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I bambini non sanno più conversare: le “colpe” dei social e i consigli per risolvere il problema

L’uso pervasivo della tecnologia sta indebolendo le basi del dialogo tra i più giovani. Da tempo la ricerca osserva il declino delle abilità di affrontare una conversazione nei bambini e alcune esperte sottolineano il ruolo cruciale di famiglia e scuola nel recuperarle.
A cura di Niccolò De Rosa
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C'è una differenza sostanziale tra il saper parlare e il saper conversare. Parlare è una competenza che quasi tutti i bambini, in assenza di impedimenti fisici o neurologici, acquisiscono spontaneamente. Conversare, invece, è un'abilità più sottile, che richiede ascolto, attenzione all'altro, capacità di entrare in relazione e di restarci. Non tutti i bambini la sviluppano in modo adeguato e, se questa competenza non viene rinforzata durante l'età scolare, recuperarla da adulti diventa complesso.

A rendere questo percorso ancora più complesso intervengono oggi fattori nuovi, pervasivi, difficili da arginare. L'uso precoce e spesso incontrollato della tecnologia, insieme a una presenza costante dei social network nella quotidianità dei più giovani, sta cambiando in profondità il modo in cui bambini e ragazzi si relazionano agli altri. La conversazione, con i suoi tempi lenti, le sue pause, la necessità di restare presenti e sintonizzati sull’interlocutore, entra in competizione con strumenti che frammentano l'attenzione e riducono lo spazio dell'ascolto. Il rischio è che le basi stesse del dialogo (la reciprocità, l’empatia, la capacità di stare nello scambio) si assottiglino proprio negli anni in cui dovrebbero consolidarsi.

Di recente, a mettere in guardia verso questo scenario, è stata la linguista Estrella Montolío Durán, docente all’Università di Barcellona, che ha analizzato l'impatto della tecnologia sulle competenze comunicative dei più giovani. Secondo la studiosa, il rapporto compulsivo con schermi e dispositivi digitali sta infatti compromettendo la capacità di attenzione e di ascolto, rendendo bambini e ragazzi sempre meno abili nel dialogo reale.

"I bambini e i ragazzi che crescono in famiglie in cui i pasti sono stati colonizzati dagli schermi (televisione, tablet e l'onnipresente cellulare) mostrano un chiaro deficit nelle capacità comunicative e di conversazione", ha scritto la ricercatrice sul sito The Conversation. "Hanno difficoltà a interpretare i segnali non verbali, attivano meno neuroni specchio (la base cerebrale dell'empatia) e temono di esporsi a conversazioni reali"

È in famiglia che si impara a comunicare

Se il linguaggio è una competenza innata nell'essere umano, ma la conversazione è un apprendimento culturale. È infatti in famiglia che si costruisce quello che la linguista definisce "capitale linguistico" e "capitale conversazionale". Alcuni bambini crescono immersi in un lessico ricco, in strutture sintattiche complesse e in dialoghi rispettosi dei turni di parola; altri, invece, ricevono modelli più poveri e frammentari. Lo stesso vale per la capacità di dialogare: c'è chi impara presto ad aspettare, ascoltare e rispondere in modo appropriato, e chi non riceve mai indicazioni in questo senso. La scuola dovrebbe colmare queste differenze, ma non sempre riesce a farlo in modo efficace.

Questa percezione trova riscontro anche nei dati raccolti da diverse ricerche internazionali. Un sondaggio del 2025 condotto nel Regno Unito dall'ente benefico Kindred Squared ha per esempio riportato come, nel campione preso in esame, nove insegnanti di scuola primaria su dieci abbiano dichiarato un drastico peggioramento dei problemi di linguaggio e di parola. Simili effetti, acuitisi dopo la pandemia, si palesano già nei primi anni di scolarizzazione: alcuni bambini faticano a rispondere quando vengono chiamati per nome, altri non hanno ancora acquisito autonomie elementari, come chiedere di andare in bagno o formulare una richiesta in modo comprensibile.

Come aiutare i bambini a conversare

Il modo in cui si conversa non è neutro: definisce l’immagine che gli altri costruiscono di noi e influisce sulle relazioni personali e professionali. La sociologa Sherry Turkle – citata dalla stessa Montolío Durán – ha sottolineato come la qualità delle conversazioni sia strettamente legata alla felicità individuale e al successo sociale. Eppure, mentre temi come l’alimentazione sono diventati una priorità di salute pubblica, l'educazione alla conversazione resta ai margini, nonostante il suo ruolo cruciale nello sviluppo dell’empatia e della cooperazione.

Secondo Montolío Durán, l'alfabetizzazione "conversazionale" dovrebbe diventare una questione di interesse collettivo. Piccoli gesti quotidiani possono fare la differenza, come recuperare momenti di dialogo autentico, a partire dalla tavola di casa, liberata da cellulari e dispositivi. Le conversazioni in presenza attivano una sincronizzazione profonda: i corpi si allineano, i cervelli entrano in risonanza, e più lo scambio è significativo, più questa sintonia si intensifica.

Anche altri esperti concordano sull’importanza dell'esercizio. La parenting coach Anita Cleare ha sottolineato nel portale della BBC dedicato all'educazione come le abilità comunicative si apprendano praticandole, in contesti diversi e con interlocutori differenti. Cleare suggerisce di non parlare al posto dei figli nelle situazioni quotidiane, ma di incoraggiarli a interagire direttamente con adulti come commessi o bibliotecari, aiutandoli eventualmente a preparare una sorta di "copione". La comunicazione nasce inoltre dalla connessione emotiva: quando i bambini si sentono al sicuro e ascoltati, le parole arrivano più facilmente.

Adeguare i registri comunicativi in base all'età

Per preadolescenti e adolescenti, i dialoghi più efficaci partono spesso da spunti indiretti, come una notizia ascoltata a scuola, una serie tv o una figura pubblica particolarmente chiacchierata. Parlare di un cantante o di un atleta può per esempio diventare l'occasione per affrontare temi più complessi come l'immagine di sé o il valore dell'impegno per raggiungere i propri obiettivi. Cleare suggerisce anche di stimolare l'espressione scritta, invitando i ragazzi a scrivere lettere o articoli sui temi che stanno loro a cuore. Così facendo, il cervello si allena a elaborare informazioni e a ordinarle in un senso logico.

Entrare, mantenere e chiudere una conversazione non è dunque affatto scontato, soprattutto per chi ha difficoltà sociali. Leggere il linguaggio del corpo, aspettare il momento giusto, restare sul tema e cogliere i segnali di chiusura sono competenze che vanno insegnate e allenate con pazienza. Modellare i comportamenti, fare esempi concreti e ricorrere al gioco di ruolo aiuta i bambini a interiorizzare quelle regole invisibili che rendono una conversazione davvero tale. Saper parlare è solo l’inizio. È nel dialogo che si costruisce, giorno dopo giorno, la capacità di stare nel mondo.

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