di protocolli chiari e operativi per la gestione dei casi di disagio grave. Manca ancora, nella maggior parte delle scuole, una figura psicopedagogica stabile; mancano i fondi per attivarla e per sostenere progetti continuativi. In alcuni casi la scuola non conosce neanche i bandi disponibili, non riesce ad accedervi o non ha il tempo materiale per compilare la montagna di documenti richiesti dal bando. A tutto questo si aggiunge l’assenza di una formazione continua e obbligatoria per tutto il personale scolastico, che invece dovrebbe rappresentare una priorità.
La tanto discussa educazione affettiva può giocare un ruolo nel crescere nuove generazioni di ragazzi capaci di fare i conti con le proprie emozioni, senza ricorrere alla violenza?
Continuo a sostenere che l’educazione affettiva sia uno degli strumenti più potenti per prevenire la violenza e aiutare i ragazzi a riconoscere, gestire ed esprimere le proprie emozioni. Non si tratta di “insegnare l’amore” in senso astratto, ma di educare al rispetto dei propri limiti e di quelli altrui, alla gestione del conflitto, a una comunicazione empatica e a una reale consapevolezza emotiva. Portare questi percorsi dentro la scuola, affidandoli a figure formate e inserendoli in un clima non giudicante, aiuta i giovani a comprendere che provare emozioni intense è normale, ma che non tutto è lecito in nome di ciò che si prova. L’obiettivo è costruire relazioni più sane e più sicure, prevenendo comportamenti distruttivi che spesso si rivolgono sia verso se stessi sia verso gli altri. Per questo l’educazione affettiva a scuola non può essere un’aggiunta opzionale, ma una vera forma di prevenzione primaria, capace di accompagnare la crescita degli studenti sul piano umano ed emotivo.
Il sindaco di La Spezia, ha commentato la vicenda dicendo che “il coltello lo usano certe etnie”. Come commenta questa dichiarazione?
La violenza non ha etnia né colore della pelle. La violenza è violenza, punto. Ha cause complesse, che affondano in disagi familiari, contesti difficili e fragilità emotive. Ridurre tutto all’origine o all'appartenenza è grave e inaccettabile, perché è una scorciatoia che alimenta stereotipi e sposta l’attenzione dalle reali cause del fenomeno. Ciò che deve preoccupare tutti è la presenza della violenza stessa, il fatto che si entri a scuola con dei coltelli. La domanda da porsi è perché esista questa violenza tra i giovani. Capirne le radici è l’unico modo per affrontarla davvero, al di là di qualsiasi etichetta.