Caso Schettini, perché il vero problema non è il prof ma la nostra ipocrisia sui social: l’opinione di Lancini

Non si placano le polemiche nei confronti di Vincenzo Schettini, il prof influencer diventato popolare online con il progetto divulgativo "La Fisica Che ci Piace". Dopo le critiche per alcune sue dichiarazioni al podcast BSMT su un futuro in cui anche la cultura potrebbe essere a pagamento ("Perché se un buon prodotto può essere in vendita in un supermercato, la buona cultura non può esserlo?"), ora si stanno moltiplicando i racconti di ex studenti sui suoi metodi d'insegnamento, spesso più orientati sul content che sul contenuto.
Secondo lo psicologo e psicoterapeuta Matteo Lancini però, la pioggia di attacchi nei confronti di Schettini (in certi casi anche molto violenti e personali) manca di centrare il punto di un problema ben più ampio rispetto a un insegnante che è riuscito a diventare famoso facendosi riprendere dai suoi allievi durante le spiegazioni sulle caratteristiche di un campo elettrico. Per Lancini, docente dell'Università degli Studi di Milano-Bicocca e autore di "Chiamami adulto. Come stare in relazione con gli adolescenti", il caso non deve diventare infatti un processo all'insegnante, ma rappresenta piuttosto un sintomo del rapporto ambiguo che molti adulti intrattengono con Internet e con i social media, soprattutto quando parlano ai giovani.
Professore, che idea si è fatto del dibattito nato attorno al prof de "La Fisica Che Ci Piace"?
In questo momento viene attaccato da tutte le parti e io sono sempre contro le gogne social. Non è il comportamento del singolo che mi interessa commentare. Il punto centrale è piuttosto un altro: questo personaggio, come molti altri, rappresenta il segnale chiaro ed evidente della fragilità e della dissociazione degli adulti rispetto a Internet.
Cosa intende per dissociazione?
Trovo incredibile che persone che hanno costruito il proprio successo sui social poi vadano in giro a dire che internet è la rovina delle nuove generazioni. Questo ha creato un problema enorme, rendendo gli adulti poco credibili e ha aumentato il potere orientativo della rete sui ragazzi.
Quindi il nodo della questione non è la presenza degli insegnanti online?
Assolutamente no. Io sono favorevolissimo al fatto che insegnanti e divulgatori usino i social come vogliono, anche in modo creativo. Possono fare ciò che vogliono per promuovere la loro materia. Il problema nasce quando poi diventano "opinion leader" del male di internet. Devono però fare il loro mestiere, non un altro. Purtroppo molti personaggi nati su Internet poi diventano anche maestri di vita che spiegano agli altri, soprattutto ai giovani, come devono vivere.

Lei sostiene che questa contraddizione sia evidente soprattutto a scuola.
La scuola è la rappresentazione perfetta. Dalle otto all’una vieta cellulari e rete, poi vive solo di internet: registro elettronico, gruppi WhatsApp, comunicazioni online. Ci sono insegnanti che mettono le note sul registro alle dieci di sera, da remoto, senza più alcun aggancio con la quotidianità di classe. È una dissociazione evidente. I giovani dovranno usare intelligenza artificiale e web perché questa è la società che noi stessi abbiamo costruito. Eppure nella scuola, il luogo dove i ragazzi dovrebbero imparare ad affrontare il mondo, tutto questo viene escluso. Poi però, una volta rientrati a casa, si torna tutti a vivere online.
Nel dibattito pubblico c’è anche chi difende il ruolo divulgativo di questi docenti, come ha fatto Chiara Valerio.
(NDR: la matematica Chiara Valerio ha scritto lunedì 23 febbraio un post su Instagram per difendere, tra le altre cose, il diritto di Schettini di affermare come le risorse culturali siano anche risorse economiche)
Sono assolutamente d'accordo con Chiara Valerio, soprattutto nella difesa sugli attacchi personali che il prof sta ricevendo. Il problema non è se uno produca cultura online, ma che chi vive di Internet poi usi il suo potere mediatico per poi dire che Internet è il male dei giovani. Questo, lo ripeto, si chiama perdita di credibilità. Ovviamente questo discorso vale anche per tanti miei colleghi che tengono conferenze, scrivono libri sulla dipendenza da Internet e poi alla fine dicono "Ah, mi trovate su Instagram" e danno i loro riferimenti social". Perché non si tolgono gli adulti da questi social? Cosa hanno paura di diventare?
Secondo lei perché succede?
Perché gli adulti non vogliono rinunciare a nulla. Continuano a usare i social per il proprio successo e poi chiedono ai ragazzi di limitarli. Se davvero pensano che facciano male, si disconnettano loro per primi e diano il buon esempio. Io ho addirittura proposto il divieto per legge dei social per tutti, fino agli 80 anni. Nessuno però ha interesse a farlo.
Che conseguenze ha questo atteggiamento sui ragazzi?
Li spinge a pensare che gli adulti siano fragili e incoerenti. E questo aumenta il disagio. Abbiamo giovani che stanno male, che non vedono il futuro. E noi cosa facciamo? Diciamo che sbagliano loro. Se i social fanno parte della loro vita, allora vanno insegnati e compresi, non demonizzati mentre li si usa per diventare famosi.