Schettini, voti in cambio di like: forse è il momento che la scuola riveda il modo in cui valuta i ragazzi

Il caso Schettini continua a far discutere. Mentre Vincenzo Schettini si presenta sul palco di Sanremo per parlare di giovani, social e dipendenze, online e sui media si moltiplicano le testimonianze di ex studenti che raccontano come, agli inizi della sua attività con il canale La Fisica Che ci Piace, il docente proponesse live e challenge extrascolastiche promettendo voti più alti a chi partecipava. Racconti che hanno suscitato indignazione per il possibile ricatto implicito, ma che aprono anche una riflessione più ampia. Non solo sul comportamento di un insegnante, bensì sul significato stesso del voto scolastico. Se il voto diventa un punteggio da accumulare per scalare classifiche di rendimento, si rischia infatti di perdere la sua funzione educativa, alimentando invece un "mercato" dove il voto diventa valuta e si creano competizioni tra studenti che nulla hanno a che fare con l'effettivo apprendimento, che poi dovrebbe essere il fine ultimo di qualsiasi percorso scolastico.
Per approfondire la questione Fanpage.it ha contattato Ernestina Morello, autrice e insegnante di materie letterarie, geo-storia e latino all'IIS Copernico-Luxemburg, che da tempo sperimenta nelle sue classi un modello di scuola senza voti (ne abbiamo già parlato in questa intervista), dove numeri e medie vengono accantonati in favore di una valutazione descrittiva.
"Premetto che secondo me Schettini non è emerso grazie all'aiuto dei suoi studenti", tiene subito a precisare Morello. "Schettini ha personalità ed è carismatico. Ha anche avuto il merito di diffondere l'amore per la Fisica e ha posto un certo focus sul rapporto empatico con lo studente. Riformulato, il progetto di Schettini sarebbe potuto essere estremamente positivo nel proporre una "rivoluzione gentile" dove ragazzi e insegnanti fanno comunità per diffondere nuove idee. Per come sono andate le cose ci sono però delle innegabili criticità".
Professoressa, quanto sta emergendo nel caso Schettini dimostra la necessità di rivedere il sistema dei voti?
La risposta secca è sì. Dai video la valutazione appare impostata come merce di scambio: segui un contenuto, consumi un prodotto e ottieni un guadagno sotto forma di voto. Questo ripropone una logica consumistica applicata alla scuola, che dovrebbe fare l'esatto contrario. Il voto diventa qualcosa che si può ottenere attraverso dinamiche esterne all'apprendimento e non come esito di un percorso. Un simile meccanismo "capitalistico", oltre a trasmettere un'idea distorta della formazione, sposta il senso stesso della valutazione. Non è più strumento per capire a che punto è uno studente, ma un premio da conquistare.
Quali sono i problemi del voto numerico che emergono da questa vicenda?
Innanzitutto il senso di competizione. Quando si mettono in palio voti per portare a termine una challenge o per commentare un video si crea una corsa al risultato che istiga una forma di avidità: lo studente cerca di capitalizzare punti, come se costruisse un patrimonio. L'obiettivo diventa esibire il 10, simbolo reputazionale, non comprendere davvero. Chi non lo raggiunge si sente inferiore. Inoltre passa un messaggio clientelare. Si insinua l'idea che, assecondando il docente o adattandosi ai suoi ritmi, si possano ottenere vantaggi. Così però la valutazione non corrisponde più agli obiettivi realmente raggiunti e lo studente riceve un'immagine falsata delle proprie competenze. Il voto, invece di fotografare l'apprendimento, lo altera. Questo problema però non riguarda solo il caso di Schettini. È una criticità insita nel metodo di valutazione numerico.
Perché, secondo lei, il voto numerico non rispecchia davvero i progressi o le mancanze di uno studente?
Perché esprime solo se stesso. Un numero non spiega nulla se a monte del percorso di apprendimento non ci sono dei criteri. Ciò che per un insegnante è "quattro" per un altro può essere "cinque". Senza parametri condivisi il voto in itinere resta arbitrario. Inoltre la valutazione non è quantitativa: non funziona per aggiunta di punti. La conoscenza non è un elenco di informazioni memorizzate, ma un processo cognitivo e metacognitivo, cioè di elaborazione e riflessione sul proprio pensiero. Uno studente può ripetere perfettamente una lezione a memoria e non averla capita davvero. Il semplice numero non distingue questi livelli.
Come si può superare questo modello?
Attraverso il giudizio descrittivo. È uno strumento che disinnesca la logica di mercato e restituisce una fotografia reale degli apprendimenti, perché li analizza nei loro aspetti diversi: punti di forza, difficoltà, progressi. L'apprendimento non è lineare ma reticolare, cresce per connessioni, relazioni, dialogo tra studenti e docente. Se a gennaio un ragazzo prende 4 in Italiano, 5 a febbraio, 6 a marzo, 7 ad aprile e 8 a maggio, la media che ne viene fuori sarà un 6 spaccato. Quel numero però non tiene conto dell'enorme miglioramento avuto durante il quadrimestre e neppure delle reali competenze raggiunte dagli obiettivi stabiliti a inizio percorso.
Rivedere il paradigma, oltre a smantellare "il mercato dei voti", può dunque offrire uno strumento di crescita in più ai ragazzi?
Senza dubbio. Una valutazione formativa deve accompagnare il percorso di ogni studente in modo da sostenerlo e orientarlo, come tra l'altro prevede anche la normativa (DL 62/2017) che detta le finalità di valutazione in tutte le scuole. Il voto numerico, invece, appiattisce: se assegno un quattro, ignoro tutti ciò che invece funziona. Se assegno sei, viceversa, trascuro le lacune. Una descrizione dettagliata, dove si elencano complessivamente i punti di forza e le fragilità dell'allievo, permette di vedere entrambe le dimensioni e rende la valutazione davvero utile, perché l'alunno capisce finalmente quali apprendimenti è riuscito a fare propri e su cosa deve invece continuare a lavorare.