Dalle retate ai centri in mezzo al nulla: che fine fanno i bambini rastrellati dall’ICE di Trump

Le immagini di Liam Ramos hanno fatto il giro del pianeta in poche ore. Cinque anni, uno zainetto sulle spalle e un cappellino con le orecchie da coniglio, il volto rigato dalle lacrime mentre agenti dell'Immigration and Customs Enforcement lo tengono per il braccio nel vialetto di casa, a Columbia Heights, sobborgo di Minneapolis. È il 21 gennaio 2026 e Liam sta rientrando dall'asilo quando l'ICE arresta suo padre durante una delle tante operazione anti-immigrati che stanno agitando lo Stato del Minnesota. Nel giro di poche ore il bambino viene trasferito insieme al genitore a oltre duemila chilometri di distanza, nel Sud del Texas, nel centro di detenzione residenziale di Dilley. Un caso che diventa immediatamente simbolo della nuova stretta sull'immigrazione dell'amministrazione Trump che non risparmia nemmeno i più piccoli, i quali o vengono allontanati dai loro genitori, o sono destinati a seguirli in centri detentivi in attesa di un destino quantomai incerto.
Cos'è Dilley, il centro "residenziale" per famiglie
Il South Texas Family Residential Center è stato progettato come struttura di detenzione residenziale per nuclei familiari. Non un carcere dove espiare una condanna dunque, ma comunque un centro dove trattenere famiglie e minori in attesa che qualcuno decida la loro sorte.
Costruito durante la presidenza Obama e gestito dall’appaltatore privato CoreCivic, Dilley può ospitare fino a 2.400 persone ed è il più grande centro di questo tipo nel Paese. Sulla carta offre scuole, biblioteca, palestra e spazi ricreativi. Qualche giorno fa, il deputato repubblicano texano Tony Gonzales ha perfino pubblicato un video su X per magnificare l'atmosfera e i servizi del centro. Le immagini mostrano bambini che studiano, leggono o giocano in ambienti ordinati e luminosi. Il messaggio è esplicito e accompagnato da una dura accusa agli avversari politici della galassia trumpiana:
"Nei prossimi giorni vedrete molti politici fare passerella al centro ICE di Dilley nel mio distretto. È tutto uno spettacolo. Io ci sono stato e ho visto strutture e protocolli all’avanguardia seguiti dall’ICE. I nostri agenti ICE e il personale della CBP (l'agenzia federale statunitense responsabile del controllo delle frontiere, ndr) stanno facendo il loro lavoro, e ancora una volta i Democratici fanno di tutto per distorcere la verità contro le forze dell’ordine" .
Eppure, secondo avvocati e organizzazioni per i diritti dei minori, la realtà è molto diversa da quella mostrata da Gonzales. Secondo numerosi racconti di chi in quel centro ci ha vissuto, Dilley è ben lontano dal garantire condizioni dignitose. Non solo. La detenzione dei bambini, pur formalmente legata alle procedure migratorie, viene inoltre descritta come uno strumento di pressione psicologica sui genitori, spinti ad accettare la "partenza volontaria" pur di porre fine alla sofferenza dei figli.
Secondo i documenti giudiziari depositati a dicembre e raccolti dalla CNN, oltre cento famiglie hanno descritto le settimane, talvolta i mesi, di permanenza forzata a Dilley come un'esperienza traumatica, con bambini apatici, affamati o malati, un accesso limitato all'acqua potabile e cure mediche inadeguate. "Quando siamo stati a Dilley poche settimane fa, le condizioni sono peggiorate: cure mediche negate, cibo contaminato da muffa o vermi, minacce di separazione familiare", ha dichiarato lo scorso dicembre Leecia Welch, vicedirettrice del contenzioso di Children's Rights, che ha visitato la struttura sei volte solo nel 2025. “I bambini sono deboli, pallidi, spesso piangono dalla fame".
Che fine faranno questi bambini
La maggior parte dei minori detenuti con i genitori finisce a Dilley dopo brevi permanenze in strutture improvvisate, aeroporti o edifici amministrativi. Alcuni vengono rilasciati a parenti negli Stati Uniti, altri restano di fatto detenuti finché il caso migratorio non prende una direzione chiara. Secondo i dati analizzati dal Guardian, tra gennaio e ottobre 2025 oltre 3.800 minori sono stati inseriti nei programmi di detenzione familiare, molti dei quali arrestati direttamente dall'ICE all’interno del Paese. "È orribile quanto sembra", ha detto Becky Wolozin del National Center for Youth Law. "Famiglie che stavano cercando di seguire le regole vengono imprigionate inutilmente. Ed è una scelta che colpisce prima di tutto i bambini".
Il nodo dell'accordo Flores
La detenzione dei minori immigrati negli Stati Uniti è regolata dal Flores Settlement Agreement, un accordo giudiziario del 1997 che impone al governo di rilasciare i bambini il più velocemente possibile e di garantire loro standard minimi di cura e sicurezza. L'accordo, che deve il nome a Jenny Flores, una ragazza quindicenne fuggita dalla guerra civile in El Salvador la cui detenzione fece scoppiare il caso giudiziario nel 1985, non vieta la deportazione delle famiglie, ma limita fortemente la possibilità di trattenere i minori per periodi prolungati. Secondo avvocati e attivisti, l'attuale amministrazione starebbe forzando questi limiti, ampliando la detenzione familiare anche per nuclei arrestati all'interno del Paese e non al confine, proprio come accaduto con il piccolo Liam Ramos.
Sempre secondo le associazioni a tutela dei diritti dei minori, il motivo dietro questo aggiramento delle regole dell'accordo risiede nella volontà di sfruttare i bambini come leva per convincere i genitori ad andarsene dagli Stati Uniti. In alcuni casi, le famiglie hanno anche riferito di aver ricevuto offerte economiche (fino a mille dollari) in cambio della firma dei documenti per il rimpatrio. Altri hanno invece parlato di minacce velate, dove agli adulti veniva posta una scelta: restare a Dilley, con i bambini in condizioni sempre più precarie, oppure andarsene. Una madre detenuta ha scritto ai giudici di non aver mai ricevuto una vera spiegazione dei propri diritti legali, ma solo istruzioni su come "auto-deportarsi".