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Perché cantare ai neonati può aiutare a parlare prima: uno studio rivela il legame tra ritmo e parole

Uno studio dell’Università di Utrecht rivela che il ritmo musicale aiuta i neonati a decodificare il linguaggio. Cantare e muoversi a tempo stimola il cervello a riconoscere i fonemi, facilitando l’apprendimento di nuove parole sin dai primi mesi.
A cura di Niccolò De Rosa
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Canticchiare e muoversi a tempo di musica può essere ben più che un gioco da fare con i figli. Uno studio condotto nei Paesi Bassi e pubblicato sulla rivista Developmental Science ha messo in luce una connessione tra il modo in cui i bambini molto piccoli elaborano il ritmo musicale e il modo in cui riconoscono le strutture del linguaggio. In particolare, i ricercatori hanno osservato che i neonati più abili nel cogliere il ritmo nella musica risultano anche più capaci di individuare schemi ricorrenti nel parlato, una competenza fondamentale per imparare nuove parole.

La musica come corsia preferenziale del linguaggio

Il linguaggio non arriva ai bambini come una sequenza ordinata di vocaboli separati da pause evidenti. Al contrario, è un flusso continuo di suoni che il cervello deve "spezzare" in unità significative. Riuscire a riconoscere regolarità e ripetizioni è il primo passo per dare senso a quel flusso.

Lo studio di ridotte dimensioni ha coinvolto 44 bambini tra i sei e i nove mesi. Per osservare come il loro cervello reagisse ai suoni, i ricercatori hanno utilizzato l'elettroencefalogramma (EEG), una tecnica non invasiva che registra l'attività cerebrale attraverso piccoli elettrodi posizionati sul capo.

La procedura non è stata semplice. Come ha spiegato la prima autrice Iris van der Wulp, dottoranda all'Università di Utrecht, far indossare una cuffia con sensori a un neonato ha richiesto molta attenzione e una buona dose di pazienza visto che i bambini, seduti in braccio ai genitori, necessitavano di continui stimoli per rimanere tranquilli e collaborativi. Durante l'esperimento, i piccoli hanno dunque ascoltato due tipi di stimoli. Il primo era una lingua artificiale, priva di pause, ma costruita con sequenze di sillabe che si ripetevano come fossero parole. Il secondo consisteva invece in semplici pattern ritmici musicali. I ricercatori hanno poi analizzato se e quanto le onde cerebrali dei bambini si sincronizzassero con questi schemi.

Un meccanismo condiviso

I risultati sono stati chiari. "I bambini che sincronizzavano con precisione le proprie onde cerebrali al ritmo musicale facevano lo stesso con le ‘parole' della lingua artificiale", afferma van der Wulp. Secondo la ricercatrice, questo indica che musica e linguaggio condividono, almeno in parte, gli stessi meccanismi di elaborazione nel cervello infantile. In altre parole, allenare l'orecchio al ritmo potrebbe facilitare anche la capacità di individuare le strutture del linguaggio. Un po' come imparare a battere il tempo di una canzone aiuta a riconoscerne la melodia, così seguire un ritmo sonoro può sostenere la comprensione del parlato.

Quello dell'Università di Utrecht non è il primo studio che ha tracciato un collegamento tra ritmo e sviluppo del linguaggio. Già nel 2024 i ricercatori del Vanderbilt University Medical Center hanno notato che i bambini con più difficoltà nel riconoscere il ritmo di un motivo musicale tendevano anche ad avere maggiori problemi nello sviluppo del linguaggio.

Non è questione di talento innato

Benché lo studio metta in luce il legame tra sviluppo linguistico e abilità musicali, gli esperti precisano che le competenze ritmiche dei bambini non sono un tratto ereditario capace di stabilire fin dalla nascita chi sarà portato per la musica e chi no. A fare la differenza è piuttosto la consuetudine di condividere ogni giorno piccole esperienze musicali, dal canticchiare in macchina andando all’asilo all’ascolto della sigla dei cartoni preferiti.

I bambini i cui genitori dichiaravano di cantare, ascoltare musica o fare giochi musicali insieme a loro mostravano infatti migliori abilità ritmiche e, di conseguenza, segnali più solidi anche sul piano linguistico. Come sottolineato anche da alcuni esperti intervenuti sul sito americano Parents, non è necessario essere dotati dalla Natura di una bella voce o una particolare predisposizione alla musica.

"Ciò che vorrei davvero che i genitori capissero da questa esperienza non è ‘Devo iniziare a dare lezioni di musica formali al mio bambino di 6 mesi', ma piuttosto ‘Le cose quotidiane che faccio già contano davvero", ha spiegato a Jordyn Koveleski Gorman, logopedista pediatrica del Kennedy Krieger Institute. Non devi essere un musicista. "Non devi cantare intonato. Devi solo essere disposto a cantare, battere le mani, saltare e fare lo sciocco con il tuo bambino". In questo modo, anche un momento di gioco apparentemente semplice può diventare un’occasione di stimolazione preziosa.

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